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Qualche domanda sul populismo finanziario e i soldini delle regioni

I forestali calabresi e quel che non va nella legge di stabilità. Perché la storica diatriba tra prerogative dello stato nazionale e quelle delle autonomie non è riducibile a un puro conteggio tra efficienza e spreco, in cui la parte dello spreco è tutta a carico delle regioni.

22 Dicembre 2015 alle 10:28

Qualche domanda sul populismo finanziario e i soldini delle regioni

Matteo Renzi con Debora Serracchiani (foto LaPresse)

Milano. Per evitare l’impressione che il tema sia di carattere partitico, o si tratti di una fissa ideologica superata dai tempi, si partirà per una volta dalla regione autonoma Friuli-Venezia Giulia, governata dalla sinistra e guidata da Debora Serracchiani, vicesegretario nazionale del Partito democratico. La giunta regionale ha annunciato di avere dimezzato il deficit di bilancio nel corso di appena metà legislatura. Già la legislatura precedente, di centrodestra, guidata da Renzo Tondo, era riuscita ad abbattere del 22 per cento l’ingente debito di circa due miliardi di euro, ma l’amministrazione Serracchiani, bilancio 2016, sostiene di averlo più che dimezzato: meno 53,8 per cento. Se il Friuli-Venezia Giulia sia oggi classificabile come regione virtuosa, quasi virtuosa o in via di guarigione, è argomento che può essere discusso. Quel che interessa notare è che il sistema delle autonomie locali – quello che nella Seconda Repubblica aveva assunto il rilievo ideale di “federalismo” – se ben gestito può funzionare, o tendere a funzionare, anche se a guidare un’amministrazione regionale c’è una forza politica che, a livello di governo nazionale, non ne condivide i principi e sta attuando una riforma istituzionale intesa a limitarne le prerogative. La storica diatriba tra prerogative dello stato nazionale e quelle delle autonomie non è insomma riducibile a un puro conteggio tra efficienza e spreco, in cui la parte dello spreco è tutta a carico delle regioni (delle province in via di dissoluzione, o dei comuni che purtroppo in Italia sono tanti, ed è difficile accorparli). E’ invece anche una faccenda di distinzione tra buona e cattiva amministrazioni, tra spesa e sistemi di controllo.

 

Una significativa controprova la si può ricavare, stando ben attenti a non cadere nella facile demagogia dello stato sprecone, da alcuni segnali contenuti nella Legge di stabilità per il 2016 in via di approvazione in queste ore. Quella Legge di stabilità che il fumantino presidente del gruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, ha definito come un accrocchio pieno di “mance” e “marchette”, facendo infuriare Matteo Renzi. Ma di cui Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, e con lui altri osservatori, hanno messo in luce alcune pecche che riportano alla memoria le spese a pioggia di un’éra geologica fa: quella delle Finanziarie col buco. Su tutti, gli ormai celebri 20 milioni di euro per il 2016 stanziati per gli operai forestali della Calabria (sono oltre 20 mila, in Lombardia qualche centinaio) o i contratti stabilizzati per i lavoratori precari siciliani assunti in comuni sull’orlo del dissesto. Norme quasi tutte inserite con emendamenti “e senza neppure dover attendere il Milleproroghe”, per dirla con le parole del deputato dem siciliano Angelo Capodicasa. Sullo sfondo restano le polemiche dei mesi scorsi tra stato e regioni, come quella sui tagli lineari alla Sanità regionali, particolarmente criticati dai governatori leghisti Roberto Maroni e Luca Zaia, titolari di sistemi sostanzialmente virtuosi.

 

[**Video_box_2**]Si tratta solo di esempi, che illuminano però due problemi. Da un lato cozzano con la narrazione prevalente del governo Renzi: la buona amministrazione, l’uso responsabile delle risorse da concentrare su ciò è produttivo, prosciugando le sacche di spreco. Invece si assiste al risorgere – o al trasformarsi – di quello che si potrebbe definire come populismo finanziario, una nuova versione della spesa a pioggia utilizzata come calmiere sociale. Dall’altro c’è il problema più complessivo di come rendere virtuoso il rapporto tra la spesa decisa dal centro e quella delegata alle amministrazioni locali, in presenza di studi come quello recente della Cgia di Mestre secondo cui le regioni a statuto ordinario del nord contribuiscono con oltre 100 miliardi di euro all’anno in solidarietà alla spesa del resto del paese, con la Lombardia che vanta un residuo fiscale negativo di oltre 50 miliardi. Temi che sono ben presenti a Stefano Bonaccini, governatore del Pd dell’Emilia Romagna e nuovo presidente della Conferenza delle regioni, che giusto ieri, illustrando il bilancio emiliano, elogiava la “sobrietà” e i tagli “ai costi di funzionamento della macchina regionale”. Ma le regioni tuttora esistono, e non è sempre detto che il controllo delle loro spese attuato dal centro sia per forza migliore.

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