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C’è un laboratorio a Torino

Pd vs M5s, destra (ancora) non pervenuta e centristi in cerca d’autore. Perché l’ex città della Fiat può essere il banco di prova per nuove maggioranze. Riprendere il ruolo di capitale industriale, consolidando e ampliando le proprie eccellenze produttive e di ricerca. Girotondo.

21 Gennaio 2016 alle 14:59

C’è un laboratorio a Torino

Sinergie con le università per diventare polo strategico europeo

 

Ritengo che la prossima amministrazione avrà il compito di ridefinire, almeno in parte, la missione della città metropolitana del terzo millennio. Per prima cosa Torino deve riprendere il ruolo di capitale industriale del paese, consolidando e ampliando le proprie eccellenze produttive e di ricerca, in un ambiente competitivo e stimolante di fabbrica intelligente, di alta tecnologia e di prodotti con forte valore aggiunto.

 

Nella città metropolitana del terzo millennio la cultura e l’arte non possono ritenersi autosufficienti, ma devono interagire con la produzione, la tecnologia e il commercio. In particolare, ritengo che la nota propensione all’innovazione e all’invenzione della città di Torino identifichi un valore (ancorché intangibile) di eccezionale portata non soltanto nell’ambito tecnologico ma anche in quello culturale e politico.

 

In questo contesto, sarà sempre più importante e strategico il ruolo del Politecnico e dell’Università di Torino per promuovere lo sviluppo sociale, scientifico ed economico della città e per affrontare le grandi sfide sociali dei prossimi anni. Tra queste comprenderei l’efficace gestione energetica e ambientale, la sicurezza del territorio, lo sviluppo di nuovi modelli per una sanità sostenibile in piena “ageing society”, l’efficienza dei trasporti metropolitani, la riqualificazione delle periferie e una gestione pro-attiva dell’immigrazione che incentivi coesione e inclusione sociale.

 

Una grande opportunità, per l’amministrazione, sarà il legame sempre maggiore con la vocazione internazionale degli Atenei torinesi. La sinergia dell’accademia con le politiche delle istituzioni pubbliche e private può certamente contribuire a rendere Torino un hub multipolare e strategico nella grande rete connettiva europea (e mondiale) dei trasporti, della cultura e della tecnologia.

 

Bernardino Chiaia, ordinario di Scienza delle costruzioni e vicerettore per gliAffari Internazionali al Politecnico

 


 

Serve una nuova maggioranza sociale e culturale in grado di interpretare i nostri tempi

 

Torino nei prossimi cinque anni deve completare e perfezionare un processo di cambiamento che nell’arco di venti anni ha visto una sua profonda trasformazione. Da città industriale (industria automobilistica) e di servizi finanziari (banche, assicurazioni) a città plurale, articolata su attività e saperi diversi, socialmente differenziata, più aperta e pronta ad accogliere processi innovativi e a interagire con mondi diversi e lontani. Deve saper attirare nuove produzioni, valorizzare ancora di più la sua caratteristica di città della conoscenza e della formazione e preparare il suo ruolo di città cerniera tra il Mediterraneo e l’Europa. La realizzazione della Tav e del Terzo Valico trasformerà il Piemonte Occidentale e Torino in un nuovo centro strategico, area di scambi, di logistica, di trasformazioni industriali. Deve completare il suo sistema di infrastrutture ed essere in grado di unire veramente la sua area Metropolitana in un’unica grande città. Si tratta di avviare un nuovo processo politico culturale e sociale per crescere dopo aver fermato un possibile declino. Ciò che manca in parte è una nuova classe di amministratori in grado di saper interpretare un ruolo così difficile e manca anche il blocco politico che sappia interpretare fino in fondo questi obiettivi. La maggioranza politica che ha governato per cinque mandati di seguito si è scissa: la sinistra riformista si presenterà alle elezioni senza l’estrema sinistra e senza una parte del sindacato che comunque in questi anni aveva appoggiato le giunte Castellani, Chiamparino, Fassino. I Cinque Stelle rappresentano un’incognita imperscrutabile e il centrodestra non pare in grado di esprimere un programma e un gruppo di amministratori di riferimento. Forse Torino deve ancora una volta provare a essere città di avanguardia: avere un programma per lo sviluppo chiaro, netto, senza compromessi, sostenuto da una nuova maggioranza sociale e culturale in grado di interpretare i nostri tempi e le opportunità che nella storia non si ripresentano.

 

Michele Vietti, avvocato, ex vicepresidente del Csm

 


 

Puntare sull'arte facendo lavorare insieme pubblico e privato

 

Negli ultimi anni Torino ha saputo farsi conoscere e diventare una meta turistica apprezzata in Italia e all’estero. Torino dovrebbe potenziare i collegamenti per rendersi più facilmente raggiungibile. Legata tradizionalmente all’industria e alla produzione, ha saputo sviluppare nuove vocazioni diventando Città di ricerca e Città di cultura. In questo processo l’arte contemporanea ha svolto un ruolo importante sia sul piano dell’internazionalizzazione (grazie all’Arte povera e poi all’apertura del primo museo italiano dedicato al contemporaneo – Castello di Rivoli), sia come volano di sviluppo economico e sociale.
Con la sua capacità di fare sistema, oggi Torino deve muoversi nella direzione della riconoscibilità e valorizzare l’expertise maturata nell’ambito della produzione culturale. Sappiamo produrre cultura e ora dobbiamo “metterla in circolazione”, esportarla di più. Per questo sono convinta che Torino debba puntare ulteriormente sulle sinergie (tra pubblico e privato, scienza, tecnologia e humanities) e ovviamente sul suo sistema dell’arte contemporanea, sviluppandolo e promuovendolo anche all'estero. Oggi ancor di più è chiamata a investire intelligenze e risorse per consolidare la sua vocazione di Città laboratorio, in cui la formazione ha un ruolo centrale.

 

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo presidente Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

 


 

Il paese guardi a Torino per il rilancio di economia e imprenditoria

 

La nuova amministrazione dovrà tener conto delle tante forze di Torino e dei torinesi, la loro laboriosità, l’onestà, la cultura dell’impegno e della serietà. Penso che questi valori siano da ritrovare concretamente nella vita quotidiana.

 

In questi anni la mia stima per il sindaco Fassino si è ulteriormente rafforzata perché penso che abbia governato la città con serietà e intelligenza in tempi molto difficili. E penso anche che di questa serietà e intelligenza ci sia ancora enormemente bisogno per consolidare i risultati che ha ottenuto.

 

Torino è sempre stata un punto di riferimento per il paese a partire dalla fondazione dello Stato che è avvenuta, come noto, proprio in questa città. Da allora è stata laboratorio politico, di una politica innovativa, onesta e costruttiva, di cui il mio grande amico Valerio Zanone, mancato pochi giorni fa, è stato un grande, ancorché silenzioso, esempio.

 

Oggi con il rinnovo dell’amministrazione, dei vertici di Intesa Sanpaolo e della Compagnia di San Paolo, Torino è nuovamente al centro di una trasformazione importante e di un rilancio necessario quanto stimolante.

 

Rispetto al mondo dell’economia e più precisamente quello dell’imprenditoria, Torino deve ritrovare quello slancio e quell’energia che ha avuto in passato, un po’ di sano orgoglio e la forza di trovare nuove strade. E così deve fare il paese per andare oltre le futilità e le apparenze e concentrarsi sulla concretezza dei buoni risultati reali.

 

Enrico Salza, presidente di Tecno Holding S.p.a.

 


 

Finanziamento compatibile e collegamenti con l'Europa

 

Torino sta positivamente superando la fase di trasformazione che è iniziata negli anni Novanta e si è concretizzata con le Olimpiadi Invernali. La città si è dotata di strutture migliori e ha valorizzato il proprio patrimonio storico-culturale.

 

Non va però dimenticato che tutto ciò è avvenuto incrementando il debito, che ha raggiunto livelli molto elevati.

 

E’ necessario quindi mettere a punto un progetto di medio-lungo termine finanziariamente compatibile che, basandosi sui risultati già raggiunti, permetta di migliorare le condizioni economiche della città e dei cittadini, che sono state fortemente penalizzate dal lungo periodo di recessione.

 

Penso che lo sviluppo della città debba fare leva sulle naturali attitudini dei torinesi, che si sono dimostrate solide e costanti nel corso della storia della città.

 

I torinesi sono stati da sempre innovatori. In Italia moltissimi fenomeni industriali e sociali, quali ad esempio partiti politici, organizzazioni di assistenza sociale, moda, televisione, cinema, aviazione, per non parlare naturalmente dell’automobile, hanno trovato in Torino un terreno fertile per svilupparsi e si sono poi diffusi in tutto il Paese e, talvolta, nel mondo. In un periodo in cui le start up hanno acquistato slancio ed importanza economica, in Italia Torino non ha rivali come polo dell’innovazione nazionale. Va poi tenuta in conto la lunga esperienza della città nei campi più disparati della formazione e l’esistenza di un know-how automobilistico che fa di Torino una della grandi città mondiali dell’automobile. In un contesto culturale ed artistico favorevole, che attira ormai numeri importanti di turisti, credo che l’amministrazione debba sviluppare gli aspetti di cui ho parlato precedentemente per irrobustire e rilanciare le attività economiche e produttive della città.
Non bisogna dimenticare la necessità di disporre, a questo scopo, di una rete di collegamenti internazionali con le aree europee a forte vocazione innovativa, come ad esempio Barcellona, Lione, Stoccarda.

 

Roberto Testore, Fante Group

 


 

Produzione, innovazione, avanguardia. Oltre la fiat con le due “A” (e wi-fi free ovunque)

 

La ripresa rischia di essere fragile. Così come l’Italia, Torino ha grandi potenzialità, ma il cammino va accompagnato con tre parole chiave: produzione, innovazione, avanguardia.

 

In un recente passato si è arrivati a dire che Torino poteva fare a meno dell’industria poiché servizi e terziario erano il futuro. Finalmente questo assunto è stato abbandonato e si vede chiaramente che anche i servizi si alimentano di industria. Tuttavia sembra mancare ancora la piena convinzione che occorre favorire le specializzazioni esistenti: puntare con forza sulle due “A”, Automotive e Aerospazio che insieme alla meccanica rappresentano la vera forza industriale della città. Qui Torino può tornare a essere capitale in un modo nuovo e diverso rispetto a quando lo era sotto il segno della Fiat. Oggi questi settori si caratterizzano per essere filiere lunghe che attraversano tutto il Paese da nord a sud con forti interdipendenze con l’estero. In Italia 100 euro di investimenti fatti nel Mezzogiorno producono 30 euro di ricadute produttive al nord. Un parte considerevole della subfornitura auto torinese produce per l’industria tedesca. Questo vuol dire che il futuro di Torino passa largamente da investimenti fatti altrove e bisogna attrezzarsi per dialogare con questo “altrove”. La città può legittimamente puntare a un ruolo di leadership nazionale in queste filiere e prenderne la guida anche in termini di strategie industriali. Tornare a essere capitale – ossia centro decisionale, luogo capace di fare sintesi degli interessi complessivi della filiera è un obiettivo possibile, almeno in questi settori. Anche perché nell’Italia dei campanili contrapposti, lo scettro è vacante.

 

Questo obiettivo si sposa perfettamente con un processo già in atto: la concentrazione a Torino di realtà di eccellenza nella ricerca e formazione; tanto di tradizione (Politecnico) quanto di recente insediamento (Centro per l’innovazione nel grattacielo di Intesa Sanpaolo). I prossimi anni saranno però decisivi per fare un vero salto di qualità: da una pluralità di soggetti singoli – pur reputati e qualificati – a un vero “polo” alimentato da una rete di sinergie pubblico-privato. E con unicità e condivisione di governance; questa la vera sfida.

 

Da questi fattori (industria e innovazione) derivano le forze – e le risorse – per attrarre nuovi insediamenti produttivi; accelerare sui processi di digital economy e smart city; produrre servizi più avanzati; attrarre maggiori flussi turistici e avere una più ampia apertura internazionale. Divenire una città interamente wi-fi free sarebbe – ad esempio – un bel biglietto da visita e Torino può essere luogo di “avanguardia” tanto nei processi di produzione, quanto in quelli sociali e artistico-culturali.

 

Gli stimoli che derivano dal progresso tecnologico sono spesso stati, nelle varie epoche, l’elemento chiave che ha permesso all’Arte – grazie alla creatività degli artisti ed alla sensibilità dei loro mecenati - di farsi “Arte contemporanea”.
Tra cinque anni Torino potrebbe essere, più marcatamente di oggi, capitale industriale, polo di innovazione e centro internazionale di arte contemporanea.

 

La futura amministrazione della città potrà giocare un ruolo importante per guidare questi processi, per coagulare forze, per dare una rappresentazione chiara delle scelte e per costruire una narrativa convincente delle priorità. Non c’è da inventare nulla, il cammino è intrapreso. Ma la variabile per riuscire è il tempo: occorre correre.

 

Massimo Deandreis, direttore generale di SRM-centro studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo

 


 

 

[**Video_box_2**]L’egemonia di sinistra fa vivacchiare la città, che si butta sul M5s

 

Non si può capire Torino senza la religione, i santi e gli anticlericali, e un buon punto di partenza sono le visite dei Papi. La più memorabile è stata senza dubbio quella di san Giovanni Paolo II, del 13 aprile 1980, che ha fissato per sempre l’immagine della città delle tre culture coesistenti: il cattolicesimo con i suoi santi sociali; il “liberalismo laicista” e massonico; e il “marxismo ateo”. Papa Wojtyla non faceva sconti, denunciando la “potente eloquenza ed efficacia negativa” del laicismo e del marxismo. Gli ha fatto eco Papa Francesco nella visita del 21 giugno 2015 denunciando la presenza a Torino nell’Ottocento di “mangiapreti”, “massoneria in pieno” e perfino “satanisti”: “era uno dei momenti più brutti e dei posti più brutti della storia d’Italia”.

 

E tuttavia anche Papa Wojtyla vedeva “spiragli promettenti e positivi” nella capacità delle tre culture, senza confusioni e sincretismi, di collaborare nonostante tutto, come disse quando tornò a Torino nel 1988. Denunciava però allora un nuovo rischio per la città: la “paura a pensare in grande”, la decadenza, il passaggio dalle tre culture – pure in lotta fra loro – all’incultura e allo scoraggiamento. Un tema al centro delle due visite di Benedetto XVI del 1998 e del 2010 e di quella di Papa Francesco del 2015, dove due diversi Pontefici hanno indicato come rischio per Torino “vivacchiare e non vivere”, secondo l’espressione del beato Pier Giorgio Frassati.

 

Di questo “vivacchiare” l’egemonia assoluta che il Pci, poi Ds, poi Pd ha esercitato sulla vita politica comunale – ha espresso tutti i sindaci, da quando esiste l’elezione diretta – è stata concausa, insieme alla presenza di una cupola di poche persone che dà l’impressione di gestire, trattando con il Pd, tutti i salotti buoni e tutto il potere economico e culturale. Oggi il rischio non è quello del confronto troppo aspro tra le tre culture, ma la diluizione di tutte nella brodaglia insapore della pura gestione del potere e dell’ignoranza. Il Pd ha talora espresso decorosi amministratori, ma la cappa di una omogeneizzazione soffocante spinge molti verso la “pazza idea” di consegnare la città ai Cinque stelle. Mentre il centro-destra, se c’è, non riesce a battere un colpo.

 

Massimo Introvigne, sociologo

 


 

Migliorare le infrastrutture lavorando con il privato

 

Dopo quindici anni di profonde trasformazioni (1995-2010) Torino fatica a definire una prossima identità, sollecitata dai richiami dell’industria, le ambizioni per il terziario, le soddisfazioni da vivace Città Universitaria e il piacere di scoprire una apprezzata vocazione turistica.

 

La città è stata colpita da una crisi che ha minato la struttura economica più che in altre aree metropolitane ma la vocazione e la pratica industriale è stata e rimane il fattore centrale dell’economia torinese: ridimensionata rispetto a un diverso passato, ma sintesi di grandi eccellenze, in particolare nell’automotive, fortemente correlate al polo di ricerca della Città Politecnica. Un numero crescente di studenti fuori sede, molti stranieri, rafforza il prestigio delle istituzioni universitarie. Museo Egizio e Reggia di Venaria, musei tra i più visitati nell’ultimo anno, confermano un interesse crescente per la città: inimmaginabile fino a qualche anno fa.

 

E’ quindi difficile puntare su alcune vocazioni e abbandonare le altre; la vera sfida per l’Amministrazione della Città è portare avanti un progetto complessivo ma con priorità a quelle componenti con maggiore ricaduta occupazionale ed economica.
E’ stato fatto molto per rinnovare l’immagine della città: aree dismesse recuperate, un sistema infrastrutturale più adeguato, una linea metropolitana attesa quarant’anni, in generale una qualità della vita lontana dal grigiore della città operaia di qualche decennio fa.

 

Ma non basta e la scommessa per il prossimo futuro è concretizzare la localizzazione di realtà economiche sul territorio, valorizzare le eccellenze e le vocazioni imprenditoriali, continuare a migliorare il sistema infrastrutturale favorendo sempre più il partenariato pubblico-privato. Fermarsi non è possibile, mai.

 

Cristiano Picco, architetto

 


 

Servono ideali politici forti che valorizzino persone e comunità intermedie

 

Anche se il passato non torna può insegnare comunque qualcosa; il Dopoguerra fu caratterizzato a Torino da forti contrapposizioni fra le culture presenti, anche a livello politico: quella cattolica, quella comunista e quella laica, delle quali parlò in un memorabile discorso alla Città nel 1980 Giovanni Paolo II. Anni difficili per le tragiche conseguenze della guerra, la forte immigrazione dal sud e le profonde lacerazioni del tessuto cittadino. Eppure Torino fu in grado di riprendersi, di rinascere; con il contributo di ognuna di queste culture e dei suoi migliori rappresentanti fu in grado – pur con mille difficoltà – di integrare chi arrivava dal sud Italia, migliorare di molto le condizioni di vita e ridefinire l’assetto della città, valorizzando le tradizioni (ad esempio quelle delle opere sociali nate nell’Ottocento dai santi di Torino) e sviluppando una vera innovazione e un robusto tessuto produttivo: molte delle grandi aziende pubbliche sono nate proprio a Torino. Grazie al sindaco democristiano Amedeo Peyron, Torino si aprì all’Europa (promuovendo importanti istituzioni comunitarie) e al mondo con le celebrazioni di Italia ’61.
Insomma: culture diverse e ricche di ideali, ben radicate, capaci di innovare, integrare ed accogliere; con il contributo essenziale di una buona politica.

 

Gli anni Settanta, con il terrorismo e la crisi economica, hanno lasciato profondi strascichi; dagli anni 2000 si parla di una ripresa di Torino e soprattutto dopo le Olimpiadi del 2006, di una nuova immagine della Città. Eppure una difficoltà di fondo non può essere sottaciuta: con la cosiddetta “fine delle ideologie” – che in realtà non sono finite, ma hanno solo cambiato aspetto – e la crisi della politica, si riscontra pure una perdita di vigore di quelle culture e di quelle tradizioni che hanno fatto grande Torino; a livello pubblico hanno lasciato il posto a un tessuto culturale assai meno variegato, quasi una sorta di “monocultura”, pur con diverse sfaccettature al suo interno e poche eccezioni. Tale mainstream – peraltro assai elitario – è in grado di integrare realmente e valorizzare ciò che nasce dalla società? Qualche difficoltà sembra esserci e un certo conformismo ammantato da un’idea pragmatica della politica pare coprire molti dei problemi reali e perpetuare vecchie logiche, anche a livello politico. Per cambiare marcia, forse, è auspicabile che qualcuno sappia riprendere la forza degli ideali e delle tradizioni politiche, dei “fondamenti” – pur ridefiniti in modo nuovo – a partire dal primato della persona, della società e dalla valorizzazione di comunità intermedie aperte e vivaci.

 

Michele Rosboch, docente universitario e presidente del Centro culturale Pier Giorgio Frassati

 


 

Più spazio al volontariato, palestra anche per la politica

 

Per Torino il volontariato ha rivestito e riveste un ruolo importantissimo, essendo una delle forze che muove la città. Ma la forza del volontariato è anche la sua debolezza: non riesce a fare rete. Vi sono molte associazioni medio-piccole che non riescono a incidere perché le istituzioni “utilizzano” il volontariato solo per “risparmiare”, senza coinvolgerlo nella programmazione. Certo è difficile da “imbrigliare”, poiché nasce in risposta alle esigenze che ci sono sul territorio, e spesso diventa promotore di attività che l’ente pubblico dovrebbe fare proprie. Oggi questo succede sempre meno, per via della mancanza di fondi. In questo contesto ci sono due elementi che possono aiutare: le fondazioni e i centri di servizio. Le prime immettono fondi nel sociale, e potrebbero prendere il volontariato sotto la loro ala protettiva, anche se tendenzialmente usano i loro fondi con gli enti pubblici. L’altra componente, effettivamente finanziata dalle fondazioni, sono i centri di servizio, realtà che hanno fatto crescere molto il volontariato in questi anni. Quello che manca è una maggiore sinergia tra ente pubblico, fondazioni e centri servizio. Non è stato e non è facile, perché il volontariato ha la tendenza a non fare rete, spesso le grosse associazioni non aiutano le più piccole, al massimo le accorpano. Sarebbe auspicabile avere una classe politica illuminata che riesca a mettere nei posti giusti persone che sappiano coinvolgere altre persone per far crescere il volontariato. A Torino per 10 anni ci sono stati due centri di servizio in concorrenza tra loro: nel 2014 è nato un centro unico, il Vol.To. I fondi sono stati utilizzati meglio, e sono state superate le preclusioni politiche all’origine della divisione. Quando i due presidenti hanno messo da parte la loro fede politica e si sono parlati è nato il Vol.To., segnando una svolta positiva per le associazioni e portando effettivo beneficio per popolazione. Ecco perché il volontariato può essere anche una buona palestra per la politica cittadina.

 

Luciano Dematteis, vicepresidente di Vol.To., Centro di servizi per il volontariato della provincia di Torino

 


 

Attenzione alle periferie per prevenirei i fondamentalismi

 

A dieci anni dal suo momento “aureo” culminato con i Giochi olimpici invernali, Torino deve ripensare se stessa. E’ indubbiamente finito un ciclo storico importante, avviato con la guida del sindaco della società civile Valentino Castellani nel 1993, sostenuto da una parte significativa della popolazione ma anche da una parte di poteri e lobby economiche, culturali e politiche che aveva necessità di riconvertire le prospettive all’indomani della caduta, con Tangentopoli, dei partiti della Prima Repubblica. Oggi però è tempo di andare oltre i bilanci delle giunte di centrosinistra di Castellani, Chiamparino e Fassino – ognuna diversa, ma con importanti continuità – per comprendere come l’eredità olimpica e del bicentenario dell’Unità d’Italia 2011 siano esaurite: per i candidati a sindaco del prossimo quinquennio, a partire dal primo cittadino uscente, è necessario avere in mente un progetto di città che non perda definitivamente la sua identità produttiva industriale e, nello stesso tempo valorizzi il patrimonio artistico-culturale, il polo dell’innovazione e della ricerca e si concentri su una politica sociale che riduca le distanze tra le due città, in dettaglio studiato e presentato nei progetti di Torino strategica e da istituti di ricerca come il Comitato Giorgio Rota. In questo senso anche la chiesa torinese, che non entra nel merito delle scelte, sta lavorando con l’Agorà del Sociale, forum aperto e operativo, nel quale fare confluire le parti sociali e i mondi che compongono una città da sempre laboratorio in Italia. Due credo le necessità: valorizzare la città della conoscenza: a Torino ci sono 100 mila studenti su un milione di abitanti. Non disperdere il capitale umano che risiede per alcuni anni in città potrebbe essere uno degli aspetti fondamentali per dare un’anima diversa e non solo più legata alla grande industria, che per altro ha fatto una scelta di internazionalizzazione, e dare fiato a un cambio generazionale importante e decisivo per l’avvenire. Secondo aspetto è il tema legato alla convivenza civica tra i torinesi vecchi e nuovi. Il tema dell’inclusione sociale, la con-vivenza e la reciprocità tra culture, tradizioni e fedi. Non creare ghetti e quartieri potenzialmente esplosivi perché, come è evidente in molte periferie di grandi città europee, lì attecchisce in profondità il verbo fondamentalista che vuol dire rifiuto della complessità e del confronto.

 

Luca Rolandi, Direttore de La Voce del Popolo e LaVocedeltempo.it

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