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Euroffensiva, sì o no

Renzi, senza loden (Monti) e senza cacciavite (Letta), ha il diritto di scuotere Bruxelles. Idee per farlo. Il nesso con l’opinione pubblica che il presidente del Consiglio non può perdere. Il necessario “sottostante”: le riforme.

29 Dicembre 2015 alle 10:55

Euroffensiva, sì o no

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma. Francesco Giavazzi, sulla prima pagina del Corriere della Sera di domenica, ha scritto che “attaccare l’Unione europea non ci conviene”. Era questo il titolo (e il senso) di un editoriale dedicato ai rapporti tra il governo Renzi, Bruxelles e gli altri partner dell’Ue, rapporti che nelle ultime settimane hanno mostrato qualche increspatura in superficie. Abbiamo dato conto, anche su queste colonne, di schermaglie varie sulla direttrice Roma-Berlino-Bruxelles, a proposito di flessibilità fiscale, crisi bancarie, riforma istituzionale dell’Eurozona, flussi migratori e politica energetica, solo per citarne qualcuna. Se poi queste increspature superficiali si trasformeranno in onde sufficientemente potenti da smuovere almeno un po’ delle sabbie sottostanti, si vedrà.

 

Certo è che Giavazzi – economista della Bocconi spesso in prestito al Mit di Boston, conoscitore distaccato ma non superficiale delle dinamiche politico-burocratiche – non può aspettarsi dall’attuale presidente del Consiglio un atteggiamento à la Enrico Letta nei confronti di Bruxelles. Letta rivendicava di brandire un cacciavite per riformare l’Italia e amava assumere un piglio da scolaretto – preparatissimo ma timidissimo – al cospetto dei partner europei. Non fu un successo macroscopico: di quel 2013 rimpiangiamo più le riforme non fatte (lavoro) e quelle nemmeno tentate cercando sponda in Bruxelles (vedi la bad bank oggi tanto agognata) che altro. Renzi dopo qualche mese prese nota e disse al collega: “Stai sereno”. Né Giavazzi – editorialista di punta del giornale dell’establishment borghese italiano – potrà esigere che Renzi torni a indossare il loden bocconian-tecnocratico di Mario Monti. Il prof. a Bruxelles fu a suo modo efficace, ma certo in quei luoghi era un habitué (ex commissario) e brillava di luce propria, anche se al tempo il Corriere faceva lo schizzinoso.

 

Renzi rifugge il cacciavite (di Letta), dunque, e sta troppo stretto nel loden (di Monti). Le differenze psicologico-caratteriali fanno molto, forse tutto. Ma c’è poi una ragione strutturale che impedisce all’attuale presidente del Consiglio di calcare le orme dei predecessori. Non gli appartiene infatti lo spirito depoliticizzatore e pedagogico del tecnocrate Monti, né gli è cara la carriera politica intesa innanzitutto come riconoscimento dei propri pari (quelli del circolo Vedrò, per intenderci). Renzi al momento non sarà stato eletto da tutti gli italiani, come hanno ripetuto fino allo sfinimento alcuni dei suoi oppositori, tuttavia è indubbio che proprio a una legittimazione via urne voglia arrivare l’attuale presidente del Consiglio. Si è preso il Partito democratico in questo modo, con le primarie; si è rafforzato in Parlamento per questa stessa strada, con il 40 per cento alle europee; si mette in gioco assieme alle sue riforme alla stessa stregua, con il referendum costituzionale del 2016. E all’opinione pubblica, se la si voglia tenere in qualche minima considerazione, questa politica europea – fatta anche di ambasciatori riuniti in un Coreper, burocrati asserragliati in una Commissione, capi di governo chiusi per ore in un Consiglio riunito a Bruxelles – bisogna trovare il modo di “narrarla”.

 

[**Video_box_2**] Senza infingimenti, a volte mettendo il dito nell’occhio dei partner più robusti (a Berlino ricorderanno per un po’ le veline passate al Financial Times su Nord Stream e dintorni), con il fine di rendere popolari temi non distanti dalla vita di tutti i giorni. Perciò Renzi può allo stesso tempo attenersi alle regole europee sui salvataggi bancari da non addossare ai contribuenti e poi però alzare legittimamente i toni di fronte al “nein” di Berlino sull’Unione bancaria: è un modo, tutto politico, per segnalare un’incoerenza che rileva, con altri toni, anche il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi. Il valore segnaletico della politica tuttavia non è tutto, e su questo Giavazzi ha ragione da vendere. Nel 2014 la retorica renziana anti “euroburocrati” funzionò perché accompagnata sul campo da una riforma di non poco conto chiamata Jobs Act. Oggi un confronto dialettico con Angela Merkel, in mancanza di riforme radicali in Italia a mo’ di “sottostante”, rischia di esplodere come un titolo derivato farlocco.    

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