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Perché è inadeguato definire Casaleggio un visionario

La democrazia diretta del “molti a molti” non si realizza con il passaggio al mezzo internet: anzi, per sopravvivere e non dissolversi come gli altri movimenti nati dalla rete in giro per il mondo, il M5s ha dovuto aumentare il potere dei due leader massimi, inserire un direttorio e sistematizzare forme di epurazione. In che senso la vera novità, paradossalmente, è stata in certi comizi di Beppe Grillo.

13 Aprile 2016 alle 14:55

Perché è inadeguato definire Casaleggio un visionario

Gianroberto Casaleggio (foto LaPresse)

Quasi tutti ieri l’hanno descritto come un guru o un genio visionario. Sono parole forti e probabilmente non adeguate, ma certamente Gianroberto Casaleggio aveva capito e portato al successo un antico slogan della comunicazione: il mezzo è il messaggio. Quello che diciamo cambia a seconda del mezzo che usiamo per dirlo. Fate passare l’amore da un tubo catodico e diventerà una soap opera o un reality, parlate di grandi domande della vita in collegamento streaming e diventerà un documentario.

 

Casaleggio aveva dato corpo alla considerazione che internet cambiava i messaggi della politica. Non a caso, nella sua relazione a  Cernobbio, aveva fatto vedere che l’origine del grande cambiamento era stato il primo dibattito televisivo tra Kennedy e Nixon. Quel dibattito faceva finire l’epoca classica della comunicazione politica, fatta di comizi di piazza, e faceva entrare nell’era della TV. Cambiava solo il mezzo? No. Cambiava anche il contenuto della politica. Con quel gesto si passava dall’era discorsiva (simbolica) a quella del rapporto diretto con il leader (in semiotica si chiama “indicale”).

 

Casaleggio pensava che internet inaugurasse un’altra era della politica, quella della democrazia vera che avrebbe proposto i movimenti invece che i partiti, avrebbe prodotto alta partecipazione invece che delega e bassi costi invece di apparati spreconi. Soprattutto, avrebbe inaugurato un’epoca di trasparenza e quindi di onestà. Non tutto è accaduto, e non del tutto, ma certamente l’enorme successo di tanti movimenti (da Occupy Wall Street al Family day) nonché il clamoroso successo elettorale del M5S indicano la forza quasi predittiva del considerare il mezzo come messaggio.

 


Il comico e leader del Movimento 5 stelle Beppe Grillo (foto LaPresse)


 

Delle previsioni di Casaleggio, ciò che invece non si è avverato è l’inaugurazione con internet di una democrazia diretta che, come dicono gli studiosi del settore, facesse passare dal rapporto “uno a molti” dell’era dei leader al rapporto “molti a molti”. Casaleggio medesimo ha dimostrato che la democrazia diretta del “molti a molti” non si realizza con il passaggio al mezzo Internet: anzi, per sopravvivere e non dissolversi come gli altri movimenti nati dalla rete in giro per il mondo, il M5s ha dovuto aumentare il potere dei due leader massimi, inserire un direttorio e sistematizzare forme di epurazione. Sono caratteristiche tipiche della storia della democrazia diretta, ma qui ci interessa la comunicazione. Da questo punto di vista, internet non ha fatto uscire dall’era (indicale) del leader. Casaleggio, portando all’estremo l’uso sociale e politico di internet – con grande successo –, ne ha mostrato la forza ma anche il limite.

 

Paradossalmente, l’aspetto più efficace e innovativo dei M5s si è visto non nell’uso della rete – che estende al massimo la logica del leader che la televisione ha introdotto, e che in Italia ha avuto Berlusconi e Renzi tra i suoi campioni – ma in alcuni grandi eventi teatrali/sociali costruiti intorno ai comizi di Grillo, dove il comico/politico genovese ha introdotto aspetti emozionali comunitari. “C’è un clima bellissimo tra di noi”, diceva Grillo a Roma nel 2013 mentre raccontava il suo sogno visionario di un cammino guerriero che alla fine sfocia nella luce dove le parole pace, solidarietà, onestà stabiliscono una nuova comunità umana. Sono questi effetti, garantiti da musica, tono di voce, parole suggestive, che vanno nella direzione del senso di appartenenza emotivo non più al leader ma a una comunità.

 

Sono tutti elementi iconici ed è questa la strada che la comunicazione politica sta prendendo perché deve cercare di cogliere quel senso di appartenenza, di preoccupazione locale e globale al medesimo tempo, che nessun leader riesce più a rappresentare. Il clima della comunità “buona” contro il sistema di rappresentanza corrotto, del calore del vero contro la freddezza dell’ipocrisia. I “molti a molti” non può essere che una comunità e Internet da solo non la garantisce. Se si guardano le primarie americane, Trump, Sanders, Cruz vanno già in questa direzione comunicativa e non è un caso che le macchine immense dei partiti non riescano a star loro dietro. Sarebbe stato bello discuterne con Casaleggio, l’ideatore della performance di maggior successo dell’era elettronica del leader.

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