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La fine del partito della gnagnera

Contro Berlusconi, signora mia, la Costituzione veniva difesa con girotondi e argomenti che si volevano specchiati, asciutti, adamantini. La gnagnera, se contro la destra, funzionicchiava.

12 Febbraio 2016 alle 09:00

La fine del partito della gnagnera

Roberto Benigni (foto LaPresse)

Contro Berlusconi, signora mia, la Costituzione veniva difesa con girotondi e argomenti che si volevano specchiati, asciutti, adamantini. La gnagnera, se contro la destra, funzionicchiava. Ora, finito il tempo dei supereroi del conflitto di interessi e del comune senso del pudore agitato dalle profie col cerchietto, la difesa della democrazia essendo ricondotta al confronto con il governo della sinistra e di Matteo Renzi, che ha concordato celebri riforme con Berlusconi salvo smentita di Brunetta, tira un’aria diversa, la stessa vanità non è più quella d’un tempo: siamo nella fase della lagna, dell’amarezza, della rimostranza.

 

Prima è venuto Nanni Moretti, che non ha più voglia di insistere, e se ne sta in disparte facendosi notare. Poi il borghese per antonomasia, decano del giornalismo liberal dell’Italia-bene, Piero Ottone, ha detto che il governo Renzi è “una grazia piovuta dal cielo”, troppo onore. Roberto Benigni ha deluso i suoi sostenitori minacciando idealmente di prendere in braccio anche il Matteo, alla latitudine Prato-Rignano sull’Arno: e quelli gliene hanno chiesto conto senza nemmeno ricevere risposta. Infine, giusto ieri, nel Fatto quotidiano, compare una lettera delusa e untuosa indirizzata a Claudio Magris, scrittore mito del mondo progressista e delle resistenze d’ogni tipo.

 

Un politologo non proprio di prima classe si dice sconcertato perché Magris si è dichiarato favorevole alla riforma del bicameralismo. “Ho sempre ammirato, lo sai bene, i tuoi scritti e nutro profondo rispetto per la tua biografia intellettuale e morale ove ho spesso avvertito un forte spirito repubblicano lontano dal realismo senza principi che domina la mentalità italiana”, esordisce il politologo oriundo che si vergogna della serva Italia, esibendo intanto una servile captatio benevolentiae verso l’interlocutore (“lo sai bene”, “profondo rispetto”, “biografia intellettuale e morale”, “ho spesso avvertito”, “ho sempre ammirato” e altre bellurie di piccola consorteria docente).

 

Il buon passo di Magris, di lato al movimento di “disobbedienza civile” suscitato da una riforma “illegittima” (anzi, abbondiamo, come diceva Totò: “Del tutto illegittima”), provoca una sentenza etica definitiva: è un tradimento dei princìpi in favore dell’efficienza di sistema, madre di ogni “autocrazia”. A sorpresa, ciò che causa “sconcerto”, Magris “guarda di buon occhio non la democrazia ma l’autocrazia”, si comporta come un Panebianco qualunque, accetta la menzogna del potere eccetera.
Dello stile nulla so, e me ne scuso, ma il testo è l’uomo. L’affermazione che il bicameralismo eguale è sempre stato in Italia efficiente, rapido e incisivo nella legislazione, e che senza il corroborante contributo di una Camera alta democrazia e sovranità popolare sono svuotate, splende come una stella nel cielo dell’imbecillità e delle onde magnetiche gravitazionali. I buchi neri fanno di questi scherzi anche dopo miliardi di anni di esperienza del mondo.

 

[**Video_box_2**]Commuove il passaggio dalla denuncia un po’ farlocca alla lamentazione insensata, dalla protesta che si autocomprende come atto civile al birignao lamentoso di chi perde per strada gli amici della parrocchietta, ma è così. Magris e gli altri non c’entrano, hanno le loro idee e le cambieranno ancora, se desiderino farlo. Ma il politologo che intravede il passaggio alla serie B della sua piattaforma di ira costituzionale, e se ne duole mugugnando, quello è proprio comico. Le lobby delle prime mogli agiscono di sotto, dati dell’economia alla mano e report di Bruxelles come bandiere di speranza, con qualche lontana aura di credibilità; la lotta contro l’autocrazia e la bassezza morale, contro un boy-scout che a volte ha la camicia sbottonata, manca di buonsenso e di senso del ridicolo.

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