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Stepchild e bambini. Perché un desiderio non è per forza un diritto

Il tema centrale della legge sulle unioni civili sono i diritti dei bambini e non i diritti delle coppie formate da persone dello stesso sesso. L’adozione non può avere per oggetto la coppia che non può avere un bambino ma, semmai, deve avere per oggetto il bambino che ha perso i suoi genitori. Claudio Cerasa risponde a Franca Fossati.

9 Febbraio 2016 alle 10:42

Stepchild e bambini. Perché un desiderio non è per forza un diritto

Foto LaPresse

Al direttore - Vorrei essere la meno ideologica possibile. Tu dici – a proposito della Cirinnà – che il problema sono i figli, non le unioni. Mi era parso che fino a ieri fossero le unioni, ma sono d’accordo. Vediamo: esistono – cioè, esistono già – figli di coppie dello stesso sesso, bambine e bambini che considerano genitori le persone che si sono assunte la responsabilità di crescerli. Ti chiedo: cosa vogliamo fare di loro? Vogliamo che la legge, fin dall’asilo nido, continui a discriminarli? Attento, piccolino, dirà la maestra troppo solerte, non puoi chiamare mamma la compagna della tua mamma – anche se per te è altrettanto mamma. E i nonni che vanno a prenderlo a scuola? Altolà, non sono i tuoi nonni, quelli, non sei neppure nell’asse ereditario… Questo si vuole? Certo, è più complicato con i papà. Sappiamo tutti che è socialmente e culturalmente accettabile che il padre non ci sia, succede da secoli. Mentre la cancellazione della madre è altra cosa. Ed è bene che lo sia, secondo me. C’è da augurarsi, infatti, che si approfondisca tra gli omosessuali la riflessione, per altro già avviata, sulla differenza tra gay e lesbiche di fronte alla procreazione. Ma intanto ci sono. I figli di due papà vivono in mezzo a noi e posso assicurare, ne conosco alcuni, sono bambini come gli altri. Non hanno il marchio del disagio scritto in faccia. Che vogliamo fare di loro? Lo chiedo. Negare la loro esperienza, confinarli in un limbo che toglie valore ai loro legami affettivi?

 

La stepchild adoption aprirà alla maternità surrogata, scrivi. Condivido anche questa preoccupazione. Bisognerebbe però partire, nella preoccupazione, dalle coppie eterosessuali che sono, a tutt’oggi, la stragrande maggioranza di coloro che vi fanno ricorso. Non credi? Oppure pensi che l’utero in affitto, la cancellazione di colei che ha costruito con il bambino una relazione lunga nove mesi, sia accettabile se a crescere il bambino ci sarà poi una coppia etero? Come una grande parte delle femministe, io considero in ogni caso inaccettabili la maternità surrogata e il mercato internazionale che sottende. Mi inquietano le donne che si prestano per libera scelta. Mi inquietano ancora di più coloro che glielo chiedono. Non sono del tutto convinta che sia necessario battersi, come propongono le femministe francesi, per una messa al bando universale: in genere il proibizionismo non è mai una buona soluzione. Ma il dibattito è aperto. E il suo esito prescinde da qualsiasi Cirinnà. Ma ciò che ti preoccupa di più, scrivi, è che la stepchild adoption apra all’adozione in generale per le coppie dello stesso sesso. E qui davvero non capisco: un conto è programmare un abbandono, come con la maternità surrogata, un altro conto è porvi rimedio. Perché mai due donne, o due uomini, non potrebbero crescere un bambino o una bambina che ha perduto i genitori? Offrire un’opportunità che non sia solo la casa famiglia? L’istituto? Come per ogni adozione, ovviamente, ci sarebbe un tribunale a vagliare l’idoneità della coppia. E in molti casi, immagino, sarebbero preferite le coppie etero che avessero i giusti requisiti. Dove vedresti lo scandalo? La Cirinnà non prevede questa ipotesi, purtroppo, mi auguro che in futuro si possa modificare la legge che regola le adozioni. Lo scandalo, in verità, è che “cambierà l’idea di famiglia in Italia”. Questo hai scritto. Direttore, guarda, quell’idea di famiglia è cambiata da un pezzo! Almeno da quando le donne hanno incrinato la soggezione al patriarcato e le/gli omosessuali hanno deciso di non nascondersi più. La Cirinnà, se mai, arriva tardi.
Franca Fossati

 

 

Cara Franca, permettimi di dissentire. Ho detto, e lo rivendico, che il tema centrale di questa legge sono i diritti dei bambini e non i diritti delle coppie formate da persone dello stesso sesso non a caso, e provo ad accompagnarti nella mia riflessione. Una coppia formata da persone dello stesso sesso può essere una coppia all’interno della quale un bambino può trovare una sua felicità, e non lo metto in dubbio, ma ciò che andrebbe messo in rilievo è un altro dato, che riguarda tanto le adozioni quanto l’orrore della maternità surrogata. L’adozione, a mio modo di vedere, non può avere per oggetto la coppia che non può avere un bambino ma, semmai, deve avere per oggetto il bambino che ha perso i suoi genitori. Stabilire il principio dell’omogenitorialità – e stabilire dunque che è un dato di fatto incontestabile che non vi sia differenza tra avere una madre e un padre e un genitore A e un genitore B – introdurrebbe un diritto diverso. Non il diritto, per un bambino, di avere un padre e una madre ma il diritto, per una coppia, di esaudire il desiderio di avere un bambino. Se, come si sa, in tutte le decisioni riguardanti i bambini deve essere l’interesse superiore del bambino a costituire oggetto di primaria considerazione io credo che l’interesse superiore del bambino lo si raggiunga più seguendo il diritto ad avere una madre e un padre che seguendo il diritto di una coppia a realizzare il desiderio di avere un figlio. Se dovesse affermarsi invece questo principio, si affermerebbe di conseguenza, credo, anche il diritto ad avere un figlio a ogni costo (utero in affitto incluso). Voler superare le discriminazioni che colpiscono le coppie omosessuali è un diritto sacrosanto, e lo rivendico. Voler trasformare in diritti i desideri è un concetto che non condivido e non mi rassegnerò, cara Franca, all’idea che dire madre e padre e dire genitore A e genitore B sia esattamente la stessa cosa.

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