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Il governo modello interim è terreno fertile per le intemerate della magistratura

Primo: funziona la squadra di governo? Secondo: quali sono i punti di forza e di debolezza della squadra? Terzo: è possibile tracciare uno schema del metodo Renzi osservando l’operato dei suoi ministri?

4 Aprile 2016 alle 06:00

Il governo modello interim è terreno fertile per le intemerate della magistratura

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi (foto LaPresse)

Tu chiamalo se vuoi governo interim. A voler mettere da parte le ragioni di “opportunità” (termine orrendo) che hanno portato alle dimissioni del ministro dello Sviluppo Federica Guidi, a due anni dell’insediamento di Renzi a Palazzo Chigi, dopo aver fatto tutte le valutazioni del caso relativamente al bilancio dei due anni di governo del segretario del Pd, vale forse la pena usare proprio il caso Guidi per buttare giù un altro bilancio, legato alla squadra scelta dal rottamatore per giocare la sua sfida di governo.

 

Proviamo ad argomentare la nostra riflessione seguendo tre direttrici. Primo: funziona la squadra di governo? Secondo: quali sono i punti di forza e di debolezza della squadra? Terzo: è possibile tracciare uno schema del metodo Renzi osservando l’operato dei suoi ministri? La risposta alla prima domanda è semplice e vive all’interno di un paradosso: la squadra di ministri funziona per il semplice fatto che (a) quasi nessun ministro è insostituibile e (b) quasi tutti i ministri hanno accettato un principio, in teoria eretico. Il principio è questo: dai ministeri non passa alcun concreto processo decisionale e tutte le scelte (per la gioia delle procure birichine) partono, nascono e vengono elaborate e finalizzate a Palazzo Chigi. Con il risultato, accettato dai ministri, che i titolari dei dicasteri hanno ruoli da semplici esecutori-figurine. I veri ministri, tranne alcuni casi, si trovano solo e soltanto a Palazzo Chigi e il ministro Guidi, prima dell’inciampo, era uno dei molti ministri di fronte ai quali gli interlocutori avevano spesso, e giustamente, l’impressione di parlare con una persona competente, sì, ma impossibilitata a decidere alcunché, perché alla fine decidono tutto Luca, Maria Elena e Matteo. Al governo e ovviamente anche al partito (provate a chiedere a un qualsiasi dirigente del Pd quando è stata convocata l’ultima segreteria del Pd, gli si incroceranno i diti, e poi sarà costretto a dirvi: agosto 2015).

 

La condizione di Guidi, seppure con sfumature diverse, è la stessa condizione che vivono dunque tutti (o quasi) i ministri del governo Renzi e la mancanza oggettiva di autonomia dei capi dei ministeri è, se vogliamo, insieme un punto di forza e di debolezza del premier. Da una parte, infatti, a differenza dei suoi predecessori, Renzi può trarre beneficio dal non avere costruito diarchie all’interno del governo e il solo fatto che sia difficile ricordarsi quali siano i nomi di tutti i ministri (provate a chiedere al primo passante, o a voi stessi, chi sono i nomi degli uomini che fanno parte dell’esecutivo) rende bene l’idea che non esistono stelle in grado di offuscare la luce del principe di Palazzo Chigi (e non è un caso che in due anni di governo non si ricordi una sola intervista di un qualche ministro che abbia fatto davvero notizia, tranne naturalmente quelle dei ministri intervistati da questo giornale, faccina). Dall’altra parte, invece, aver concentrato tutto a Palazzo Chigi – e aver tolto di fatto capacità di azione a molti ministri – ha creato una serie di ingorghi nei ministeri, ha rallentato spesso l’attività legislativa e ha contribuito a produrre leggi monster come quella sulla concorrenza (che giustamente la senatrice Lanzilotta propone di prendere e buttare nel cestino). L’arrivo di Nannicini a Palazzo Chigi – arrivo importante perché è il primo volto non fiorentino, non sanguigno, ammesso nella cerchia ristretta di Renzi – va letto anche sotto questa prospettiva: smaltire il traffico dei provvedimenti bloccati ai ministeri con una squadra di economisti che ha il compito di creare una serie di ministri ombra all’interno di Palazzo Chigi.

 

Lo schema Renzi – nessuna luce che possa offuscare quella del premier – è in sostanza questo e anche se molti ministri hanno mostrato in questi anni delle capacità non proprio da centometristi (Guidi era tra questi) lo schema funziona (con un però) ed è l’emblema del metodo sindaco d’Italia. I ministri sono come degli assessori e gli assessori di governo non fingono neppure di essere in teoria legati al Capo dello Stato (che li nomina con decreto presidenziale) ma rispondono direttamente al sindaco d’Italia. Stop. Funziona per tutti così? Quasi per tutti, con qualche eccezione. Maria Elena Boschi, Pier Carlo Padoan, Paolo Gentiloni, Andrea Orlando (oltre ad Angelino Alfano). La prima, insieme con Lotti, è l’unico ministro ad aver voce in capitolo (e diritto di replica) su tutti i dossier del governo e di lei Renzi si fida ancora ciecamente (ed è comprensibile che le procure nemiche si facciano in quattro per macchiare il ministro). Il secondo si è fatto una ragione del fatto che i dossier di politica economica nascano prima a Chigi che al Mef e ha accettato, non avendo ambizioni strettamente politiche, di indossare i panni dell’ambasciatore del renzismo in Europa, riuscendo a essere un punto di equilibrio importante tra le istanze del governo e le richieste dell’Europa (se non ci fosse Padoan, l’Europa si sarebbe probabilmente già pappata Renzi). Gentiloni, anche in virtù del rapporto diversamente cordiale tra Renzi e Mogherini, è una delle persone che il presidente del Consiglio ascolta di più, non solo sui dossier di politica estera, e a Gentiloni Renzi lascia un buon margine di autonomia, anche se di fatto, come sempre accade con i governi caratterizzati da una forte leadership, le veci di ministro degli Esteri le fa spesso lo stesso premier. Caso diverso invece è quello di Orlando. Il ministro della Giustizia (capo dei giovani turchi insieme con Matteo Orfini) ha ancora un rapporto di fiducia con Renzi, nonostante i due siano meno complici rispetto all’inizio del percorso di governo. Anche se Orlando ha seguito una strada che il premier non ha apprezzato (“troppo timido”) oggi il ministro ha un ruolo importante e, giocando di sponda con Legnini (Csm), è diventato l’unico vero interlocutore del governo con un pezzo di magistratura – e di questi tempi, in un contesto all’interno del quale una parte della magistratura è ideologicamente avversa al renzismo, avere un canale con il mondo dell’Anm e con alcune procure delicate diciamo che non è del tutto secondario.

 

L’interim che per qualche settimana Renzi prenderà al ministero dello Sviluppo è da questo punto di vista, seguendo il nostro ragionamento, una non notizia. Il governo Renzi è infatti un “governo interim”. E lo schema presenta molti pregi ma anche qualche difetto. Non ultimo che passando tutti ma proprio tutti i dossier di governo e di partito da Palazzo Chigi per un magistrato malizioso, spregiudicato e origliatore rischia di essere un gioco da ragazzi pescare dal suo mazzo delle intercettazioni una qualche telefonata non penalmente rilevante capace di creare un qualche problema in materia di opportunità politica al mondo renziano. La lunga fase di campagne elettorali è iniziata. E come ha potuto sperimentare già con il referendum sulle trivelle, le procure promettono di essere per Renzi un competitor ben più pericoloso dei suoi avversari politici. Il mazzo è lì. E prima o poi qualcuno allungherà la canna da pesca per vedere, ancora, l’effetto che fa. Il governo interim, con tutto il potere spostato a Palazzo Chigi, da questo punto di vista non può che essere un bocconcino prelibato per una procura che intende colpire il palazzo di governo.

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