Gianni Cuperlo (foto LaPresse)

Ogni motivo è buono per il dàgli a Renzi. Dopo Verdini, il referendum sulle trivelle. Avanti il prossimo

Redazione
Dopo il caso Verdini, la minoranza del Pd critica il presidente del Consiglio per la posizione presa sulla chiamata referendaria del 17 aprile.

Denis Verdini ormai sembra un problema passato, dimenticato. C'è altro nella testa della minoranza del Pd, nuovi spunti per esprimere la propria discordia nei confronti di Matteo Renzi. Il nuovo fronte su cui criticare il presidente del Consiglio è il referendum del 17 aprile sulle trivelle. “Il quesito non ha buon senso”, ha detto Renzi a proposito del referendum abrogativo sulla legge ambientale che regola le trivellazioni in mare, richiesto da nove Consigli regionali (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise). "Questo referendum è inutile. Non riguarda le energie rinnovabili, non blocca le trivelle (che in Italia sono già bloccate entro le 12 miglia, normativa più restrittiva di tutta Europa), non tocca il nostro patrimonio culturale e ambientale. Serve solo a dare un segnale politico, come hanno spiegato i promotori. E costerà 300 milioni agli italiani", hanno ribadito in una nota Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani.

 

Non basta. L'inserimento del Partito democratico nella lista, pubblicata dall'Agicom, delle forze politiche che si asterranno, ha riacceso i dissapori interni della minoranza Pd. Ha iniziato Roberto Speranza: "Chi ha deciso l'astensione? Non la condivido affatto". Lo ha subito seguito Michele Emiliano che ha parlato di "refuso burocratico" prima di tirare in ballo nientemeno che Barack Obama via Twitter:

 

 

Da qui è un susseguirsi di voci, di attacchi, in un collettivo dàgli al premier. Nico Stumpo: "La decisione di astenersi sul quesito referendario relativo alle trivelle in mare previsto in aprile, non è condivisibile". Davide Zoggia: "Astensione sul referendum no triv? Se fosse confermato ciò che è scritto sul sito dell'Agcom non andrebbe bene per niente. C'è un referendum, i cittadini italiani spendono denari per tenerlo e un partito serio ne discute e prende una decisione, non cerca di far passare sotto silenzio una scelta così delicata". Federico Fornaro: ""Quando abbiamo recentemente chiesto di ripensare al doppio ruolo di segretario del PD e Presidente del Consiglio siamo stati tacciati di alimentare sterili polemiche. La vicenda del referendum sulle trivelle, invece, è lì a dimostrare che avevamo ragione noi. Un grande partito popolare come il Pd, che ha nel suo dna la partecipazione dei cittadini, non può sostenere l'astensione: una scelta che rinnega la sua stessa storia e quella del centro-sinistra". Vannino Chiti: "Andrò a votare sì al referendum sulle trivellazioni e sostengo le motivazioni delle Regioni che l'hanno proposto. Nei referendum i partiti devono dare un orientamento ma poi lasciare sempre la libertà di voto". Infine la stoccata di Gianni Cuperlo: "Suggerire e auspicare che le persone non vadano a votare in un referendum popolare non è mai buon esercizio di partecipazione e democrazia e non porta nemmeno troppo bene".

 

L'astensione come massima paura, come mostro democratico da abbattere. Peccato che un decennio fa la parte più a sinistra degli allora Ds la pensasse in modo completamente diverso su questo tema. Era il 2003 e gli elettori erano stati chiamati a votare per due referendum: uno per l'"abrogazione delle norme che stabiliscono limiti numerici ed esenzioni per l'applicazione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori", l'altro per l'"Abrogazione dell'obbligo per i proprietari terrieri di dar passaggio alle condutture elettriche sui loro terreni". In tutti e due i casi il quorum non fu raggiunto, grazie anche alle indicazioni di voto dei Ds. Diceva Maurizio Migliavacca, allora membro della segreteria nazionale: 'La non partecipazione al voto vuole semplicemente dire che la stragrande maggioranza degli italiani, come i Ds hanno detto subito, non si e' riconosciuto in un quesito referendario che non era una priorità nè per il Paese nè per il lavoro''. Dava man forte lo stesso Vannino Chiti: "Il referendum sull'art.18 si è
chiuso con un esito che rappresenta il male minore. Il quesito era sbagliato e dannoso. E con l'astensione siamo riusciti a renderlo soltanto inutile". Anzi, l'allora coordinatore dei Ds alzava il tiro: "Il risultato evidenzia la necessità, ormai ineludibile, di una riforma del referendum, un istituto importante, ma ormai logorato dal cattivo uso e talora abuso che ne è stato fatto".

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