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Uno non vale guru

Chi era, cosa ha fatto, cosa ha detto. La morte di Casaleggio a 61 anni e il suo testamento dell’impossibile che resta in mano a un esercito un po’ orgoglioso, un po’ sgomento e molto diviso. Quella grande favola della democrazia diretta.

12 Aprile 2016 alle 20:57

Uno non vale guru

Gianroberto Casaleggio (foto LaPresse)

Roma. Di che materia fosse fatto Gianroberto Casaleggio, morto a 61 anni in una clinica di Milano dopo aver “lottato fino all’ultimo”, come ha scritto Beppe Grillo nel momento del saluto all’amico, alter ego e sparring partner in ologramma del suo show, se lo sono chiesto tutti, prima o poi, nel mondo politico e nei mondi contigui, quando capitava di interrogarsi sul guru misterioso a cinque stelle: imprendibile, inafferrabile, capace di non comparire per mesi e poi di affacciarsi su un palco citando i Blues Brothers; barricato in ufficio ma in grado di materializzarsi come per magia una mattina a Montecitorio. Soprattutto, silenziosissimo sotto al cappello da baseball da cui spuntavano capelli vintage e frisé, ma determinato a portare avanti, fin dai primi anni Duemila, l’utopia (e distopia) della democrazia diretta della rete, il suo testamento dell’impossibile che ora resta in mano a un esercito a cinque stelle un po’ orgoglioso e un po’ sgomento, in preda allo choc emotivo che tutto livella e tutti avvicina, ma anche (e non da oggi) diviso al suo interno tra seguaci e detrattori della dottrina-ideologia casaleggiana: “L’uno vale uno” che per una parte del M5s è legge e per l’altra parte soltanto teoria (c’è chi vale di più e decide di conseguenza); la trasparenza che per alcuni è diktat e per altri boomerang (vedi assemblee in streaming); la fede dei puristi nello strapotere “liquido” del web che per i non puristi diventa dubbio sotterraneo: la rete che tutto controlla e sceglie è apice di giustizia o abisso di arbitrarietà? E la democrazia del web può essere davvero “democratica” o, passata l’euforia, mostra la sua natura più epidermicamente settaria?

 

E nel giorno del dolore, mentre nel M5s e nei partiti avversari qualcuno già pensava al “dopo” (quale il ruolo del Direttorio e di Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto?), sul blog di Grillo il defunto sembrava “fatto della materia di cui sono fatti i sogni” (non si citava William Shakespeare, ma un attivista lamentava di non avere “più sogni da sognare”). All’esterno invece, per un attimo, regnava lo stupore: “E’ morto Casaleggio??”, si domandavano gli internauti increduli, ché il personaggio, anche da vivo, era considerato già un po’ “oltre”, una specie di immortale mezzo extraterrestre che nei suoi video “Gaia” e “Prometeus” aveva immaginato di veder rinascere il “migliore dei mondi possibili” su Google, smaterializzato e abitato di avatar equi e solidali, previa autodistruzione della Casta sotto piaghe, guerre e inondazioni.

 

Ma, nel giorno delle condoglianze di tutto il mondo politico – nemici, amici, parlamentari a cinque stelle in lacrime (Alessandro Di Battista) e avversari che sospendevano per 24 ore la campagna elettorale (Roberto Giachetti) – dilagava anche l’interrogativo: “Chi era davvero Gianroberto Casaleggio?”. Un profeta delle masse indignate, ideologico nel metodo “dal basso” (in teoria) ma postideologico nei contenuti, con quel mantra quasi gaberiano (nel senso di Giorgio Gaber), per cui “un’idea non è di destra né di sinistra”, ma “è un’idea, buona o cattiva”? Oppure un “visionario”, l’aggettivo che più gli viene accostato, che ha fatto innamorare intellettualmente Dario Fo (il Nobel martedì definiva Casaleggio “uomo di conoscenza straordinaria” con “un modo di esprimersi mai banale e prevedibile”)? Oppure – comunque e prima di tutto – un imprenditore del web con trascorsi in Olivetti e in Telecom e un amore per l’America del boom internettiano e dei “meet-up” da primarie presidenziali, “meet-up” poi importati e innestati nello scheletro del M5s, ma non prima di aver guidato la Webegg, società di consulenza con arredi avveniristici e convention motivazionali?

 

Fatto sta che Casaleggio era noto, prima che come alter ego di Grillo (che spiega al comico semi-luddista l’importanza di quei computer infernali da non distruggere sul palco), come ex “consigliere” informatico di Antonio Di Pietro – e c’è chi, nei ministeri e in Parlamento, ricorda i giorni in cui “Tonino”, uomo apparentemente più luddista di Grillo nonché agreste nelle origini e nell’iconografia (amava farsi ritrarre sul trattore) – cercava di assorbire segreti internettiani da quegli strani milanesi dall’aria nerd e da quell’uomo segaligno e di poche parole che sembrava saperne una più del Diavolo: un Casaleggio che andava dicendo “la carta è morta” e pareva ai neofiti un Obi-One Kenobi del web. E però, poi, Casaleggio è diventato Casaleggio, deus ex machina e simbolo della Casaleggio Associati, azienda di e-commerce a un certo punto troppo politica per voler essere chiamata tale – guai a chiamarla, poi, “partito-azienda” e cioè organismo a tutti gli effetti politico che, dopo il grande exploit del 2013, cerca in qualche modo di “controllare” da vicino gli eletti al Parlamento (si veda inchiesta di Salvatore Merlo su questo giornale, e si vedano le lamentele più o meno apertamente dichiarate dai deputati e senatori a cinque stelle in questi anni di tentata “apertura della scatola di tonno”, per dirla con il Grillo che voleva rendere visibile il “marcio” del Parlamento, così diceva, e cacciare gli “zombie” dei partiti).

 

Tra futuribili visioni e discussioni meno alte sugli scontrini, la Casaleggio Associati (con il suo guru) diventavano il quartier generale del M5s, il movimento che vuole essere il “non-partito” del “non-statuto” (ma che partito di fatto è diventato, e che ora, dopo la morte di Casaleggio, avrà difficoltà a non esserlo ancora di più). Ma la Casaleggio Associati è anche il luogo dove si è coltivato il pensiero utopico, per molti ancora vivo, della “democrazia diretta della rete”, a un certo punto anche Nemesi per il suo cofondatore, costretto nel 2012 a scrivere una lettera al Corriere della Sera per discolparsi da internettiane accuse di “complotto” pluto-giudaico-massonico, emerse proprio dalle profondità del web (della serie: c’è sempre uno più puro che ti epura). In quel caso, nel 2012, Casaleggio aveva scritto che dietro Casaleggio c’era soltanto Casaleggio, “un comune cittadino che, con i suoi (pochi) mezzi, cerca, senza alcun contributo pubblico o privato, forse illudendosi, talvolta anche sbagliando, di migliorare la società in cui vive”. Fuori ci avevano creduto un po’ sì e un po’ no, e l’ombra del “complotto” si era allungata anche sull’ex socio di Casaleggio, Enrico Sassoon (anch’egli autore di una lettera al Corriere della Sera in cui suggeriva ai lettori una riflessione sulla rete come “luogo democratico per eccellenza al quale chiunque può accedere per dare voce alle proprie opinioni”, ma anche come “arena di violenza incontenibile, diffamazione incontrastabile, vera e propria delinquenza mediatica”).

 

Non voleva neanche essere definito “Piccolo Fratello” orwelliano di Grillo, l’alter ego del comico che si schermiva davanti ai cronisti, come a dire “io non conto nulla” (tipica manovra diversiva anticuriosi? autoconvinzione?), diventando ancora più criptico e inarrivabile: “Non è mai dove ti aspetti che sia”, aveva scritto Cristina Giudici su questo giornale, quando, nel 2013, le era toccato in sorte di seguire Casaleggio tra Milano e i boschi attorno a Ivrea – i due luoghi dove abitava l’ideologo del M5s, frugale nell’alimentazione (vegetariana) e defilato anche nel tempo libero e nei gusti, a parte la non nascosta passione per Gengis Khan e i Cavalieri della Tavola Rotonda.

 

In morte del guru, mentre cala il sipario, resta sulla scena l’uomo che aveva appena pronunciato il suo addio (apparente?) al ruolo di prima linea politica nel M5s: il Beppe Grillo che voleva ritirarsi in teatro e per cui ora, anche fuori dal teatro, lo spettacolo deve obtorto collo continuare.

 

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