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Perché una destra seria deve votare "nì" al referendum di Renzi

Rassegnarsi o no a Salvini? Il futuro del centrodestra di governo passa dalla consultazione sulla legge Boschi-Cav. – di Claudio Cerasa

31 Dicembre 2015 alle 06:18

Perché una destra seria deve votare "nì" al referendum di Renzi

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Questa riforma porta due firme: quella di Renzi e quella di Berlusconi. Stiamo scrivendo una pagina storica”. Quando si arriverà al dunque, ovvero quando si arriverà alla data chiave del referendum sulle riforme costituzionali, ottobre 2016, ci sarà un partito che sarà costretto più degli altri a fare i conti con la propria identità e che sarà obbligato a decidere una volta per tutte se stare o di qua o di là. “Le regole si scrivono insieme: si possono e a mio avviso si devono scrivere insieme”. Quel partito non è il Pd, non è la Lega, non è il Movimento 5 stelle ma è quel partito, di nome Forza Italia, che insieme con il Pd, all’inizio del 2014, ha scritto, passo dopo passo, il testo della riforma costituzionale, arrivando a votare (8 agosto 2014) lo stesso testo che oggi viene un po’ goffamente disconosciuto e disprezzato e sputazzato. “Il nostro leader, i nostri elettori e il paese ci impongono di rimanere, di preservare e di mantenere ferma la volontà e la determinazione di costruire una nuova Italia”.

 

Il tema con cui dovrà fare i conti il mondo berlusconiano non è però legato a una questione di coerenza ma è legato a una questione più complessa che riguarda l’identità di quella che dovrebbe essere l’alternativa di governo al centrosinistra renziano. Il problema è sintetizzabile in poche righe e suona più o meno così: ma un Berlusconi che non vuole condannare il centrodestra a un futuro grillin-salviniano può permettersi oppure no di fare una campagna tosta e selvaggia per sabotare, via referendum, una legge che – i virgolettati che avete letto finora e che leggerete ora sono estratti della dichiarazione di voto fatta in occasione del primo voto sul ddl Boschi dal capogruppo di Forza Italia al Senato Paolo Romani – permette di “superare il bicameralismo, delineando un assetto parlamentare e un procedimento legislativo più snello, con una netta distinzione di ruoli e funzioni fra le due Camere”, che permetterà alla Camera dei deputati di “essere più rapida ed efficiente nel legiferare in un mondo sempre in evoluzione e sempre più veloce” e che ha finalmente “corretto le storture di un Titolo V pasticciato da un’improvvida riforma voluta dalla sinistra nel 2001, ridistribuendo in maniera chiara e distinta, senza più sovrapposizioni e aree grigie, le funzioni attribuite fra stato e Regioni?”. Immaginare che ciò che resta di Forza Italia organizzi dei banchetti per promuovere il referendum sarebbe da analfabeti della politica (basterebbe non fare campagna referendaria come accadde nel 2001 con il referendum sul Titolo V) ma allo stesso tempo immaginare che Berlusconi si iscriva al partito del TTRR (Tutto Tranne le Riforme di Renzi) sarebbe difficile da accettare per una ragione semplice: la riforma costituzionale, come altre riforme avviate da Renzi, è uno dei molti provvedimenti che contengono ingredienti utilizzati in passato anche dal centrodestra e un centrodestra di governo (che nel 2005, proprio dal governo, si vide bocciare da un referendum ideologico e sballato una riforma costituzionale di cui il ddl Boschi è legittimo figlio) non può che augurarsi che la guerra renziana, intesa come continuazione della politica berlusconiana con altri mezzi, vada in porto.

 

[**Video_box_2**]Nel 1995, il 2 agosto, l’allora premier Berlusconi, alla Camera dei deputati, disse che sarebbe stata “necessaria una riforma dell’attuale sistema bicamerale che, anche per l’eccessivo numero dei parlamentari, comporta un inutile spreco di lavoro e lungaggini dei procedimenti decisionali quali nessuna moderna democrazia potrebbe e può sopportare… tale riforma dovrà essere nel senso della trasformazione della seconda Camera in un organo rappresentativo delle autonomie locali”. Vent’anni dopo la riforma c’è. Non è un caso che porti due firme (Renzi e Berlusconi). Ed è anche per questo che attorno alla battaglia referendaria si capirà se il Cav. intende condannare il centrodestra a essere schiavo o no del grillismo salviniano.

 

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