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Perché un ambasciatore politico come Calenda non deve fare scandalo

Parlano l’ex ministro Antonio Martino, gli ambasciatori Sergio Romano e Gianni Castellaneta. C’è chi ricorda come altre istituzioni sulla separazione dalla politica abbiano costruito l’immagine e la reputazione; tipo la Banca d’Italia, eppure due pesi massimi tra i governatori non sono venuti dalla carriera interna: Guido Carli e Mario Draghi.

21 Gennaio 2016 alle 10:39

Perché un ambasciatore politico come Calenda non deve fare scandalo

Carlo Calenda (foto LaPresse)

Roma. Sergio Romano, già ambasciatore in sedi come quella della Nato e, da ultima, di Mosca, oggi editorialista del Corriere della Sera, non considera affatto sbagliata in sé la decisione di Matteo Renzi di nominare ambasciatore presso l’Unione europea un non diplomatico, ma un politico ed ex manager quale Carlo Calenda, fino a ieri viceministro dello Sviluppo economico: “Per il paese – dice Romano al Foglio – i vantaggi sembrano esserci. Calenda è considerato molto vicino a Renzi, quando parlerà a Bruxelles tutti sapranno che lo fa a nome del governo e verrà creduto. Egualmente per il presidente del Consiglio è giusto avere collegamenti immediati, non filtrati dalle vedute o abitudini di un diplomatico. Passi avanti reciproci dunque, e mi pare che ce ne sia bisogno. Poi giudicheremo sui fatti”. Eppure nella comunità diplomatica e dintorni la rupture non è vissuta bene, appare un vulnus a un mondo che vive di meccanismi (e carriere) consolidati, e della sottintesa ambizione a rappresentare lo stato più che un governo, a non sporcarsi le mani con la politica. Un mondo che ha sempre guardato con sussiego agli ambasciatori presidenziali della Casa Bianca (ieri è intervenuto il Sndmae, il sindacato più rappresentativo della carriera diplomatica italiana, scrivendo a Renzi per esprimere le sue “perplessità”).

 

“Ma figuriamoci, ambasciatori politici sono sempre esistiti, e tra loro di eccezionali”, osserva Antonio Martino, ex ministro degli Esteri e della Difesa del centrodestra berlusconiano. “Ne cito due: Manlio Brosio, che fu a Mosca, Londra, Washington e Parigi e infine segretario generale della Nato. E Sergio Fenoaltea, che riaprì le relazioni con la Cina e concluse la carriera a Washington. Io stesso – confida Martino – nel 2008 fui in predicato di essere inviato da Silvio Berlusconi, negli Stati Uniti, ma ebbi contro la Farnesina…”. Proprio Berlusconi nel 2002 aveva vagheggiato di nominare a Berlino Franco Tatò, ex numero uno di Fininvest e Enel, grande esperto di Germania e del tedesco: anche allora la rivolta delle feluche, con sponde al Quirinale, ebbe successo. Prosegue Martino: “La nomina di Calenda va però oltre le disquisizioni sul ruolo delle feluche: si tratta del segnale preciso che d’ora in poi Renzi tratterà direttamente le questioni europee. Un rafforzamento indubbiamente, all’interno di un organismo evanescente come la Commissione, dove per inciso Federica Mogherini non ci rappresenta come dovrebbe ed è inutile appellarsi alla neutralità di rappresentante per la Sicurezza, visto che tutti, lì come a Strasburgo rispondono alla ragion politica di paesi, governi e partiti, e infine comanda la Germania. Renzi è andato alla sostanza e per come io la vedo meriterebbe un appoggio bipartisan”.

 

C’è chi ricorda come altre istituzioni sulla separazione dalla politica abbiano costruito l’immagine e la reputazione; tipo la Banca d’Italia, eppure due pesi massimi tra i governatori non sono venuti dalla carriera interna: Guido Carli (che era già stato ministro e fu poi presidente della Confindustria e ancora ministro con Giulio Andreotti), e Mario Draghi, ex direttore generale del Tesoro e banchiere alla Goldman Sachs. A ben vedere anche Luigi Einaudi prima di essere governatore dal 1945 al 1948, e di diventare successivamente ministro e presidente della Repubblica, era stato senatore liberale. Una commistione tra il politico e il banchiere centrale più ricca anche rispetto a Carlo Azeglio Ciampi. Per non dire della Bundesbank, che nel salone d’ingresso a Francoforte offre agli ospiti i paragrafi dello statuto che scandiscono la separazione dal governo (e l’obbligo a non creare inflazione), quasi come le stelle dei caduti della Cia a Langley, mentre  un funzionario potrebbe raccontarvi del presidente Hans Tietmeyer che negli anni Novanta, in piena recessione, avrebbe cacciato il ministro delle Finanze Theo Waigel che lo pregava di impiegare le riserve auree. Beh, Jens Weidmann, attuale numero uno e capo dei falchi monetaristi, prima della nomina nel 2011 era direttore di divisione della cancelleria, da dove Angela Merkel lo prelevò in fretta per le dimissioni di Axel Weber.

 

 

[**Video_box_2**]Il precedente delle nomine nei musei

 

Anche il mondo della cultura paludata un anno fa si ribellò alle nomine renziane nei principali musei di direttori manager, esperti stranieri, personaggi insomma estranei al giro – Salvatore Settis, ex presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali la scomunicò come “pura idiozia” –, iniziativa che invece sta dando buoni frutti e verrà estesa ad altri dieci musei. Tornando a Calenda, neppure Gianni Castellaneta, già ambasciatore a Teheran, Canberra e Washington e oggi presidente della Sace, si scandalizza, anzi: “La nomina di un politico fiduciario è tipica di governi stabili”, dice al Foglio. “Né gli ambasciatori presidenziali esistono solo in America o Gran Bretagna: Catherine Colonna è formalmente ambasciatrice straordinaria e plenipotenziaria di Francia, viene dalla carriera politico-amministrativa ed è stata scelta da François Hollande”. Sergio Romano si dichiara “contrario a tutte le corporazioni, quella diplomatica come quella giornalistica”. Aggiunge: “Il governo può benissimo non attingere dai ranghi della diplomazia, l’Italia lo ha fatto nel Dopoguerra quando quei ranghi erano compromessi col fascismo, e avemmo ambasciatori di prim’ordine. Inoltre la legge glielo consente”. La legge risale ad Amintore Fanfani, e dopo il Cav. anche Mario Monti ci aveva fatto un pensiero. Poi anche lui cedette a una lobby ancora potente, allora.

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