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La partita vera Renzi la gioca in Libia

Bocciata l'ONU che ha fallito miseramente al di là del Mediterraneo. Promosso Bertolaso che ha dimostrato il piglio autorevole che serve a Roma. Bocciato Salvini ormai imbronciato come un bimbo bizzoso. Il Pagellone alla settimana politica di Lanfranco Pace

5 Marzo 2016 alle 06:25

La partita vera Renzi la gioca in Libia

Matteo Renzi con Paolo Gentiloni (foto LaPresse)

Non c'è bisogno di aspettare il referendum d'autunno per vedere se Renzi è solo un fortunato cacciatore di consensi o anche uomo con carapace attrezzato per momenti difficili. La partita vera si sta giocando adesso sulla scena internazionale. Non in Europa, dove pure ha condotto scaramucce opportune e persino divertenti ma con effetti ancora tutti da verificare. In Libia. Dove la liberazione repentina dei due tecnici italiani sequestrati da mesi non può fare primavera e si addensano nuvole assai nere. 

 

Nel mezzo secolo che è durata la divisione del mondo in due, la guerra nelle sue forme tradizionali era uscita dal novero delle cose possibili: l'alternativa tra una brutta pace e l'apocalisse ha disabituato all'idea che soldati italiani potessero di nuovo morire in battaglia.

 

Negli ultimi venti anni invece per ben tre volte presidenti del consiglio sono stati confrontati a scelte politico militari: è il segno dei tempi in cui viviamo, dei rischi a cui siamo soggetti e già questo dovrebbe convincere i pacifisti senza se e senza ma (voto 4) ad andare davvero dal professor Angelo Panebianco (voto 10) ma per studiare e farsi spiegare come va questo mondo. 

 

Il primo fu D'Alema (voto 9). Malgrado l'origine comunista, anzi proprio per questa, ebbe pelo sullo stomaco per mandare i caccia a bombardare Belgrado. Mandò anche forze di interposizione in Libano. Acquistò prestigio all'estero e pagò pegno politico in patria, ovviamente a sinistra.

 

Berlusconi (voto 9) aderì di slancio alla coalizione dei volenterosi a guida americana dopo l'11 settembre, le truppe italiane andarono in Iraq e arrivarono fino in Afghanistan.  

 

L'Italia fu vista sempre più come partner serio, le forze armate guadagnavano sul campo e con il sangue unanime apprezzamento.

 

In entrambi i casi però la politica nazionale non doveva rispondere da sola, non era in prima linea isolata, ma in solido con numerosi paesi, inserita in un quadro internazionale e poteva avvalersi di fronte all'opinione pubblica recalcitrante dell'evidente, storica eccezionalità degli eventi.

 

In Libia non c'è nulla di questo. Gli eventi cui assistiamo sono drammatici ma non immediatamente percepiti come pericolo imminente. Non c'è quadro di riferimento né nazionale né internazionale. L'Onu ha fallito miseramente. L'annuncio di un governo di unità nazionale è slittato di settimana in settimana e sembra ormai rinviato alle calende greche e se pure si riuscisse a metterne su uno raccogliticcio all'ultimo minuto sarebbe solo per salvare le apparenze: sul campo poteri e micropoteri resterebbero gli stessi. Cioè migliaia, tutti maestri nel doppio, triplo gioco e lesti a cambiare alleati più volte in un giorno.

 

Siamo dunque in una zona franca, incontrollata e incontrollabile, porosa alle milizie dalle bandiere nere annidate dei paesi confinanti o vicini: tutto sembra configurare la trappola ideale in cui attirare l'occidente.

 

Eppure tocca indossare stivali e andare. Non farlo avrebbe conseguenze peggiori, i taglia gole si radicherebbero a duecento chilometri dalle nostre coste: e maneggerebbero armi pericolose come il petrolio, i migranti, i terroristi.

 

Fa bene Renzi (voto 9) ad avanzare con circospezione  ma non presti troppo l'orecchio a Romano Prodi: che è un grande conoscitore della Libia (voto 8) ma si ostina a ripetere, e con lui molti altri al punto che è diventato un luogo comune, che la responsabilità della situazione attuale è della Francia e della Gran Bretagna.    

 

La responsabilità è anzitutto dello scomparso Gheddafi, poi dei libici. Sarkozy è stato un presidente mediocre (voto 3) il suo intellettuale di riferimento, Bernard-Henri Lévy, un Rasputin in camicia bianca (voto 4) ma i bombardamenti del 2011 hanno accelerato la fine di un regime già agonizzante cui per sopravvivere non restava che lo sterminio.  E' singolare che ci si rimproveri per aver lasciato per cinque anni Assad fare ciò che ha voluto, provocando centinaia di migliaia di morti e un esodo biblico di rifugiati e non si accetti che qualcuno abbia dato una mano a far fuori il tiranno di Tripoli ed evitare un colossale bagno di sangue.  La presenza o meno del petrolio non spiega tutto. Questa schizofrenia è solo italiana, non si trovano infatti molti francesi né inglesi anche critici con i loro governi che dicono che l'operazione in Libia fosse sbagliata. Cos'è? Forse è che la Siria è lontana e la Libia vicina e quindi mette paura?

 

  

ROMA CAPUT MUNDI

 

Si parva licet, Guido Bertolaso (voto 8) è er mejo, parola di Silvio Berlusconi. Ci ha quattro lauree, è l'uomo del fare e il gran commis più preparato e più competente con cui l'ex presidente del consiglio abbia avuto a che fare.  Lo stesso Bertolaso ha ricordato la lista dei suoi successi l'altra sera a Virus condotto da Nicola Porro (voto 9) su Rai 2: G8, terremoto dell'Aquila, emergenza rifiuti a Napoli, esondazioni, maltempo, ecc. Va detto che l'uomo ha effettivamente piglio autorevole e convince più di altri e sembra manager dalle idee molto chiare: vuole riportare Roma ad essere caput mundi.  Dice di aver già la squadra pronta, chiamerà i migliori con cui lavorò da capo della protezione civile. Tutti questi cantieri per rimettere in sesto la capitale più disastrata d'Europa però costeranno un botto.  Lui dice che farà un po' alla volta, secondo un piano di dismissioni del patrimonio immobiliare del Comune di cui nessuno fino ad oggi è in grado di dire quanto è e quanto vale. Vaste programme. Dovesse vincere poi chissà se il governo nazarenico gli darà una manina.

 

 

BIMBI DI ONAN

 

Di certo non gliela darà Matteo Salvini (voto 4) sempre più incartato su se stesso e imbronciato come un bimbo bizzoso. Dopo aver concorso a scegliere l'ex capo della protezione civile come candidato unitario del centro destra ha cambiato idea. Bertolaso non gli piace più perché ha parlato bene di Rutelli, della vecchia democrazia cristiana e, fumo negli occhi, ha deto che i rom non vanno demonizzati ma rispettati e aiutati.

 

Così si è messo in testa di fare le primarie, in aprile. Ma con chi? Con Irene Pivetti? Con Storace? O Casa Pound? Con la Meloni che secondo donna Assunta non deve essere molto intelligente perché quando vede passare i treni li saluta dal marciapiede? 

 

Saranno primarie fuori tempo massimo, a babbo morto, gli altri saranno già in campagna da un pezzo. Poi in serata arriva la precisazione: saranno primarie con un solo nome, quello di Bertolaso, Salvini s'è arreso a Berlusconi e al buon senso. Saranno dunque primarie fuori tenpo massimo, a babbo morto e assolutamente inutili. Salvini: seme al vento.

 

 

GIAC, PRONTI VIA

 

Domani sera invece si saprà chi avrà vinto le primarie del Pd. Si sfidano in sei, tra cui una ragazza affetta da autismo severo. Il padre che la scorta e parla in suo nome ne fa il simbolo della battaglia per una città più accogliente nei confronti dei disabili: l'aveva già candidata alle primarie vinte da Marino e questa insistenza del genitore (voto 4) è sconcertante: sembra quasi contento di apparire anche a costo di sottoporre la figlia a un terribile stress.

 

Ce n' è un altro che siccome si chiama Mascia (di cognome) cerca di rendersi popolare  portando in giro un orso di peluche.  Domenica erano tutti dall'Annunziata  (voto 9) su Rai 3, sembrava una scena da Bagaglino, un circo, e là in mezzo il povero Giachetti soffriva assai.

 

Giachetti detto Giac (voto 9) è politico di lungo corso, ha avuto buoni maestri e ha buoni sponsor, Renzi, Orfini, Zingaretti: è dato per sicuro vincitore se l'affluenza ai gazebo sarà alta. Ma ci hanno ancora tutta questa voglia gli elettori del Pd?

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