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Chi guida il partito dei giudici

Inchieste che diventano programmi elettorali, pm che scoprono di avere la spalla giusta per provare a governare. Così il 5 stelle da portavoce del popolo è diventato il portavoce delle procure. Giù la maschera, Beppe.

6 Aprile 2016 alle 06:02

Chi guida il partito dei giudici

Una maschera di Beppe Grillo (foto LaPresse)

Possono mettersi il rossetto, indossare la minigonna, travestirsi da establishment, mascherarsi da imprenditori e dichiararsi maturi ripulendosi il volto, rasandosi bene la barba, indossando vestiti di buona sartoria, parlando un ottimo inglese e mostrandosi al pubblico e agli elettori con un volto diverso, nuovo, rinnovato, maturo, presentabile, direbbe qualcuno. Ma il risultato alla fine non cambia e anche le cronache di questi giorni, legate all’inchiesta della procura di Potenza, ci dicono, senza possibilità di fraintendimento, che, per la prima volta nella storia della nostra Repubblica, esiste un partito che ambisce a essere di governo e ha una caratteristica unica nel suo genere. Una caratteristica che va raccontata per quello che è e che va descritta depurandola dalla cosmetica elettorale delle accattivanti Raggi e Appendino e Associati. Il punto è semplice e vale la pena di spiegarlo in modo chiaro e lineare. Che cosa ci dicono le reazioni del Movimento 5 stelle di fronte a inchieste come quella di Potenza che in un certo modo “sfiorano” la politica? Che lettura bisogna dare al fatto che ogni attacco dell’Anm sia supportato e rilanciato dall’universo grillino (compreso lo schiaffo dato ieri dall’Anm lucana al premier: “Le dichiarazioni di Renzi sono inopportune nei tempi ed inconsistenti nei fatti”). E infine: che significato ha avere in Italia un partito, potenzialmente di governo, che trasforma sistematicamente indagini, inchieste, sentenze di un magistrato (con tutto il corredo vario di intercettazioni, brogliacci, interrogatori, dichiarazioni dei pm) nella linea ufficiale del proprio movimento?

 

Il governo degli onesti, diceva Benedetto Croce, è un’utopia per imbecilli, e questo si sa, ma la questione, stavolta, è meno filosofica ed è più politica e si lega a quella che oggi è la vera natura del Movimento 5 stelle, con il suo passaggio da movimento che voleva essere “portavoce del popolo” a movimento che si è affermato invece come “portavoce delle procure” – megafono perfetto di un’Italia che ha imparato a considerare naturale, oltre alla diffusione h24 di letame nei ventilatori di alcuni giornali, la trasformazione di un’indagine in una gogna, di un’intercettazione in una condanna e del processo mediatico in un passaggio normale del processo penale. In passato era già accaduto altre volte che si manifestasse una sovrapposizione plastica tra procure e partiti e in fondo la storia di Antonio Di Pietro (ex pm, che nel 2012 Grillo sponsorizzò per la corsa al Quirinale) è lì a dirci che non è una novità la presenza di un partito (l’Italia dei valori, il cui sito era curato da Gianroberto Casaleggio) costruito a immagine e somiglianza della magistratura politicizzata. La differenza tra ieri e oggi è però altrettanto plastica ed è legata a una possibilità concreta che mai prima d’ora si era manifestata con tanta chiarezza: l’eventualità che un incidente di percorso causato da un’inchiesta capace di sfiorare o infangare il governo possa contribuire a portare acqua nel mulino del partito delle procure. In altre parole, per la prima volta un movimento che fa proseliti tra i magistrati e che si è trasformato nella cassa di risonanza di alcune procure può ambire a diventare un partito di governo anche grazie a una strategia di supporto, chissà quanto involontaria, messa in campo da alcune procure (non certo quella di Potenza, ne siamo certi). Gli elettori, negli ultimi vent’anni, mostrando una certa assennatezza, hanno evitato in più occasioni – Ingroia nel 2013, Casson a Venezia e lo stesso Di Pietro – di premiare più del dovuto il partito dei magistrati (anche se De Magistris ed Emiliano sono comunque lì).

 

Ma la particolare condizione politica di questo periodo, anche in virtù dell’assenza di un centrodestra non solo credibile ma che dimostri di non essere al traino di Grillo, fa del Movimento 5 sentenze (M5s) il competitor più accreditato nella lotta politica contro il partito della nazione renziano e per questo la sovrapposizione tra grillismo e inchieste della magistratura ha un significato non solo culturale ma anche politico e persino di prospettiva. Per almeno due ragioni. Da un lato l’egemonia grillina sull’opposizione al renzismo ha avuto l’effetto di esasperare gli orrori del circo mediatico-giudiziario (per essere condannati dal tribunale del popolo oggi non serve più neppure essere intercettati ma è sufficiente essere citati da qualcuno in un’intercettazione) e la gran cassa delle inchieste delle procure oggi suona più forte che mai, complice il garantismo farlocco di un pezzo importante dell’universo di centrodestra (vedi editoriale a pagina tre). Dall’altro lato la possibilità concreta che i portavoce delle procure possano essere un domani concorrenziali contro il partito di governo renziano ha fatto sì che lo stesso Pd si sia attrezzato per competere con il Movimento 5 stelle proprio su questo campo (do you know Raffaele Cantone?). Dire che tutti i magistrati italiani siano affascinati dal verbo grillino è ovviamente una sciocchezza, anche perché il processo di rinnovamento nelle procure italiane portato avanti dal Csm sta premiando una nuova e meno interventista e meno ideologizzata generazione di magistrati (occhio a Milano). Dire però che quei magistrati politicizzati che sognano di proiettare sulle inchieste le proprie idee politiche, confondendo i peccati con i reati, abbiano l’occasione di avere un partito competitivo capace di sfruttare fino in fondo il proprio interventismo è dire una cosa vera. Il governo degli onesti resterà per sempre l’utopia degli imbecilli. Ma il governo dei giudici, per la prima volta, non è un’utopia e, tra rossetti, minigonne e travestimenti da establishment, è semplicemente un’alternativa elettorale. Giù la maschera, Beppe.

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