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Il senso di Romano Prodi per la Rete

L’ex premier attacca i “poteri forti” che dominerebbero Internet, ma si perde in un mare di imprecisioni e demagogia.

31 Marzo 2016 alle 14:49

Il senso di Romano Prodi per la Rete

Romano Prodi (foto LaPresse)

30 aprile 1986: grazie alla lungimiranza di alcuni pionieri e a un collegamento satellitare da 28 kbps, l’Istituto CNUCE di Pisa è la prima istituzione italiana ad accedere a internet – anzi, ad Arpanet: il nucleo originario della rete delle reti. In Europa solo Norvegia, Regno Unito e Germania (Ovest) sono arrivati prima. E' probabile che, in quelle settimane, il giovane Matteo Renzi si trastullasse con “Bim Bum Bam” (“La ruota della fortuna” era ancora un’aspirazione remota). Romano Prodi, invece, già furoreggiava all’Iri: qualche mese dopo, la rivista “Il Mondo” l’avrebbe annoverato tra gli uomini dell’anno per “aver fatto voltare pagina all’istituto di via Veneto”, puntando “sui settori nuovi, dalle telecomunicazioni all’aeronautica”.

 

A trent’anni di distanza, Renzi annuncia su Facebook – e dove, altrimenti? – l’intenzione di celebrare nelle scuole la ricorrenza con un Internet Day: un’iniziativa un po’ ruffiana, com’è nello stile del presidente del Consiglio, ma che denota un certo apprezzamento per il peso di quel debutto. E Prodi? Continua a cimentarsi con i settori nuovi, ma la sua familiarità col tema non risulta significativamente accresciuta.

 

Sul Quotidiano Nazionale di domenica, Prodi ammonisce: “Ci può salvare solo un’internet europea”. Cioè, un’intranet; però bella grande. Ma salvare da che, esattamente? Il Professore ne ragiona “da anni” e tanta illuminata fatica si catalizza davanti ai nostri occhi in un parallelo che profuma di futuro: le reti sono “le nuove caravelle della globalizzazione”. L’iNiña, l’ePinta e la Wikimaría. Il problema – dice Prodi – è che le caravelle, cioè le reti, sono tutte “americane o cinesi”. Come, prego? E a cosa mi sono connesso, allora, stamattina? Facciamo un po’ d’ordine: una cosa sono le infrastrutture, un’altra gli apparati, un’altra ancora le applicazioni e i servizi. Infine, la rete come ecosistema è una cosa ancor diversa. Internet è una sola (nel senso dell’aggettivo). E, comunque la si guardi, l’A4 non diventa un’autostrada americana se la percorro a bordo di una Lincoln.

 

Ma concediamo, per amore di argomento, che l’invasione diagnosticata da Prodi sia alle porte. Perché assumere che le imprese vengano a far la guerra all’Europa? Semplice: “Hanno un rapporto con il loro stato di origine”. Qui persino il morbido intervistatore sobbalza: lo scontro Apple-Fbi non dimostra, forse, la debolezza della chiave di lettura nazionalistica? Guai a interrompere la melodia del ragionamento con questi dettagli petulanti. Prodi vola molto più alto: “Se noi europei restiamo senza queste reti siamo finiti”. Uno spettro si aggira per l’Europa: i ladri di rame. Per fortuna la soluzione è già pronta: i social fatti in casa. Dopo il Google autarchico di Chirac e Schröder, il Facebook a denominazione d’origine controllata di Prodi – non si dica che le élite europee non si aggiornano.

 

Certo, occorrerebbe un’Europa ben più cazzuta di questa. Sono lontani i tempi in cui Bruxelles le cantava a Microsoft. Allora, sì, la Commissione aveva una guida sicura. Una silhouette massiccia, rassicurante. Una voce forte, con un pacioso accento emiliano. Come si chiamava quel personaggio irripetibile? Nostalgia canaglia. Le imprecisioni e gli equivoci sulla natura di internet, allora, non contano perché quello della rete – pardon: delle reti – è un pretesto per declamare una volta di più il vangelo secondo Prodi. Va bene innovare, ma senza esagerare. Va bene la libertà, ma con moderazione. Va bene il mercato, ma fino a un certo punto. Solo la sovranità non conosce eccessi. Di fronte alle sfide di un mondo che cambia, la medicina di Prodi è sempre la solita: politica, politica, politica. E c’è da capirlo, con tutto il bene che gli ha fatto.

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