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L’argine che non c’è a Magistratura grillina

Il clima politico-manettaro attuale non è quello del 1992-1993. Contro il partito dei giudici del Pds ci fu la politica. Oggi che fa Renzi?

6 Aprile 2016 alle 17:49

L’argine che non c’è a Magistratura grillina

Il deputato grillino Di Stefano durante il voto per la richiesta d'arresto a Genovese (foto LaPresse)

Ci siamo interrogati, e forse dovrebbero farlo anche altri oltre a noi, sul pernicioso effetto che la nuova santa alleanza tra il partito dei giudici e il partito dei giustizialisti di piazza, cioè il Movimento cinque stelle, potrebbe avere sul futuro politico dell’Italia. Se il partito forcaiolo di Grillo arrivasse in qualche forma al governo, facendosi portavoce delle idee e dei metodi di una parte della magistratura che coltiva da sempre l’ambizione di rivoltare il paese come un calzino (“non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti”, il celebre brocardo attribuito a Piercamillo Davigo, candidato capo dell’Anm) e poi comandarlo a bacchetta, sarebbero tempi cupi per la democrazia. E non solo per i “colpevoli non ancora scoperti”.

 

Poi ci sono alcuni aspetti che meritano una ulteriore riflessione. Il clima politico-manettaro attuale non è (non ancora, né sperabilmente lo sarà) quello del 1992-1993, un’intera classe politica fatta fuori con tintinnar di manette e la “gente” a fare il tifo fuori dai tribunali. Altra differenza, e più sostanziale, è che il partito di Beppe Grillo non è – probabilmente non lo sarà mai, ci vogliono decenni e molto studio per diventarlo – il “partito dei giudici”. Lo era, organicamente, il Pci-Pds ai tempi in cui un Luciano Violante ne era il referente non occulto, ma ideologico. I tempi in cui un alto e stimato magistrato di Milano come Gerardo D’Ambrosio poteva con naturalezza, dismessa la toga, divenire senatore dei Ds. I tempi dello strapotere mediatico di Magistratura democratica. I tempi in cui l’ex Pci candidava Tonino Di Pietro per cavalcarne l’onda.

 

Grillo e i suoi non sono così ideologicamente e politicamente attrezzati (e semmai sono loro a far propria l’ideologia dei magistrati, non il contrario). Sono l’equivalente, oltre vent’anni dopo, della canea giustizialista e populista che allora si materializzava nella “gente”, nella sinistra tricoteuse, nella Lega nord che esibiva il cappio in Parlamento e nella destra post-fascista ma non ancora sdoganata.

 

Il punto è esattamente questo: quelle aree (anti)politiche che fecero da massa critica alla spallata dei giudici, sostanzialemente funzionale al Pci-Pds, trovarono in qualche modo degli argini politici. L’argine della politica. A destra, fu Silvio Berlusconi a “costituzionalizzare” la Lega e Alleanza nazionale, offrendo loro una prospettiva politica vagamente liberale, recuperando l’area moderata. A sinistra –  che pure continuò a coltivare il suo collateralismo con la magistratura d’assalto e il giustizialismo e a farne un’arma politica – finì per prevalere l’esperienza dell’Ulivo, della sinistra responsabile e di governo (seppure con Di Pietro al governo) e infine il sogno della “vocazione maggioritaria” (seppure alleata con Di Pietro). Anche se gli esiti non sono sempre stati fantastici, su ambo i fronti. Ma la domanda di oggi è se il Pd di Matteo Renzi abbia o meno la forza e un progetto politico per arginare e incanalare la nuova massa critica giustizialista, e se la destra abbia una vaga idea in proposito. Se non sarà così, allora sì che Magistratura grillina diventerà un problema.

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