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La campagna congressuale della minoranza è una grana vera per il Pd

La richiesta di Roberto Speranza di un congresso anticipato non punta a raggiungere effettivamente il risultato sbandierato, ossia l’anticipo delle assise, ma a preparare una lunga campagna congressuale, nella speranza di ottenere in questo modo una percentuale non troppo bassa quando ci saranno le assise nazionali.

29 Febbraio 2016 alle 18:12

La campagna congressuale della minoranza è una grana vera per il Pd

Roberto Speranza (foto LaPresse)

Denis Verdini, Ala, il Partito della nazione… tutto ciò c’entra poco o niente con lo scontro (l’ennesimo) che si è aperto nel Partito democratico tra minoranza e maggioranza. E infatti non erano questi i tempi previsti inizialmente per la richiesta di un congresso anticipato da parte dei bersaniani.

 

Secondo i piani originari la richiesta sarebbe dovuta venire un po’ più in là. Magari al convegno organizzato dalla minoranza a Perugia. Sarebbe servito ad attirare i media sulla tre giorni della minoranza e sull’annuncio della candidatura a segretario, in contrapposizione a Matteo Renzi, di Roberto Speranza. Ma è stato proprio l’ex capogruppo del Partito democratico a Montecitorio a decidere, insieme a Pier Luigi Bersani, che era opportuno anticipare questa richiesta. Il motivo? Sembrava più efficace, nella battaglia contro il presidente del Consiglio, drammatizzare il voto dato da Verdini e dai suoi alla fiducia sulle Unioni civili. Perciò meglio precorrere i tempi e sollecitare adesso il congresso anticipato. Congresso la cui data, è chiaro a tutti, bersaniani compresi, verrà decisa dalla maggioranza.

 

Già, perché in realtà la minoranza del Pd non punta a raggiungere effettivamente il risultato sbandierato, ossia l’anticipo delle assise, ma a preparare una lunga campagna congressuale, nella speranza di ottenere in questo modo una percentuale non troppo bassa quando ci saranno le assise nazionali.

 

La percentuale che deve raggiungere Roberto Speranza, nelle intenzioni della minoranza, si dovrebbe aggirare intorno al 25, 30 per cento. E bisogna partire con grande anticipo con la campagna congressuale perché sennò il rischio, stando ai dati attuali, è di non arrivare nemmeno al 15 per cento.

 

Non è questione di cifre, ma, si potrebbe dire che è questione di vita o di morte. Senza una percentuale degna di questo nome i bersaniani rischiano quasi di scomparire nelle liste elettorali che verranno preparate dalla maggioranza. Se invece ottengono un risultato quanto meno decente allora possono sperare di portare una pattuglia in Parlamento anche la prossima volta. Perché in questo caso sarebbe difficile per Matteo Renzi spianare tutti ma proprio tutti i bersaniani. Il premier sarebbe costretto a fare buon viso a cattivo gioco e a concedere dei posti in lista alla minoranza. Cosa che Renzi vorrebbe fare con grandissima parsimonia visto l’esiguo premio di maggioranza previsto dall’Italicum. Tutto vorrebbe il premier tranne che ritrovarsi anche nella prossima legislatura dei gruppi parlamentari che non sono i “suoi”.

 

Il fatto che la minoranza interna sia intenzionata a portare avanti una lunga campagna congressuale per spuntare qualche punto in più di percentuale non fa di certo gran piacere al presidente del Consiglio. E non perché sia preoccupato per come andrà a finire il confronto tra maggioranza e bersaniani alle assise nazionali. La ragione del disappunto del premier è un’altra: se la minoranza intende fare una lunga campagna congressuale, significa che di qui alle assise attaccherà un giorno sì e uno no  Renzi, e tenterà di contrastare i suoi provvedimenti in Parlamento. Il che vuol dire che il governo è destinato a fibrillare per mesi e mesi.

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