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Perché 20 senatori Pd sono contro Renzi sulle Banche popolari

“Se i soci di una Bcc vogliono trasformare la banca che hanno ricevuto dalle precedenti generazioni in una spa, seguano le procedure normali, versino le riserve indivisibili ai fondi mutualistici per lo sviluppo della cooperazione e deliberino un aumento di capitale adeguato”. Il testo dell'appello.

10 Marzo 2016 alle 18:04

Perché 20 senatori Pd sono contro Renzi sulle Banche popolari

Matteo Renzi oggi in visita al Distretto Cyber Security presso la sede di Poste Italiane a Cosenza (LaPresse)

Cari presidenti, gentile ministra, i sottoscritti senatori ritengono che il disegno di legge sulle banche debba essere modificato in più punti, in particolare negli articoli che riformano il credito cooperativo. L’attribuzione del ddl in prima lettura alla Camera dei deputati ha fatto venire meno la tradizionale navetta che vuole la prima lettura su materie analoghe vada ora a una camera ora all’altra. Lo svolgimento dei lavori, al di là del calendario ufficiale, fa temere una dilatazione dei tempi tale da consegnare al Senato un ddl non più modificabile. Lo diciamo subito, a futura memoria: una gestione dei lavori parlamentari di questo tipo non può essere accettata, specialmente ove Montecitorio non apportasse le modifiche che si rendono necessarie anche in ottemperanza del dettato costituzionale in tema di cooperazione.

 

Veniamo al merito. Secondo il ddl, le banche di credito cooperativo costituiscono un gruppo bancario che al  vertice ha una holding in forma di spa. Un patto di coesione definisce i diritti e doveri reciproci delle Bcc. La Bcc che volesse restare da sola perderebbe la licenza bancaria. Il legislatore intende così consolidare il credito cooperativo in una stagione di margini decrescenti, per effetto della manovra della Bce sui tassi d’interesse, e di grave deterioramento dei prestiti, causato dalla recessione. La holding, il cui capitale sarà sottoscritto dalle Bcc nella misura di un miliardo, sorveglierà la sana a prudente gestione delle singole banche. Le più deboli saranno ricapitalizzate dal gruppo attraverso la holding e questa ne indirizzerà e controllerà la gestione. Le Bcc meglio gestite, invece, godranno di ampia libertà. In tal modo, il credito cooperativo, oggi frazionato in 360 Bcc, acquisisce i vantaggi della grande dimensione senza rinunciare all’autonomia delle sue componenti, ove meritata. Questo progetto è largamente positivo, ma il ddl contiene due lacune e un errore che lo possono far naufragare.

 

La prima lacuna riguarda le modalità con cui le Bcc possono costituire il capitale della holding. Il ddl non precisa se la holding debba essere capitalizzata per contanti o attraverso il conferimento di asset. Non funziona. Bisogna scegliere, e scegliere bene. Con il versamento in contanti, la holding sarà forte, basata su valori non discutibili. Un miliardo liquido, d’altra parte, rappresenta una somma rilevante per le Bcc. Avremo perciò una holding sola e un gruppo unico di credito cooperativo, aperto al capitale finanziario nella holding, che è una Spa, ma non scalabile. Ridurre a 5-600 milioni il capitale della holding e ammettere la sua sottoscrizione attraverso il conferimento di asset (immobili soprattutto, ma anche partecipazioni) favorirebbe la moltiplicazione di holding per lo più illiquide e di gruppi di credito cooperativo per lo più deboli. Alla prima difficoltà, le Bcc dovrebbero aprire le holding anche oltre il 49 per cento per ricapitalizzarsi, non potendo più contare sulla solidarietà del sistema del credito cooperativo. E non ci sarebbe obbligo di legge a conservare il 51 per cento della holding che possa tenere ove i requisiti patrimoniali si indebolissero sotto le soglie stabilite dalla Vigilanza. Ricordiamo che una settantina di Bcc è oggi in difficoltà. Facciamo presente che, avendo tutte le Bcc nella propria ragione sociale lo stesso marchio, sarebbe esiziale per la reputazione dell’intero credito cooperativo - per la fiducia che in esso debbono poter avere le famiglie e le imprese - il "fallimento" di qualche Bcc non  risolto, com’è avvenuto finora, dal credito cooperativo stesso.

 

L’errore consiste nel prevedere il diritto di uscire dal credito cooperativo per le Bcc con patrimonio netto superiore ai 200 milioni previo pagamento di un’imposta sostituiva del 20 per cento sulle riserve indivisibili. La fuoriuscita potrà avvenire o attraverso la semplice trasformazione della cooperativa di credito in spa ovvero con la scissione dell’azienda bancaria e il suo conferimento a una spa in prima battuta controllata dalla cooperativa e poi chissà. Anche in questo caso si prevede l’imposta sostituiva del 20 per cento.

 

E’ un errore consentire la trasformazione della Bcc in spa. In tal modo si darebbe ai soci attuali il pieno possesso di riserve, che costituiscono in media il 90 per cento del patrimonio delle Bcc e che sono state accumulate dalle precedenti generazioni in esenzione d’imposta per la precisa finalità di esercitare lo scambio mutualistico nell’attività creditizia. L’imposta sostituiva, d’altra parte, non ripagherebbe le imposte evitate in tanti decenni e il loro costo finanziario cumulato per lo Stato. Ove l’errore fosse confermato, il minimo che ci si possa aspettare è una procedura d’infrazione da parte della Ue per aiuti di Stato.

 

Nemmeno la scissione dell’azienda bancaria e il suo conferimento a una spa vanno bene. La cooperativa di credito cesserebbe di essere tale; non si capisce come eserciterebbe lo scambio mutualistico, posto che l’attività bancaria passerebbe alla spa. La coop conserverebbe indivise le riserve indivisibili ma si trasformerebbe in mera holding. Per evitare questo esito finanziarizzante, la coop ex Bcc dovrebbe inventarsi altre funzioni di pubblica utilità, ma non si capisce con quali risorse le potrebbe sostenere posto che gli utili della spa, ormai modesti a causa della crisi e ulteriormente ridotti dalle imposte, andrebbero interamente accantonati a riserva per parecchi anni. Il prelievo del 20 per cento, infatti, indebolirebbe i requisiti patrimoniali delle Bcc in uscita in una fase storica nella quale la Bce e le banche centrali nazionali richiedono mezzi propri sempre più elevati.

 

Morale: se i soci di una Bcc vogliono trasformare la banca che hanno ricevuto dalle precedenti generazioni in una spa, seguano le procedure normali, versino le riserve indivisibili ai fondi mutualistici per lo sviluppo della cooperazione e deliberino un aumento di capitale adeguato. Se sono così certi della bontà della ditta, troveranno sottoscrittori.

 

La seconda lacuna, infine, riguarda la data alla quale si calcola se una Bcc raggiunge o meno la soglia dei 200 milioni che darebbe diritto alla way out. Logica vorrebbe che ci si riferisse all’ultimo bilancio approvato prima dell’entrata in vigore della legge. Ma il ddl tace e con questo silenzio accredita il sospetto che si voglia procrastinare nel tempo la verifica della soglia così da consentire anche a Bcc di minor taglia di approfittare della way out attraverso fusioni dell’ultima ora.
Una tale combinazione di errori e di lacune può risultare fatale al progetto del gruppo bancario cooperativo con gravi ricadute sull’intero sistema del credito. E sarebbe un peccato.
Vi chiediamo dunque di operare in modo tale da scongiurare esiti inaccettabili.

 

Mucchetti, Casson, Corsini, D’Adda, Dirindin, Fornaro, Gatti, Gotor, Guerra, Guerrieri Paleotti, Lai, Lo Giudice, Lo Moro, Manassero, Micheloni, Migliavacca, Pegorer, Ricchiuti, Sonego, Tocci

 

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