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La mutazione del Pd inizia con il referendum sulla riforma della Carta

L'asse centrista e verdiniano sarà messo alla prova. Intanto il partito si dichiara pronto ad aprirsi a un elettorato più ampio.

26 Marzo 2016 alle 06:18

La mutazione del Pd inizia con il referendum sulla riforma della Carta

Dario Parrini, deputato renziano, segretario del Pd regionale della Toscana

Roma. Cambiare pelle, trovare una nuova forma organizzativa. Il Pd di Matteo Renzi si avvicina alla sua mutazione genetica: l’occasione, per il partito del presidente del Consiglio, sarà il cammino verso il referendum sulla riforma costituzionale. I comitati per il sì non saranno soltanto un’occasione per vedere quanto la coabitazione fra Pd e tutta la galassia centrista e verdiniana può reggere; lì si vedrà soprattutto la nuova natura del Pd renziano, un partito allargato che cerca il consenso di un elettorato liquido, un partito che cambia di volta in volta il suo pubblico di riferimento.

 

Dario Parrini, deputato renziano, segretario del Pd regionale della Toscana, sta seguendo la nascita dei comitati. Dice al Foglio: “Dopo questo referendum, il Pd diventerà un partito più aperto e rappresentativo e saprà rimettere in discussione la propria forma. La single-issue politics avrà sempre più peso nella politica del futuro. Non serviranno più piattaforme rigide ma battaglie tematiche su singole campagne. Così la capacità di mobilitazione di un partito può variare a seconda di un argomento e il pubblico di una singola battaglia può non coincidere con il pubblico di un’altra singola battaglia. Tu devi essere in grado, ogni volta, di cercare il pezzo di società con il quale vincere quella determinata battaglia”. E’ il caso, appunto, del referendum costituzionale. Secondo Parrini, tracce di questa trasversalità di consensi si trovano nel sondaggio di Ilvo Diamanti pubblicato lunedì su Repubblica. “Dicono di voler votar sì il 35 per cento degli elettori di Sel, la metà degli elettori di Lega e M5s, il 60 per cento degli elettori di Forza Italia. Tutti i partiti i cui gruppi dirigenti faranno i comitati per il no. Dunque il referendum sarà il simbolo del grado enorme di postideologicità e antidogmaticità dei comportamenti elettorali dei cittadini. I quali scelgono volta per volta secondo l’argomento e l’elezione e il candidato. Le fedeltà acritiche agli ordini di scuderia sono belle che andate! La gente non si vuol far portare a spasso dall’antirenzismo demagogico di qualche tribuno da strapazzo. Il referendum di tutto ciò sarà l’epitome dirompente”. Per far questo però, dice Parrini, bisogna che i comitati per il sì siano aperti alla società civile, ai simpatizzanti del Pd o di altri partiti e che magari sono “alieni dalla militanza politica. I comitati per il sì devono essere il simbolo del Pd che si allarga e che si apre”. La dicotomia, per il segretario toscano, non è quella classica fra partito pesante e partito leggero. La vera distinzione “è fra partito aperto e partito chiuso, fra partito flessibile e partito rigido. Questo non significa dar meno peso ai valori; anzi, come dimostra la riforma costituzionale, gliene diamo tanto e li trasformiamo in realtà”.

 

Nel Pd però c’è chi non ha intenzione di dividere i comitati, per esempio, con Denis Verdini. E’ il caso di Enrico Rossi, governatore della Toscana e candidato alla segreteria del partito, ma anche della deputata Elisa Simoni. “E’ un’obiezione che non capisco: i comitati si fanno con i cittadini. Se si fa un comitato con i dirigenti di partito, addio. Nella storia d’Italia, i referendum di svolta hanno potuto contare su maggioranze trasversali, come quelli sull’aborto o sul divorzio, nel quale il Pci si trovò spalla a spalla con il Partito Liberale, con cui non condivideva nulla dal punto di vista governativo”. Nei referendum del 1991 per l’abolizione delle preferenze plurime e del 1993 per il passaggio al maggioritario, ricorda Parrini, i comitati del sì erano eterogenei. “Nessuno fece comitati di partito”.

 

Il segretario toscano dice di non essere preoccupato dai maldipancia della sinistra Pd, che sembra essere sempre sul punto di una scissione. Anzi rivolge un appello perché chi è contrario alla linea di partito resti nel Pd e provi, da minoranza, a diventare maggioranza. “Corbyn è la dimostrazione di come una minoranza di sinistra interna a un partito progressista possa un giorno diventare maggioranza. Oskar Lafontaine è invece l’esempio di una sinistra che sbatte la porta e che da anni ottiene un solo risultato, quello di favorire la vittoria del centrodestra”. Per il Pd il modo “migliore per concretizzare valori di sinistra è fare sempre più del Pd forza ‘centrale’ nel senso del Neue Mitte di Schröder e Otto Schily”. Un partito del genere può strutturarsi attorno a una formula, che Parrini chiama “partito Move On”. “Abbiamo bisogno di una comunicazione costante con il popolo delle primarie; abbiamo una banca dati di milioni di persone con cui dobbiamo avere una relazione molto meno intermittente e più continuativa, facendo uso delle tecnologie informatiche che non si limitino a Facebook e Twitter. Grazie al referendum possiamo fare un salto di qualità mobilitando una grande quantità di volontari per la riforma costituzionale che magari su un altro tema, non parteciperebbero”. Parrini, intanto, comincia da casa sua. In Toscana, il Pd ha organizzato seminari di formazione riservati al gruppo dirigente, mandando amministratori comunali e dirigenti di circolo “a scuola di riforma”. “Una sorta di addestramento contro le bufale che gli anti-cambiamento (M5s e Fatto quotidiano in primis) sempre più metteranno in giro”. Il Pd è pronto per la mutazione.

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