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Ragioni adeguate per dire no al ddl Cirinnà. L'appello dei giuristi contro le unioni civili

Il centro studi Livatino ha raccolto già 500 firme per ribadire dubbi e perplessità giuridiche sulla legge che equipara le unioni tra persone dello stesso sesso ai matrimoni e permetterebbe anche l'adozione.

26 Gennaio 2016 alle 20:07

Ragioni adeguate per dire no al ddl Cirinnà. L'appello dei giuristi contro le unioni civili

C’è una via intermedia fra un ruolo del giurista, soprattutto del giudice, interpretato come militante, e una visione asettica, di mera “bocca della legge”, quale che sia, anche quando contrasta frontalmente diritti fondamentali? Fra la toga che usa la giurisprudenza in modo “alternativo”, una sorta di battistrada per un legislatore indotto a seguire a ruota, e quella che ripudia come scandaloso ogni riflessione sui principi che animano l’ordinamento, la cui negazione fa crollare l’intero sistema?

 

Chi dall’estate 2014 ha costituito, organizza e partecipa alle iniziative del Centro studi Livatino è convinto che esista una strada diversa: richiamando la figura del magistrato di Canicattì – del quale è in corso la causa di beatificazione – i giudici, gli avvocati, i docenti di materie giuridiche e i notai che ruotano attorno al Centro hanno scelto di dedicare i loro incontri – quelli di formazione interna, i convegni con rilievo pubblico – all’approfondimento dei temi della famiglia, del diritto alla vita e della libertà religiosa. Ne è conferma l’appello inviato al presidente del Senato e a ciascun singolo senatore, alla vigilia del voto del disegno di legge c.d. sulle unioni civili. Il documento è necessariamente sintetico, sono altri i momenti dell’articolazione e della trattazione più ampia, ma non trascura alcuni passaggi essenziali: a) l’ordinamento già riconosce in modo ampio diritti individuali ai componenti di una unione omosessuale. Il ddl in questione, pur denominandosi delle unioni civili, in realtà non fa emergere in modo organico diritti ciò esistenti, ma individua un regime identico a quello del matrimonio. Questa sovrapposizione  contrasta con la Costituzione, che tratta in modo specifico la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, distinguendola dalle altre formazioni sociali; b) è iniqua la possibilità - contenuta nel ddl - di adottare da parte della coppia same sex, se pure transitando dalla via della stepchild adoption: in tal modo la crescita di un minore all’interno di una coppia omosessuale viene fatta equivalere a quella in una coppia eterosessuale, e il bambino è privato dal legislatore della varietà delle figure educative derivanti dal sesso diverso dei genitori; c) è inaccettabile, quale alternativa alla stepchild adoption, il c.d. “affido rafforzato”, cioè la trasformazione dell’affido in una adozione rispetto alla quale il decorso del tempo può far giungere a una sistemazione definitiva nella “famiglia” di destinazione. Affido e adozione rispondono a logiche differenti, avendo avuto finora entrambi come riferimento l’interesse del minore, variabile a seconda della situazione di partenza: nell’affido è una momentanea difficoltà della famiglia originaria, nell’adozione la stato di abbandono del minore; d) dall'approvazione del ddl si perviene alla maternità surrogata: se il regime della convivenza è parificato a quello coniugale, dal primo non resterebbe fuori qualcosa che caratterizza il secondo. E se la Corte EDU ha costruito un “diritto” ad avere i figli, come sarebbe ammissibile la via della adozione same sex, diventerebbe ammissibile pure quella della “gestazione per altri”.

 

[**Video_box_2**]Ieri l’appello ha raggiunto le 500 firme: dopo quella del prof. Mauro Ronco, presidente del Centro, di presidenti o vicepresidenti emeriti della Corte Costituzionale come Riccardo Chieppa, Paolo Maria Napolitano, Paolo Maddalena e Fernando Santosuosso; di docenti universitari che hanno fatto la storia dell’Accademia in Italia, come Ferrando Mantovani, Pierangelo Catalano, Ivo Caraccioli, di costituzionalisti come Luca Antonini, Mario Esposito e Felice Ancora, di civilisti come Paolo Papanti Pelletier; di circa 40 fra magistrati ordinari e di altre giurisdizioni. A conferma che anche per il giudice una via diversa è possibile.

 

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