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Torino, Roma, Milano e il referendum. Cosa si gioca Renzi nel 2016 con l’elettore della nazione

Alla fine si torna sempre lì, al Partito della nazione, alla convergenza repubblicana, al patto del Nazareno, se vogliamo, che non c’è a livello istituzionale ma esiste ormai nella testa degli elettori, e che lo si voglia o no il tema sarà cruciale nel corso di tutto il 2016 - di Claudio Cerasa

17 Gennaio 2016 alle 11:00

Torino, Roma, Milano e il referendum. Cosa si gioca Renzi nel 2016 con l’elettore della nazione

Il premier Matteo Renzi e il sindaco uscente di Torino Piero Fassino (foto LaPresse)

Alla fine si torna sempre lì, al Partito della nazione, alla convergenza repubblicana, al patto del Nazareno, se vogliamo, che non c’è a livello istituzionale ma esiste ormai nella testa degli elettori, e che lo si voglia o no il tema sarà cruciale nel corso di tutto il 2016. Sia alle amministrative, prima, sia, successivamente, durante il referendum costituzionale. Guardate cosa sta succedendo a Milano, a Torino, a Roma. Guardate cosa sta succedendo attorno al comitato del “sì” e attorno al comitato del “no”. Sul secondo punto, sul destino del referendum, la partita è esplicita ed è sotto gli occhi di tutti. E nonostante la minoranza del Pd minacci Renzi di fare sfracelli qualora il presidente del Consiglio cada nella “tentazione” di trasfigurare la partita referendaria facendola diventare un plebiscito sul renzismo e provando a trasformare il Pd in un Pdn il punto è proprio quello: il Pd oggi o è un inclusivo Partito della nazione capace di attrarre nuove energie e nuovi elettori emancipandosi del tutto dalla vecchia sinistra, o semplicemente non è, non esiste, è finito, kaputt.
 
Il referendum costituzionale – che non a caso Renzi organizzerà via Leopolda e non via Pd – sarà un banco di prova importante per sottrarre al centrodestra quegli elettori che comprensibilmente non potranno che sentirsi a disagio dall’essere entrati a far parte non solo di una coalizione la cui golden share al momento è ben salda nelle mani di Donald SalvinTrump ma anche di un movimento elettorale, quello del comitato del No, in cui Forza Italia si ritrova ad appoggiare le stesse tesi sostenute dai Rodotà, dagli Zagrebelsky e persino – aiuto! – da Magistratura democratica. Il successo del referendum, salvo disastri legati all’economia, è destinato a portare fieno nella cascina della nazione renziana ed è destinato a dimostrare al centrodestra che in questa fase storica dominata dalle urla e dagli sputazzi la scelta della convergenza programmatica con Renzi non poteva che essere l’unica alternativa per costruire una forza di governo capace di competere sullo stesso terreno del renzismo.
 
Ma prima ancora della sfida referendaria, ovviamente cruciale, il fantasma del Partito della nazione si manifesterà con forza nelle tre grandi città in cui si andrà a votare a giugno. A Torino, complice la scomparsa del centrodestra, Piero Fassino (Pd, o meglio Pdn) sarà il candidato sul quale convergerà naturalmente l’elettore della nazione e il calcolo di Fassino è chiaro ed evidente: sostituire a destra i voti che probabilmente perderà a sinistra, anche a causa della doppia candidatura di Giorgio Airaudo (ex segretario della Fiom Cgil ora deputato di Sel) e di Chiara Appendino (candidata del Movimento 5 stelle). Il trend della sinistra (Sel e altre frattaglie) che si rifiuta di votare Pd è un trend che salvo rare eccezioni (Cagliari e poco altro) è destinato a crescere. E non è un mistero che i Podemos italiani sognano di trasformare le amministrative in un grande trappolone renziano, per replicare all’infinito la formula Liguria: allontanarsi dal Pd (ricordate Pastorino?) per far perdere il Pd. Podemos? No, Perdemos.
 
[**Video_box_2**]L’incompatibilità tra sinistra e Pdn è evidente e lo sarà soprattutto a Roma dove la formula del Partito della nazione verrà incarnata non solo dall’esponente del Pd(n) Roberto Giachetti ma soprattutto da Alfio Marchini che qualora dovesse arrivare al ballottaggio, magari contro il Movimento 5 stelle, chissà, potrebbe trasformare rapidamente Roma nella Capitale del Nazareno e del Partito della nazione (Berlusconi stravede per Marchini). Spunti, suggestioni e traiettorie politiche destinate a incrociarsi naturalmente anche a Milano dove, qualora dovesse affermarsi alle primarie, Giuseppe Sala (Pdn) ha tutte le caratteristiche per essere il perfetto candidato dell’elettore della nazione e attrarre elettori non solo strettamente del Pd (“La verità – ha confessato qualche settimana fa Berlusconi – è che Giuseppe Sala è un uomo del centrodestra, lo è sempre stato. Altro che Pd… Me lo presentò Bruno Ermolli e ha collaborato attivamente con la giunta Moratti. Pensa che uno così possa essere votato dalla sinistra?”).
 
La formula del Pdn, può piacere o no, è entrata nel dna della politica e anche se la sfida è complicata Renzi non ha alternative per vincere la sua partita: o il Pd cambia pelle, e aggiunge una n dopo P e d, o il Partito democratico è destinato a morire, a essere spolpato e cotto a fuoco lento, e rimanere ostaggio di una sinistra che non aspetta altro che rottamare il presidente del Consiglio. Torino, Roma, Milano, referendum. Il Partito della nazione, volendo, può nascere anche così.
 

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