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Forse i diplomatici in rivolta stavolta devono accettare un politico cazzuto

I giovani diplomatici italiani in rivolta contro la nomina di un politico a Bruxelles (e i vecchi sornioni) dicono: noi siamo lo stato, distinto dal governo. Suggerirei di riflettere prima di mettere nero su bianco tanta antica sapienza - di Giuliano Ferrara

31 Gennaio 2016 alle 06:00

Forse i diplomatici in rivolta stavolta devono accettare un politico cazzuto

Matteo Renzi in una foto d'archivio con Carlo Calenda, vice ministro allo Sviluppo Economico da poco nominato a rappresentante dell’Italia a Bruxelles (LaPresse)

I giovani diplomatici italiani in rivolta contro la nomina di un politico a Bruxelles (e i vecchi sornioni) dicono: noi siamo lo stato, distinto dal governo. Noi siamo la continuità, siamo il concorso pubblico, siamo la garanzia. Gli ambasciatori politici c’erano quando nel Dopoguerra bisognava ricostruire l’Italia, ma ora essa è bell’e fatta, che bisogno ne abbiamo? Suggerirei di riflettere prima di mettere nero su bianco tanta antica sapienza.
 
Quanto all’osservazione storica direi intanto che ieri c’era da ricostruire l’Italia, oggi c’è da ricostruire il mondo o un mondo, e da farlo in presenza di mercati aperti, guerre di civiltà, poteri intergovernativi sempre più concentrati e al tempo stesso diffusivi, norme e culture sovranazionali direttamente dipendenti dalla politica degli esecutivi eccetera. Il tutto in assenza di un ordine mondiale garantito dagli americani in forma paragonabile a quella del secondo dopoguerra (Truman-Obama-Trump). Insomma: a garantirci allora stavano le frontiere, gli stati-nazione di vecchio conio, e le corrispondenti famose “cancellerie”, con il corteggio di burocrazia e diplomazia, eppure si sentì il bisogno ricostruttivo di coprire delle posizioni con nomi tratti dall’albo brutto sporco e cattivo della politica e degli esecutivi invece che dal catalogo dei vincitori di concorso. Oggi le frontiere e gli stati-nazione sono un ricordo, qualcosa si deve pur fare.
 
Tanto più, riflettiamoci, rifletteteci, che lo stato centralizzato, rinserrato, espanso, solido e sicuro nelle sue competenze e nei suoi poteri, lo stato che viveva all’ombra delle feluche, anche quello è un ricordo. Fiscalmente è gravato dal debito e dalle deleghe di bilancio al superstato dell’Unione, formazione del tutto nuova. Non è più in grado i fare la guardia ai confini. In termini di autorevolezza non è più il Magnifico Rettore, al massimo è un insegnante della Gilda. Perfino in Francia, dove quella formazione ha nel passato quaranta re ed è evoluta come accorpamento di tutto intorno alla capitale, mentre la prevalenza dello stato è passata intatta dai Bourbon ai giacobini e alle varie Républiques con le loro retoriche, perfino in quel cuore statalista d’Europa le cose cominciano a cambiare (siamo al quinquennato presidenziale dopo il regale settennato, e tutti cercano soluzioni ai problemi dell’ésprit public che non trovano più garantite nella figura del presidente un po’ Psicopompo e un po’ Marianna).
 
[**Video_box_2**]Gli anglosassoni e gli americani d’altra parte non conoscono lo stato, se ne vedono tracce le scongiurano, ne temono l’assertività, l’inefficienza, l’inutile sfarzo, la distanza dall’autogoverno, e si regolano con il government, che sceglie gli ambasciatori con agio politico, e quando sia necessario punta sulla carriera. Ora non è che si debba buttare giù tutto come un castello di carte, l’affezione a antichi riti è comprensibile, la guardia al privilegio e al rango è sempre stata un’attività nobile, per carità. Ma se i senatori hanno votato con audacia la fine del Senato della Repubblica, con tutti i suoi poteri eguali in un sistema parlamentare che deriva direttamente dalla Costituzione, forse i diplomatici possono accettare che a Bruxelles, paese di Cuccagna in cui burocrati s’incontrano da sempre con burocrati, il patrio governo abbia per una volta, e per ragioni note, scelto un politico cazzuto.

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