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Soli, siamo una squadra fortissimi

A Mario Draghi dobbiamo accendere solo ceri. Promosso Matteo Renzi che sotto il tavolo calcia gli stinchi all'Unione europea. Promossa Marianna Madia che ha portato a termine la riforma della Pa. Bocciato il giudice sportivo che ha aggiunto una nota surreale al caso Sarri-Mancini. Il Pagellone alla settimana politica di Lanfranco Pace.

23 Gennaio 2016 alle 10:00

Soli, siamo una squadra fortissimi

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

SAN MARIO PROTETTORE

 

Non si danno voti a un Mario Draghi, si accendono ceri in segno di ringraziamento. Poche parole dette da lui hanno provocato una reazione immediata e importante dei mercati, tutte le borse nel mondo sono risalite e lo spread è tornato a scendere come se avesse parlato il capo della Fed. Abbiamo dunque un banchiere centrale e di conseguenza una banca centrale, anche se l'abbiamo bistrattata perché asservita ai tedeschi e grande incompiuta, impossibilitata a svolgere il ruolo fondamentale di prestatrice di ultima istanza. Dobbiamo essere orgogliosi di questo gran commis italiano, schivo e talentuoso che si è infilarsi tra le righe degli statuti e ha piegato dogmatismi e feticismi con l'intelligenza della politica e l'abilità della manovra. Un po' Machiavelli, un po' Cuccia. Dieci ceri accesi e un lumino mentre in ginocchio preghiamo che duri il più a lungo possibile.

 

 

SIAMO UNA SQUADRA FORTISSIMI



E vai con la solfa: l'Italia è isolata in Europa, non contiamo niente. Non ci chiamano mai, non siamo stati consultati per l'Iran né per la Siria e ci è mancato poco nemmeno per la Libia. Francesi e inglesi farebbero carte false pur di buttarci fuori dal Magreb. Renzi è solo un bullo populista, provoca per recuperare un po' dello smalto che ha perso in politica interna, si è impuntato sull'affare turco e pure su quello del gasdotto russo, ogni pretesto è buono per fare casino.



Sono strani questi opinionisti che pure vanno per la maggiore. Se siamo davvero deboli come dicono, qualsiasi cosa facciamo non servirebbe a nulla, che siamo maleducati o cortesi, sorridenti o maneschi finiremmo sempre nello stesso modo: a cuccia, a rosicchiare ogni tanto un osso. E non è nemmeno detto che a essere gentili, affettati oserei dire, come fu Mario Monti, ci si guadagni un bel ginocchio di bue.



Tanto vale dunque credere davvero e far credere che l'Italia ha in mano buone carte e che intende giocarsele al meglio: è un semi bluff, situazione in cui non hai punti eccezionali ma hai capito che anche gli altri sono alle strette e non se la sentono di rischiare troppo per venirti a vedere. La Francia è in altre faccende affaccendata, la Spagna non ha ancora un governo e non è escluso che debba tornare al voto. E la Germania ha più di qualche problemino.



Occorre dunque stargli addosso, giocargli contro un'intera partita, con sangue freddo e faccia da poker: bravissimo Renzi (voto 10) a volerci provare. Non dico che debba spingersi fino alla sedia vuota del Generale, quello aveva l'atomica e poi era mille anni fa: ma afferrare il bordo del tavolo e scalciare negli stinchi da sotto, questo sì. Essere maschi e virili quanto Juncker. Ostinati e femminili quanto la Merkel. Soli, siamo una squadra fortissimi.

 

 

VEDEMECUM    



Fra le critiche più strampalate alla riforma costituzionale c'è quella secondo cui riforme così impegnative e delicate debbano essere fatte dai parlamenti e non dai governi tant'è, dicono, che i padri fecero eleggere e misero al lavoro un'assemblea ad hoc. E' cosa piuttosto diversa però gettare le basi della prima repubblica di una storia unitaria che fu fino a quel momento era stata storia di monarchia e di fascismo. E invece aggiustare, farne il tagliando a settanta anni di distanza e dopo i numerosi tentativi falliti dal parlamento.



I padri costituenti lavorarono di scalpello e di lima, di ago e di virgola per trovare il minimo comune denominatore: la Carta risente di questa paura dell'eterno ritorno del fascismo, cosa che la rende quanto meno inadeguata ai tempi decisionisti che viviamo. Già la politica sembra normalmente impotente se poi nemmeno riesce a decidere in fretta. Ci sarà una qualche ragione se negli ultimi venti anni la costituzione materiale ha preso il sopravvento su quella formale.



Quando gli fu chiesto a gran voce di tornare al potere, De Gaulle mise come condizione di avere carta bianca per cambiare la costituzione: quella della quarta repubblica non era tanto male ma per il Generale era intrisa di parlamentarismo che mal si conciliava con la sua idea della Francia come potenza nucleare. La nuova costituzione non la scrisse il parlamento, neanche un'assemblea costituente, nemmeno il governo, ma una commissione affidata alla responsabilità politica del guardasigilli Michel Debré. E coordinata dal costituzionalista Maurice Duverger.



Il popolo approvò. La sinistra gridò lì per lì al colpo di stato (di già). Ci mise venti anni per capirne i meriti.


 
Noi non abbiamo il nucleare, Renzi non è De Gaulle. La Boschi non è Debré: ma se è per questo è molto meglio (voto 10).

 

 

E LA MADIA?



Va alla grande anche Marianna Madia, brava, tenace, studiosa (voto 10). Le prime ballerine delle Crozza's Folies, le belle ancora sconosciute che Virginia Raffaele prendeva in giro in un irresistibile sketch sulle note di “Un uomo, una donna” hanno vinto la loro battaglia in un mondo maschile e assai rancoroso dove si fa fatica ad accettare che una donna giovane e carina possa emergere e brillare di luce propria. Nessuno avrebbe scommesso sulla Madia, solo Walter Veltroni fu buon profeta e si disse sicuro che alla distanza avrebbe stupito.



La riforma della Pa è centrale per la modernizzazione del paese. E se qualche cambiamento si comincerà a intravvedere sarà anche per la riforma che porta il suo nome: non è vero quello che dice Renato Brunetta, che tutto è già stato fatto ovviamente da lui.  



Da oggi è passibile di sospensione e licenziamento in tronco non solo il dipendente pubblico che timbra il cartellino e se ne va a zonzo per la città ma anche il dirigente che tollera l'andazzo.



Scene che nel settore privato sono impensabili, totalmente inimmaginabili, non devono accadere nemmeno nel pubblico. Anche quelli che non sono maniaci dell'ordine, quelli ai quali i delatori stanno sullo stomaco e più giù ancora i sedicenti giornalisti che si appostano fuori per segare chi fa illeciti, anche quelli non possono che concordare con Trilussa: quanno ce vò ce vò. 

 

 

[**Video_box_2**]E LUI TRA DI NOI



L'incresciosa vicenda divide il paese in due. Chi dice che Sarri è un energumeno ignorante e volgare e Mancini una vittima molto fashion. Chi dice (Vittorio Sgarbi, voto 9) che frocio e finocchio sono parole vintage, hanno smesso da tempo di essere un insulto, tra un po' sarà legale il matrimonio tra loro, ricorre ogni anno e con grande successo la celebrazione dell'orgoglio omosessuale, se quindi Sarri avesse detto a Mancini sei un gay, parola depotenziata, smussata, non penetrativa, non sarebbe successo nulla. E chi invece dice che il casino l'ha fatto Mancini, perché calcio o non calcio, campo o non campo non si può andare a frignare in televisione, come un ragazzino che ricorre alla mamma: il dandy, l'uomo di mondo, reagisce in silenzio e con il disprezzo.



Noi in due campi, dunque. E in mezzo un giudice sportivo (voto 4). Non l'uomo, non so chi sia e non voglio saperlo, ma la sua funzione. La funzione produce sempre un risultato. Nella fattispecie è il seguente. Sospensione e multa a Sarri. E fin qui. Ma multa anche a Mancini. Motivazione: eccesso di reazione. Non essendo gay non avrebbe dovuto risentirsi tanto. Poi dice che uno se ne va al Manchester City.

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