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La partita di Renzi con i Draghi europei

Soldi, Merkel, riforme. Come nasce la preoccupazione del capo della Bce sull’azione di Renzi in Europa. Nelle ultime settimane il presidente del Consiglio ha deciso di rompere il vincolo esterno con l’Europa e ha scelto di aprire un fronte importante contro i campioni dell’austerità europea.

10 Febbraio 2016 alle 06:18

La partita di Renzi con i Draghi europei

Matteo Renzi e Mario Draghi

Ma che sta succedendo tra Matteo Renzi e Mario Draghi? Nelle ultime settimane, ormai è chiaro, il presidente del Consiglio ha deciso di rompere il vincolo esterno con l’Europa e ha scelto di aprire un fronte importante contro quelli che Renzi considera i campioni dell’austerità europea: la Germania di Angela Merkel e la Commissione europea guidata da Jean-Claude Juncker. Il premier italiano, come si sa, chiede una maggiore flessibilità da parte della Commissione europea giocando più con le leve della battaglia mediatica che con le leve della battaglia diplomatica. In questo percorso scivoloso – reso ancora più complicato da un insieme di fattori che rende la battaglia di Renzi particolarmente proibitiva (le Borse sotto pressione, la crescita che non va, l’inflazione che non sale, i rendimenti dei titoli di stato nuovamente in movimento, il prezzo del petrolio che continua a scendere) – gli equilibri politici sono in continua mutazione e in continua evoluzione. E se è vero che Renzi, fuori dall’Europa, può contare su un’alleanza buona sia con l’America di Barack Obama sia con la Russia di Vladimir Putin è anche vero che in Europa i problemi politici per il Rottamatore si moltiplicano di giorno in giorno.

 

Di Merkel e Juncker sappiamo. Sappiamo anche che i parlamentari del Partito popolare europeo tendono a descrivere Renzi come se fosse un mix tra l’Alexis Tsipras del referendum anti troika e il Silvio Berlusconi di Cannes del 2011 (“Berlusconi – così viene descritto ingenerosamente il premier da alcuni parlamentari del Ppe – was tà-tà-tà, Renzi is bla-bla-bla”). Ma quello che non è ancora noto è che, in questo quadro di difficile composizione, chi ha fatto arrivare con decisione a Palazzo Chigi segnali di preoccupazione per il comportamento in Europa è qualcuno che conta più del solito portavoce di Juncker. Qualcuno che, nel caso specifico, risponde al nome di Mario Draghi. Il presidente della Banca centrale è convinto che l’atteggiamento scelto da Renzi in Europa sia legato più a questioni di politica interna (consenso) che a questioni di politica europea (trattati) ma nonostante la comprensione per la strategia del presidente del Consiglio la condivisione della tattica, da parte del governatore, è pari a zero e la preoccupazione di Draghi è che, anche sul breve termine, l’atteggiamento italiano possa danneggiare la stessa strategia della Banca centrale. Il presidente della Bce, nei colloqui avuti con alcuni interlocutori, ha manifestato una preoccupazione precisa che potremmo sintetizzare così. Ma se il processo di integrazione europea passa attraverso una condivisione dei rischi, per ridurre in futuro nuovi rischi, come può la tecnocrazia europea fidarsi di un premier che chiede maggiore flessibilità senza voler ridurre in modo sostanziale il debito pubblico e la spesa pubblica? Draghi, come si sa, aveva scommesso forte sul fatto che la politica espansiva della Bce non avrebbe incoraggiato i paesi più in ritardo a rimandare le grandi riforme e aveva dovuto combattere non poco per convincere “i grandi campioni dell’austerità europea” sulla bontà della scelta di mettere in campo una robusta politica di acquisito di titoli di stato (Quantitative easing).

 

[**Video_box_2**]La grammatica europea, è noto, tende a far coincidere la disciplina di un premier con la disciplina di bilancio e l’“indisciplina” di Renzi preoccupa dunque anche per questo. Se poi si aggiunge il fatto che il presidente della Bce condivide la preoccupazione di alcuni esponenti del Partito popolare europeo sulla solidità effettiva del programma di riforme di Renzi (benissimo il Jobs Act, ma poi?) si capisce bene da dove nasca la freddezza nei rapporti tra Francoforte e Palazzo Chigi. Oltre la moral suasion, almeno per il momento, Draghi non andrà e non sono previste iniziative particolari o speciali nei confronti dell’Italia. Eppure una novità esiste ed è legata alla proposta formulata due giorni fa dai governatori delle Banche centrali francese e tedesca, Francois Villeroy de Galhau e Jens Weidmann. In quella proposta i due governatori, oltre a mettere in campo l’istituzione di un ministro delle Finanze europeo, accennano a una idea importante. “In un regime di responsabilità individuale bisognerebbe assicurare che i rischi, inclusi quelli legati all’esposizione ai titoli di stato, siano adeguatamente presi in conto. Non fosse che per ridurre la vulnerabilità delle banche in caso di turbolenze sui titoli sovrani”. I governatori, con il beneplacito di Draghi, lasciano intendere che tra i dossier allo studio della Bce c’è anche la possibilità di limitare le quantità di titoli di stato che le banche hanno nel proprio portafoglio. E per un paese come l’Italia pieno zeppo di banche con molti titoli di stato in portafoglio (controvalore pari a 389,522 miliardi di euro) anche solo ventilare l’ipotesi corrisponde a lanciare un messaggio preciso al nostro paese. Occhio, Matteo.

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