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Le primarie ci fanno godere ma c’è un modo per salvarsi dagli euro cammellati

So di donne e uomini che hanno interrotto il loro soggiorno in campagna e sono andati in treno a Roma per mettersi in fila ai gazebo.

8 Marzo 2016 alle 19:56

Le primarie ci fanno godere ma c’è un modo per salvarsi dagli euro cammellati

So di donne e uomini che hanno interrotto il loro soggiorno in campagna e sono andati in treno a Roma per mettersi in fila ai gazebo. Non mi è sembrato che lo abbiano fatto per il solito riflesso di elettori di sinistra politicizzati e particolarmente disciplinati, di quelli che di elezioni non se ne perdono una e che motivano l’ostilità feroce del Cav. nei confronti del maggioritario a due turni, a dirla tutta credo che se dovessero avere altri impegni il 5 giugno, quando si terranno le elezioni che contano, non avrebbero alcuno scrupolo a non andare a votare. Non mi è sembrato nemmeno di assistere all’ennesimo revival della coppia amico nemico in politica, quelli che stanno con Renzi e quelli che lo vogliono cionco e menomato. Donne e uomini in questione sono rimasti sorpresi dalla freschezza e dal dinamismo del presidente del Consiglio, a volte hanno appezzato qualche sua decisione ma in generale mi sembrano sospesi tra il fatalista e l’agnostico, non c’è traccia di un culto come della personalità come un tempo per il Migliore o per il malinconico segretario destinato a una fine teatrale.

 

Il rapporto con la politica è terra terra, sono elettori scafati che riflettono e in questo sono moderni, ne hanno una visione non sacrale ma laica, propedeutica alla buona amministrazione. Le primarie invece no, le sentono come cosa loro. Una signora intervistata in televisione spiegava pacatamente che sono piene di approssimazioni e difetti ma restano il modo più gratificante per partecipare alla vita politica del partito e del paese. Certamente più dei tremila paranoici click con cui quando va bene viene selezionato in rete il candidato dei 5 Stelle. E più della nomination da parte di tre capi tribù Algonquin riuniti nel caucus di Arcore.

 

Le primarie suonano come una sorta di risarcimento per il passato che se n’è andato e per questa nuova era in cui nessuno sa dove siano le sezioni di partito e non si tengono più storici congressi. I quasi cinquantamila votanti di Roma saranno pure la metà dei partecipanti alle primarie del 2013 ma pur sempre tanta folla da riempire per due terzi lo stadio Olimpico: viste le derive delinquenziali, il modo traumatico in cui si è conclusa la catastrofica esperienza amministrativa, la scissione consumatasi a sinistra, più che un buon colpo d’occhio, è un miracolo. A voler giocare con i numeri come ha fatto perfidamente D’Alema, “più commentatori che elettori” ha detto, la minoranza interna dovrebbe chiedersi come mai il candidato sostenuto compattamente da Bersani e Gotor e Speranza e D’Alema medesimo abbia raccolto sì e no un terzo dei voti. Da quando nel 2005 furono estratte dalla boite à outils del professor Arturo Parisi, le primarie hanno contribuito a cambiare non poco il sistema politico. Allora dettero legittimità a un candidato alla presidenza del Consiglio che non aveva un partito alle spalle, Romano Prodi, più di quattro milioni andarono ai gazebo, un record ancora ineguagliato. Non riuscirono però a cambiare le procedure di selezione e a formare il nuovo ceto dirigente della coalizione union-ulivista che infatti di lì a poco andò in frantumi. 

 

[**Video_box_2**]A volte la consultazione ha selezionato il candidato che poi ha effettivamente vinto ma si è rivelato poco adatto a governare, vedi per l’appunto Ignazio Marino. La partecipazione alle primarie per la segreteria del Pd è andata decrescendo, da Veltroni a Bersani a Renzi, dovrebbe anche questo far riflettere ma di certo non è più concepibile un partito democratico che non passi per questo ersatz di primarie americane. Che comunque ha sbaragliato gli oligarchi, i signori delle tessere, i padroni della macchina partito. E dato un impulso decisivo alla politica candidate-centered in cui siano i candidati a connotare i partiti e non viceversa. Senza arrivare alla complessità – e al costo folle – del sistema americano, non sarebbe male riorganizzarle, stabilire regole uniformi su scala nazionale e locale, costituire un albo degli iscritti e degli elettori. Non vedremmo più scene non proprio edificanti come la compravendita di un voto fuori dal seggio. E va bene che le truppe cammellate sono sempre esistite e i tempi sono al risparmio ma un euro per una croce sulla scheda, no proprio non si può.    

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