cerca

America chiama Milano. Alla fine ne resterà solo uno

E' tutto un fiorire di primarie. Negli Stati Uniti si attende il New Hampshire. Nel capoluogo lombardo promosso Majorino anche se non vincerà. Promosso Sala che invece può farcela. Bocciati Balzani, empatia come come un funzionario dell'Agenzia delle entrate. Bene a Roma lo scontro Giachetti–Morassut. Bocciata la commissione di vigilanza Rai: chiudiamola. Il Pagellone alla settimana politica di Lanfranco Pace.

6 Febbraio 2016 alle 14:00

America chiama Milano. Alla fine ne resterà solo uno

Primarie Pd, voto a Milano

All'espressione consacrata che vinca il migliore, solo l'immenso Nereo Rocco (voto 10 e lode) ebbe il coraggio e la sfrontatezza di rispondere “ciò speremo de no”. Tanti invece credono davvero che, siccome i partiti non riescono più a selezionare nuovo ceto dirigente, il meccanismo delle primarie possa far emergere i migliori candidati possibili. Da Milano a Roma, dagli Usa alla Francia dove malgrado il doppio turno c'è qualcuno che vuole addirittura fare le primarie delle primarie, è tutto un fiorire di competizioni a geometria variabile in cui si sa solo che uno vince e gli altri tornano a casa.

 

A Milano questa domenica gli elettori del centro sinistra potranno scegliere fra i quattro candidati alla candidatura a sindaco: Beppe Sala, ex patron di Expo e prima scelta di Matteo Renzi, Francesca Balzani ex assessore al bilancio e prima scelta del sindaco uscente Giuliano Pisapia, Pier Francesco Majorino ex assessore alle politiche sociali sempre della giunta uscente e Antonio Iannetta, il più giovane dei quattro, manager dello sport sociale, uno convinto che lo sport faccia bene a tutti.  

 

Iannetta (voto 4) è un outsider, non buca lo schermo, i sondaggi gli attribuiscono più o meno il 3 per cento dei voti, c'è da chiedersi perché si sia presentato.

 

Gli altri tre hanno più seguito. Francesca Balzani (voto 5) viene dal mondo della finanza, è empatica come un funzionario dell'Agenzia delle entrate, incarna la continuità, il suo mentore Pisapia vinse come bandiera del popolo viola e della sinistra radicale (Sel) e siccome ritiene di aver amministrato bene e fatto rinascere la città devastata dalla destra, non intende lasciarla all'influenza di Renzi di cui sinceramente e democraticamente diffida. Sala (voto 7) è il dilettante che sbarca in politica, anche lui non suscita molta passione ma grazie al lavoro fatto a Expo e alla notorietà conseguita è in testa nei sondaggi. Majorino alla prova televisiva appare come il più sicuro di sé e il più smaliziato (voto 8) ma è terzo: la Balzani vuole che faccia il bel gesto e si ritiri a suo favore ma lui non ne ha l'intenzione. Tutti poi premono su Sala perché pubblichi le cifre reali di Expo, lo chiede anche il Fatto quotidiano e se arrivano gli stura lavandini ci deve essere un tappo: si sospetta che il numero dei visitatori e dei biglietti venduti sia stato gonfiato ad arte per mascherare un mezzo flop e che le perdite finanziarie siano rilevanti. Da questo a gettare la croce addosso a Sala o a dire che Expo è stato un fallimento, che non bisognava farlo, che è stato un regalo agli speculatori, ecc ecc ce ne corre.

 

Malgrado la danza della pioggia degli intimi della Balzani, Sala dovrebbe vincere. I milanesi in fondo se ne fottono che ci sia o no continuità con l'esperienza Pisapia, vogliono solo che qualcuno di onesto e competente dia loro una mano ad andare avanti.

 

Alle elezioni, quelle vere, Sala se la vedrà con il candidato del centro destra che per ora è una cornice senza foto. Berlusconi Salvini e Meloni sceglieranno il candidato dopo aver analizzato l'esito delle primarie del centro sinistra. In prima fila c'è Stefano Parisi ex direttore generale di Confindustria e Fastweb: tra Parisi e Sala sarebbe una battaglia tra manager il che la dice lunga sulla supremazia della politica. C'è Maurizio Lupi, ma sembra che gli amici di Comunione e liberazione pendano ultimamente dalla parte di Sala. E c'è Corrado Passera: il suo programma magari non è neanche male ma con quell'aria da eterno primo della classe, da gran commis che ha una soluzione per tutto e che non ha mai commesso errori nella sua lunga e variegata carriera, si capisce che non è proprio tagliato per la prova del suffragio universale (voto 4). 

     

A Roma, le primarie del centro sinistra si tengono il 6 marzo, il 10 febbraio è il termine ultimo per presentare le 2000 firme necessarie alla candidatura. Sarà essenzialmente una sfida a due tra Roberto Giachetti, vice presidente della Camera, ex radicale ed ex capo della segreteria del sindaco Rutelli e Roberto Morassut, ex assessore all'urbanistica della giunta Veltroni. Uno è passato per la Margherita, l'altro per i diesse ma non si tratta di uno scontro tra le anime storiche del Pd. Non pochi pesi massimi ex diesse, come il presidente del partito Orfini e il ministro Martina sostengono Giachetti. E non è nemmeno uno scontro tra renziani e antirenziani: Roberto Morassut non è un renziano della prima ora come Giachetti, è stato membro dell'apparato del Pci fin dalla metà degli anni 80, ma non ce l'ha affatto con il presidente del consiglio, anzi.

 

Per la prima volta si potranno confrontare in modo civile proposte e idee per la città senza troppa eterogenesi dei fini, malgrado si prestino le solite trame all'eterno tessitore D'Alema: vuole azzoppare Renzi ma non è detto che una sconfitta alle amministrative metta necessariamente in pericolo il governo.

 

 

COW BOY SOLITARI E DI SINISTRA

 

La farraginosa e costosissima macchina delle uniche vere primarie che ci siano al mondo, cioè quelle americane, si è messa in moto martedì nello Iowa, prosegue questa settimana ancora in un piccolo stato, il New Hampshire, e avrà un momento cruciale il 1 marzo, il super martedì in cui si voterà in molti grandi stati. Fin qui che dire. Nel campo repubblicano, alla larga da Ted Cruz, (voto 2) fanatico integralista senza charme. Donald Trump sarà pure un gaffeur seriale e un fake ma non riesco a non prenderlo sul serio né a farmelo stare antipatico (voto 6). Per difetto si può tifare per l'anonimo Marco Rubio (voto 8) che si è fatto da solo e porta scarpe con il tacco rialzato, almeno questi sono vezzi a cui qui siamo abituati.

 

Nel campo democratico c'è stata la sorpresa del testa a testa fino all'ultimo voto con relativo lancio della monetina. Hillary Clinton, io non la reggo, governa male la sua stessa ambizione che tracima in ogni gesto, in ogni circostanza, è algida e si sente (voto 5): qualcuno ha detto che sarebbe un'eccellente comandante in capo ma è una pessima candidata. E poi le dinastie presidenziali, i Kennedy, i Bush, i Clinton, hanno francamente stufato: anche questo dà la misura di quanto si sia incartata la rappresentanza e se la deriva avviene nella più grande democrazia del mondo non c'è certo da stare allegri. Quanto a Bernie Sanders, settantaquattrenne socialisteggiante che ha fatto sfracelli tra i giovani (senza voto) so solo che non c'è bisogno al mondo di un altro socio del club di Varoufakis, Iglesias, Corbyn e Piketty.

 

Comunque sta tornando di moda e ha successo una certa sinistra, primitiva, rudimentale, povera di teoria, i vaneggiamenti statistici di Varoufakis e Piketty non ne costituiscono una, ma ricca di buoni sentimenti e armata di un linguaggio semplice che divide il mondo in ricchi e poveri, in onesti e squali della finanza. Ci vorrebbe una destra diversa dalle Le Pen, dai Salvini (voto di gruppo 4) e dalle Meloni (voto 9 perché tenera mamma) che sappia ricordare alla sinistra che non ha il monopolio del cuore e veda lontano: Ronald Reagan (voto 10) per dire spalancò i cancelli dell'America a milioni di immigrati.

 

 

TRONCA INSEDIA

 

S'è svegliato Francesco Paolo Tronca:  il commissario prefettizio di Roma insedia due commissioni per vederci chiaro nella mala gestione del patrimonio immobiliare del Comune. Il problema era noto, ma è apparso come nuovo dopo la pubblicazione di un' inchiesta (voto 9) sul sito Corriere.it Anche l'allerta sorci di dimensioni feline non è di primissimo pelo. Intanto il tempo passa invano all'Ama e all'Atac. Ma i prefetti (voto 3) che fanno,  passano da un punto di catastrofe a un altro?

 

 

IO TELEFONO E PENSO A TE

 

Scontro tra il giornalista Massimo Giannini (voto 10) e Michele Anzaldi (voto 1), deputato democratico e segretario della commissione di vigilanza Rai. Quindici giorni fa a Ballarò Giannini qualifica come incestuosi i rapporti della ministra Boschi con Banca Etruria. Anzaldi reagisce, sputa fuoco e fiamme, chiede il suo licenziamento o quanto meno pubbliche scuse. Giannini replica in video la settimana dopo, ma anziché cavarsela con una battuta ci ricama sopra, fa la faccia offesa, si immola come l'ultimo di una lunga catena di martiri della libertà, e questo è sempre il sintomo di un certo tremore. 

 

Mi piace pensare che Anzaldi si sia buttato a fare “el ingenioso hidalgo” perché incapricciato della bella ministra: se non fosse così lo spruzzo ormonale del vigilatore sarebbe solo sgradevole. Stare nella pomposa  “commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi” fa male, monta alla testa. Chiudiamola (voto 0).

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi