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Caro Renzi, per risarcire la memoria di Regeni l’Italia riconosca il reato di tortura. Lettera aperta di Adriano Sofri

Il governo, sia pure con apparenti intermittenze, ha sostenuto e sostiene, in particolare attraverso il ministro Gentiloni, di volere che a giustizia e verità si arrivi. Vedremo che cosa ne risulterà.

19 Febbraio 2016 alle 18:21

Caro Renzi, per risarcire la memoria di Regeni l’Italia riconosca il reato di tortura. Lettera aperta di Adriano Sofri

Giulio Regeni (foto LaPresse)

Gentile Matteo Renzi, presidente del Consiglio e segretario del Pd, le scrivo a proposito dell’atteggiamento che l’Italia, il suo governo e il suo parlamento tengono rispetto all’assassinio di Giulio Regeni. Si è chiesto giustamente che le convenienze geopolitiche ed economiche con l’Egitto non inducano a rassegnazione e ipocrisia rispetto a un episodio così infame e rivelatore, e al contrario che quelle reciproche convenienze valgano a rivendicare verità e giustizia. Il governo, sia pure con apparenti intermittenze, ha sostenuto e sostiene, in particolare attraverso il ministro Gentiloni, di volere che a giustizia e verità si arrivi. Vedremo che cosa ne risulterà. C’è in alcuni l’illusione che le relazioni internazionali debbano e possano ignorare i rapporti di forza e i condizionamenti contestuali, e c’è all’opposto uno stucchevole oltranzismo della ragion di Stato e di un supposto realismo. Avvertire nel pieno di un impegno a indagare dell’ineluttabile impossibilità di arrivare alla verità vuol dire scommetterci sopra e mostrarsi più realisti del generale al Sisi. Vedremo che cosa ne risulterà, dunque. Però c’è una risposta, la più essenziale e la più appropriata, che l’Italia, il suo governo, il suo Parlamento, possono dare allo strazio di un loro giovane ed esemplare cittadino e al paesaggio che ha spalancato su quel regime “conveniente”. Questa risposta è dettata dalla parola più significativa e sconvolgente sull’accaduto, la più ricorrente in notizie e commenti: tortura. Giulio Regeni è stato torturato: dunque non è stato ucciso per odio privato o comune criminalità, ma per la violenza tipica di un qualche apparato statale o parastatale.

 

L’orrore e lo sdegno universale che attraversa l’Italia inciampa però in un ostacolo grottesco: perché l’Italia non riconosce nel proprio codice il reato di tortura. Non lo riconosce, benché fin dal 1988 – ventotto anni fa – abbia ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984. Non lo riconosce, benché in Parlamento siano state presentate e via via sepolte molte decine di disegni di legge sul punto. Non lo riconosce, benché la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia condannato l’Italia della Scuola Diaz per il crimine di tortura, e si appresti (a maggior ragione) a condannarla ancora per i tre giorni e le tre notti di Bolzaneto. Non lo riconosce, benché si compiaccia tagliando nastri di ricordare d’aver dato i natali a Cesare Beccaria e a Pietro Verri e ad Alessandro Manzoni. Non lo riconosce, benchè lei stesso, presidente Renzi, abbia dichiarato a suo tempo che a cancellare quelle e altre macchie “la prima cosa da fare è introdurre subito il reato di tortura” – a suo tempo. Naturalmente, il Parlamento è più responsabile del governo, e l’opinione pubblica, quella così commossa e offesa dal destino di Giulio Regeni, è a sua volta responsabile e frustrata. In questi giorni si è ricordata la sequela di episodi – uno per tutti, passione e morte di Stefano Cucchi – che pesano sulla limpidezza dell’indignazione italiana contro torture e uccisioni perpetrate altrove. Tuttavia i delitti possono avvenire e hanno il nome di delitto, e non impediscono, a condizione di essere riconosciuti e affrontati, di protestare senza riserve contro i delitti altrui. Ma è arduo e perfino grottesco denunciare lo scandalo della tortura contro un cittadino italiano in Egitto quando l’Italia rilutta scandalosamente a scrivere il nome di tortura dentro il suo codice. Si esige verità e giustizia per Giulio Regeni: vedremo che cosa ne risulterà. Ma risarcirne la memoria togliendo il reato di tortura dal ripostiglio del Senato in cui è accantonato è la scelta migliore che si possa fare, per noi e per le stesse vittime egiziane di quel regime. Una scelta efficace e non solo simbolica, che permetterebbe di dire davvero che Giulio Regeni non è vissuto né morto invano. Si tiri fuori quella legge, si rinunci alle miserabili porcherie come la pretesa che torturatore sia solo chi tortura più di una volta, e la si voti. Magari poi la si chiamerà comunemente Legge Regeni, e qualcuno in futuro si chiederà da dove venga quel nome: da un italiano in Egitto.

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