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Le primarie della borghesia

Sabato a Milano si sceglie il candidato del Pd. Dietro lo scontro tra Balzani e Sala c’è una grande sfida di potere per pesare una nuova classe dirigente. Nomi e battaglie

3 Febbraio 2016 alle 09:25

Le primarie della borghesia

Da sinistra a destra: Beppe Sala, Antonio Iannetta, Pierfrancesco Majorino, Francesca Balzani. Si vota per le primarie del Pd sabato 6 e domenica 7 febbraio

Gli ultimi sondaggi – di lunedì, dell’Osservatorio Politico di Lorien condotto per Arte moda – ha puntato l’attenzione sull’effetto dell’endorsement (settimana scorsa) di Giuliano Pisapia per Francesca Balzani, la sua attuale vicesindaco. Riassunto e breve sintesi. Nel precedente rilievo, su una stima di affluenza alle primarie di 75 mila milanesi, Beppe Sala raccoglieva il 40 per cento delle intenzioni di voto, Balzani il 22 e Pierfrancesco Majorino, il candidato preferito dalla sinistra pd e “area Sel”, il 18 per cento (il quarto candidato, Antonio Iannetta è fermo allo 0.2). Dopo la benedizione del sindaco uscente, Balzani è salita al 30.4, e Sala è sceso al 35,1. Effetto forse anche dovuto alla martellante campagna “contro” attuata da Francesca Balzani sulla “poca trasparenza dei conti di Expo e la mancanza di un bilancio definitivo”, il punto mediatico debole di Beppe Sala, che peserebbe dieci punti in più di prima (da 18 a 28). A ben guardare, le chance di Francesca Balzani si giocano tutte lì: sul tentativo di indebolire l’avversario sul suo terreno, l’essere stato l’artefice del successo di Expo2015 – perché i milanesi lo considerano tale, un successo per tutta la città, infischiandosene delle scaramucce sui conti e delle acquoline dei pm. L’antro a-tout di Balzani è il tema della “continuità” dell’esperienza della giunta arancione di Pisapia. E questo è piùc he noto.

 

Poi sta a vedere quanto sia davvero lei, l’assessore al Bilancio uscente, la vera “continuità” con Pisapia, oppure magari no. Ad esempio Piero Bassetti, imprenditore, primo presidente della regione Lombardia nonché ottuagenario nume tutelare del riformismo politico milanese – l’uomo che nel 2011 lanciò l’idea della candidatura di Pisapia spezzando il cerchio di vent’anni di virtuoso rapporto tra società civile ambrosiana e centrodestra, oggi invece sostiene Giuseppe Sala: “Pisapia e Sala non sono due figure alternative ma in continuità”, ha detto qualche giorno fa, intervistato, “Pisapia è stato un liberatore, ha saputo liberare Milano dal tappo delle Moratti e dei Ligresti, da un certo affarismo. Giuliano ha fatto sì che la nostra Milano tornasse a ribollire e ora c’è bisogno di una figura che sappia trasformare questo vapore in energia capace di far muovere la locomotiva. E credo che Sala sia l’uomo giusto per l’obiettivo, tra i due c’è una continuità finalistica. Evitiamo di ragionare secondo schemi vecchi”.
Nello staff di Sala (che ha portato con se Umberto Ambrosoli, figura nobile della società civile legalitaria, non solo milanese), l’unico segnale che preoccupa un po’, sondaggi alla mano, è che “Sala va meno bene nella Zona 1”, insomma il centro storico, la cerchia dei Bastioni attorno a quella dei Navigli dove allignano l’intellighenzia, la cultura, le libere professioni. Molto meno il ceto medio, o il medio elettore del Pd. Sala non avrebbe rivali in tutto il resto della città, periferie comprese. E del resto ha investito molto della sua campagna sulle periferie, ha messo in cima al suo programma la riqualificazione urbanistica e sociale (del resto qualcosa è già stato fatto con Expo), ha girato molto nei quartieri, ha in mente la Città metropolitana (che non vota alle primarie).

 

Si vota finalmente per le primarie, sabato 6 e domenica 7 febbraio. Un giorno in più e con circa 150 seggi in tutta la città, obiettivo superare le affluenza del 2011. Anche perché, per il Pd di Matteo Renzi, allargare la base è la migliore garanzia di non restare intrappolato dalla “vecchia ditta”. Sono solo le primarie, certo, ma paradossalmente l’intera partita per il prossimo sindaco sembra giocarsi lì, con una squadra sola, perché l’altra, il centrodestra, ancora non è entrata in campo. O per meglio dire non è proprio pervenuta. Gli ultimi rumors (la cena dopo-derby di domenica scorsa tra Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni) hanno accarezzato il nome di Stefano Parisi, ex city manager di Gabriele Albertini, ex direttore generale di Confindustria (“un bel nome”, pare abbiano detto, che non è proprio un programma politico). Paradosso nel paradosso, la figura più speculare che si possa immaginare a Beppe Sala. Parisi ha già detto di no (del resto, l’unico senso di una candidatura simile sarebbe l’assenza, dall’altra parte, di Sala per sopraggiunta sconfitta alle primarie). Poi ci sono sempre i soliti nomi ormai a bagnomaria. Alessandro Sallusti, segni particolari: permetterebbe di non disperdere la base identitaria di Forza Italia. Maurizio Lupi, segni particolari: piace a tutti ma non a Matteo Salvini. Con un suo ulteriore paradosso: se c’è Beppe Sala, neppure ai suoi amici della Compagnia delle opere interessa che ci sia, Lupi. Anche se adesso, con le tensioni sul ddl Cirinnà, l’area ciellina qualche dubbio su un endorsement sfacciato per il candidato di Renzi potrebbe farselo venire. Quantomeno a livello di base. Ma il vero punto d’inciampo del centrodestra è però un altro. E’ che la mitica borghesia milanese – il mondo dell’imprenditoria, della finanza, delle professioni – al centrodestra a trazione leghista ha già detto addio. Il prodotto non interessa, non si fidano. Del resto la Lega, a Milano, non è mai andata oltre il 15 per cento dei consensi, non è prodotto urbano. Poi ci sono i piccoli grandi segnali da tenere in conto. Ad esempio quelli del settore del commercio. Che ha sofferto molto la crisi degli scorsi anni, che ha sofferto appena un poco di meno l’atteggiamento complessivo della giunta Pisapia nei confronti del settore in quanto tale – è rimasto nella memoria, come una ferita, il grande scazzo tra l’assessorato al Commercio e gli stilisti Dolce e Gabbana, che si sentirono dire: “Se stilisti come Dolce e Gabbana dovessero avanzare richieste per spazi comunali, il Comune dovrebbe chiudere le porte, la moda è un’eccellenza nel mondo ma non abbiamo bisogno di farci rappresentare da evasori fiscali”. E che invece ha preso una boccata d’ossigeno proprio grazie all’Expo e all’ondata di ottimismo che ha prodotto. Forse non la cuccagna immaginata, ma un 2015 migliore. Poco visibile, negli ultimi tempi, anche lo storico numero uno di Confcommercio e della Camera di commercio milanese, Carlo Sangalli, antico democristiano e buon amico del Cavaliere (anche il suo nome è finito per qualche giorno nella girandola dei candidabili), segno che c’è poco da aspettarsi, sul versante del centrodestra.

 

In attesa di avere segnali dal Cavaliere, la vera domanda da farsi su Milano è un’altra: a pochi giorni dalle fatali primarie della sinistra, come si sia schierata – tra i due litiganti candidati – la città che conta? La città imprenditoriale, la community economica, che inizialmente era sembrata dividersi equamente tra Balzani e Sala? Si fa prima a capire quale sia la costituency possibile di Balzani. A inizio gennaio, nell’appello “per Balzani sindaco” sottoscritto da 130 personalità milanesi abbondavano soprattutto intellettuali, universitari e giornalisti, da Rosellina Archinto e Natalia Aspesi, da Stefano Boeri a Nando Dalla Chiesa, da Francesco Giavazzi a Massimo Mucchetti. L’impressione è che il bacino d’utenza non si sia di molto allargato. Due settimane fa, il finanziere Francesco Micheli, storico influencer milanese, ha organizzato una cena per meglio far conoscere “agli amici” Francesca Balzani. C’era Urbano Cairo (curiosamente negli stessi giorni accreditato di fantasiosi interessi da parte di Berlusconi), c’era l’archistar Boeri, il mitico notaio Piergaetano Marchetti, presidente della Fondazione Corriere della Sera, l’immobiliarista Manfredi Catella, persino Ornella Vanoni. Gente varia, non certo possibili grandi elettori. Ma dice il gossip che non la festeggiata non abbia fatto innamorare nessuno, se non Gianni Barbacetto, penna giudiziaria e giudicante del Fatto quotidiano. Barbacetto da quando s’è profilata la candidatura Sala non si dà pace: vede il ritorno del malaffare, degli uomini del sistema Penati, di quelli del sistema Formigoni, forse pure del craxismo d’antàn. Balzani è per lui l’unica vendicatrice possibile contro la corruzione passata e futura. E lo diceva a voce talmente alta, raccontano, che a un certo punto a zittirlo è intervenuto un esimio, storico esponente della sinistra riformista del Pd. Ma era solo una cena, Micheli ne ha organizzata un’altra anche per Majorino. Per Sala invece no, ma pare che in realtà non la volesse lui. Sala ieri invece era al cinema Anteo, per un incontro riservato per 400 persone, selezione del mondo soprattutto finanziario. Organizzatore Alberto Foà, del fondo di investimenti AcomeA, fondi comuni d’investimento, tra le presenze Andrea Guerra, da poco presidente di Eataly.

 

Non è una questione di solo appeal, di simpatie. La realtà è che in questi mesi Balzani non ha fatto intravedere grandi progetti; l’arte della manutenzione del cortile di casa, si potrebbe dire. I bilanci in ordine, tax and spending, il tram gratis per tutti che è una boutade più insensata che irrealizzabile. Sala invece – al di là della sua conoscenza personale del mondo economico e produttivo – può contare su imprenditori che non aspettano da lui i miracoli, ma certamente un’amministrazione non votata a mettere paletti. In base a quanto detto fin qui, l’immagine che si sta ritagliando – più che quella del manager “Che Guevara” che ha scoperto la sinistra tutta d’un tratto – è quella di un “facility manager”, uno che vuole mettere in condizioni il mercato, i privati, il commercio, l’associazionismo persino di funzionare e fare da soli. Soprattutto, nel mondo economico piacciono il programma di riqualificazione periferie: non solo edilizia, ma infrastrutture, sostegno ai nuovi insediamenti artigiani e di piccola impresa, housing sociale. Piace il progetto di quotare in borsa Sea, che si era completamente arenato per motivi non solo pratici, ma anche pregiudiziali, con Pisapia, piace la propensione alle grandi opere. Per Sala, si sono schierati apertamente tre ministri renziani. L’ultimo è stato quello delle Infrastrutture, Graziano Delrio, che ha benedetto il progetto del recupero degli scali Fs.

 

[**Video_box_2**]Il caso degli scali Fs sembra una complicazione troppo milanese per essere capita dagli altri, o anche solo dai milanesi. Ma in realtà è un caso di scuola, simbolico e non solo economico, di come si possono vedere le possibilità di sviluppo. E non solo perché è in ballo c’è una riqualificazione urbana da un milione e 200 mila metri quadrati dentro la città, un’area superiore a quella da gestire per il post Expo. La cosa è andata così. Laboriosamente portato avanti dalla stessa giunta Pisapia, nella persona della vicesindaco e assessore all’Urbanistica Ada Lucia De Cesaris, l’accordo tra Fs e comune è stato affossato dalla stessa giunta, con bacio della morte proprio di Pisapia e della Balzani, perché il piano contrattato dalla De Cesaris – che prevedeva il 50 per cento di immobiliare – non piaceva. Troppo spazio ai privati, troppo consumo di suolo. Le idee che piacciono a Balzani – e anche all’architetto Stefano Boeri (ne aveva parlato proprio al Foglio), e che ora sostiene la sua candidatura – è differente, forse più ecocompatibile, probabilmente più dispendioso. Fatto sta che ciò che avrebbe dovuto essere l’eredità e il fiore all’occhiello della giunta uscente, è diventato non solo un pasticcio politico, ma anche il casus belli tra due parti della sinistra che si contendono due differenti visioni della città. La De Cesaris infatti, che se n’era andata sbattendo la porta, adesso s’è schierata con Sala, e non con la Balzani, sua collega di giunta.

 

La partita degli scali Fs, come quella per i progetti post Expo o per la quinta linea della metropolitana – grande oppositrice, per (legittimi) dubbi sulla sostenibilità di bilancio, sempre Balzani – è insomma una delle tante tastiere su cui Sala si sta guadagnando un discreto credito da parte di una città che non vuole veder svanire l’effetto entusiasmo dei mesi scorsi. Dalla parte di Balzani – che dovrà vedersela comunque con la non arrendevole base di Majorino, la terza sinistra in gioco – c’è un certo appeal di consenso “civile”, quello sempre posizionato sull’orlo del burrone, del peggio in arrivo. E soprattutto una certezza che nessuno, nella sinistra, nasconde: quella di Milano è una partita decisiva per il partito di Matteo Renzi.
(Poi, le primarie del Pd sono sempre un derby. E i derby vanno come capita. Magari con un dito medio).

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