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Capitale che manca a Milano

Soldi e progetti. Limiti e programmi. Catene burocratiche e catene culturali. Cosa serve oggi per governare Milano? Classi dirigenti a confronto. Girotondo di idee. “Mescoliamo gli interessi (pubblico, privato, investitori, gestori sociali) e facciamo la municipalizzata del XXI secolo”

22 Dicembre 2015 alle 12:54

Capitale che manca a Milano

Superare la sindrome da primo della classe. Quello che siamo già non basta

 

Milano dovrebbe superare la sindrome da primo della classe. Sentirsi i migliori è un grave difetto: adagiandosi sugli allori si finisce per regredire. Le ragioni sono semplici. Primo. Il progresso deriva da un fuoco interiore che porta a svilupparsi, a non essere mai sazi, a voler raggiungere la tappa successiva, a guardare verso orizzonti lontani. Insomma, a migliorarsi. Ma chi si sente già il migliore come può migliorare? Milano pensa di essere in vetta, ma da una vetta si può solo scendere. Secondo. E da una vetta si guarda tutto dall’alto verso il basso, e questo implica un ulteriore rischio di impoverimento, quello causato dal non confrontarsi con il resto del mondo. L’autoreferenzialità genera involuzione. La città si deve invece aprire all’esterno, ed essere curiosa. Socrate diceva di sapere di non sapere. La nostra Milano oggi invece rischia di essere convinta di sapere già tutto. In termini concreti, pensiamo veramente che, fatto l’Expo, abbiamo fatto tutto? Pensiamo veramente di poter continuare a vantarcene? Un altro tema da superare è l’accettazione dello status quo. E’ innegabile che nei tempi recenti ci siano stati dei cambiamenti, magari anche vistosi (come la realizzazione di nuovi complessi edilizi moderni), ma – al di là dell’apparenza – vi sembra davvero di trovarvi di fronte a una nuova Milano? A me sembra invece di trovarmi a volte di fronte a una Milano rassegnata ad essere quello che già è. “Stay hungry, stay foolish”, diceva Steve Jobs. E se il monito a rimanere hungry lo si coglie superando la sindrome da primo della classe, quello a rimanere foolish va seguito puntando a scardinare gli schemi, a rivoluzionare le visioni correnti, a reinventarsi, ad aprire nuovi scenari e indicare nuove strade. E qui c’è un problema: per farlo, guarda caso, servono gli uomini e serve che questi uomini si manifestino. Chi guiderà questa grande città dovrà saper identificare e motivare le più fervide menti cittadine al fine di ottenere che si impegnino a contribuire ad un chiaro progetto innovativo. E le dovrà coordinare, perché troppo spesso i molti pregi di Milano derivano da lodevolissime iniziative individuali, che, se messe a sistema, avrebbero nel complesso una forza maggiore ed un’incidenza più significativa di quella data dalla semplice somma dei singoli. Posso fare un esempio banalissimo e, se volete, marginale? E’ mai possibile che gli addobbi natalizi delle strade della città siano tutti diversi uno dall’altro? Non ne risulta forse un effetto di “abbandono”? Le luminarie avrebbero un’alta luce se fossero messe in ordine secondo una precisa regia. Milano può e deve rappresentare un riferimento per l’intero paese, innanzitutto dimostrando capacità di coagulare e organizzare le risorse secondo un’univoca visione strategica.

 

Nicola Bedin, amministratore delegato del San Raffaele

 


 

 

Milano può contribuire ad abbattere un tabù nazionale: basta sparlare della finanza

 

Fossi candidato sindaco, sceglierei il seguente slogan per la campagna elettorale: “Fiumi di soldi e soldi per i fiumi”. Milano non ha tabù da rottamare, non perché sia perfetta ma perché non si crea tabù. E’ la città più opportunista che ci sia e la seconda provincia in Italia per qualità della vita nella classifica del Sole 24 Ore. Non ha tabù da abbattere perché non si fa scrupoli ad abbatterli appena serve: da socialista a leghista, da managerial-albertiniana a social-pisapiana, da martiniana a scolastica, sempre ambrosiana. Milano può però contribuire ad abbattere un tabù nazionale: basta sparlare della finanza. C’è del marcio, come dappertutto. Ma negli ultimi anni, oltre che con l’antipolitica, si è esagerato con l’antifinanza, sollevando polveroni che non hanno aiutato a trovare i colpevoli e a risolvere problemi concreti e bachi etici della finanza, il peggior sistema di circolazione delle risorse eccezion fatta per tutti gli altri. Dirlo ai tempi dell’Etruria è arduo, ma Milano ha forza e cv per ribadire che sì ci sono stati i titoli derivati e le obbligazioni subordinate, ma la finanza resta uno strumento utile alla crescita. Che cosa c’è di più bello e di più expomilanese che scommettere sul successo delle idee? Questo fa la finanza. Milano può sorridere del dito di Cattelan a Piazza Affari, ma deve ritrovare l’orgoglio di dirsi capitale della finanza europea. E allora perché non pensare a una sorta di Stati generali della nuova finanza europea a Milano? Perché non nell’area che fu Expo e sarà polo della ricerca? Ricerca e tecnologia, che poi vuol dire start-up, innovazione, ripresa, cure intensive contro la stagnazione secolare. Che cosa serve per fare tutto ciò? Il capitale umano e il capitale. FI-NAN-ZA.

 

Ps. Noi milanesi ci abbiamo preso gusto con le questioni urbanistico-paesaggistiche: dopo i grattacieli, vogliamo l’acqua. Milano è città che sui fiumi ha costruito cattedrali: dopo gli attributi, tiri fuori i Navigli. Riapriamoli, come vuole un movimento di opinione che dà battaglia. Buttiamo giù il tabù, tiriamo su i cento corsi d’acqua. Qui tutto scorre, se scorre in superficie è più bello. E per ridurre traffico e smog, “è più bello un fiume di una tassa”. Ho cambiato idea, questo è lo slogan.

 

Daniele Bellasio (testo raccolto dalla redazione)

 


 

 

Milano deve rottamare l’ideologia secondo cui il pubblico e il privato sociale sono sempre meno efficienti del privato

 

Per comprendere Milano, occorre partire dalla diffusione della sua propensione imprenditoriale. In fondo, anche i lavoratori dipendenti, nelle variegate tipologie di contratto, sono spesso a loro modo imprenditori: vengono a Milano da ogni regione italiana, per trovare un lavoro ma spesso più in generale per “provare a farcela”. Quindi l’imprenditore è, nella consapevolezza diffusa, un soggetto che lavora con il vento a favore, in confronto al resto del paese.

 

La consapevolezza di ciò determina: una straordinaria cultura della responsabilità sociale d’impresa; una classe imprenditoriale più evoluta e portata ad investire nella propria azienda, nel proprio lavoro; un clima collaborativo nel rapporto tra pubblico e privato che costituisce un unicum nel nostro paese; un sistema di norme e regolamenti che – al netto dell’inefficienza burocratica discendente dalle leggi dello stato – prova a spingere anziché a frenare la propensione al rischio.

 

Possiamo affermare che il modello dell’economia sociale di mercato, che muove dalla collaborazione tra interesse pubblico e privato nella forma del partenariato, nella distinzione di ruoli e nella consapevolezza che la ricchezza pubblica (la bellezza, la pulizia e il decoro, l’offerta culturale, l’efficienza nella mobilità, la qualità e la diffusione degli spazi ricreativi) è un bene comune e quindi da valorizzare e diffondere anche ai fini del creare un clima favorevole al business, non sono slogan ma pratiche quotidiane. Del resto, la cultura del riformismo ambrosiano, tanto giustamente declamata, si fonda essenzialmente su questo, tanto da essere stata capace di respingere ai margini i fondamentalismi ideologici anche nel pieno novecento idealista.
Milano ha un tabù all’apparenza irrisolvibile: la riqualificazione dei quartieri periferici e popolari, di edilizia pubblica. E’ il tarlo all’apparenza insuperabile: crollano le risorse pubbliche disponibili, le famiglie in stato di bisogno aumentano mentre peggiorano le possibilità per le persone disagiate di contribuire al costo per il bilancio comunale.

 

Serve uno scatto di innovazione, utilizzando tutti gli strumenti opportuni, che mettano in sintonia i diversi shareholder impegnati sulla filiera produttiva della casa e sappiano fare tesoro delle migliori pratiche del social housing italiano ed europeo, mescolando gli interessi (pubblico, privato, terzo settore, operatori, investitori, gestori sociali) in modo trasparente, in una cornice pubblica. All’estero esistono agenzie e società (per la casa e per il territorio) assai dinamiche che operano, a seconda dei casi, come promotori di progetti, gestori, mediatori, suggeritori di best practices.

 

Da noi, va rottamata l’ostilità verso la costituzione di un nuovo soggetto pubblico, che chiamerei la municipalizzata del 21° secolo: naturalmente più efficiente, dinamica, partecipata dai privati istituzionali selezionati con procedure di evidenza pubblica, con meccanismi di golden share e soggetta ad efficaci processi di accountability.

 

Così facendo si potrebbe: a) costituire una Società mista pubblico-privata, cui trasferire il patrimonio o la gestione dello stesso; b) elaborare un piano industriale che preveda 1 miliardo di euro di investimenti in cinque anni (per i 28 mila appartamenti del comune), di cui 500 milioni di euro a da stato/regione/comune, reperibile con un mix di spending review e privatizzazioni di quote di partecipazione non core; 500 milioni di euro reperibile da capitali privati (project bond, investitori privati con quote privilegiate, fondi strutturali europei, etc) da remunerare al 6/7 per cento annuo; c) ingegnerizzazione dei processi di gestione e relativa digitalizzazione, per la massima efficienza di gestione; d) assunzione selezionato di personale qualificato; e) un Piano di valorizzazione degli immobili esistenti: messa a norma, efficientamento energetico, riqualificazione, demolizione e ricostruzione, vendita; f) una riforma del sistema di gestione delle assegnazioni e degli inquilini, mediante definizione di un nuovo sistema di canoni che remuneri il capitale e la gestione basato sui miglioramenti di produttività (modello utility), con differenza a carico del comune (fondi rotativi, grant, ecc.) per assicurare canoni sociali; g) una riforma del sistema di gestione della proprietà che consenta la valorizzazione e l’alienazione dei cespiti.

 

Da rottamare, insomma, anche l’ideologia secondo cui il pubblico e il privato sociale sono sempre meno efficienti del privato. A Milano, sono numerosi gli esempi che dimostrano l’erroneità dell’assunto, e danno oggi un contributo decisivo al successo di critica e di pubblico della capitale economica del paese.

 

Carlo Cerami, avvocato, amministratore di Investire SGR, specializzata nel social housing

 


 

 

A Milano, prima di tutto, serve un sindaco che non sia solo il simbolo di Milano

 

Va rottamata una certa borghesia imprenditoriale, che negli anni del dopo-Tangentopoli non ha rischiato più nulla del proprio sulla città. Per uscire dalla crisi servono idee e soldi, e certa borghesia, impegnata a mantenere solo il proprio status, non mette né i primi né i secondi, da troppo tempo. La borghesia ha lasciato che prima la Lega e poi Berlusconi si prendessero la città, limitandosi, forse, a non votarli e a indignarsi ma sempre un po’ di nascosto. Ancor più sorprendente è, salvo rarissime eccezioni, l’assenza di progetti da parte di chi, da Milano, ha avuto onore, gloria e ricchezza: i campioni dell’informazione, dell’editoria e del lusso. Che fine ha fatto il museo della moda? La Rizzoli? In occasione di Expo fanno eccezione due progetti a cui la città si è subito appassionata: Fondazione Prada e la nuova Fondazione Feltrinelli. Va rottamata la prassi che il sindaco di Milano sia una figura legata solo alla realtà, imprenditoriale o politica, della città. Data l’importanza che Milano riveste, da sempre, nel paese, per contare fino in fondo il suo sindaco dovrebbe essere una figura di statura politica nazionale o diventarlo da sindaco di Milano. Quello di Catania ha fatto il ministro dell’Interno (Bianco), quelli di Roma perdono la corsa per il premierato (Rutelli e Veltroni), quello di Firenze è Re, Papa e Imperatore, Formentini, Albertini e la Moratti vanno ai giardinetti... Forse la ragione più profonda è il fio da scontare per essere stata la roccaforte di Bettino Craxi e il conseguente trauma derivato dalla sua caduta e più in generale da tangentopoli. Giuliano Pisapia consegna un’amministrazione pulita e una gestione della cosa pubblica trasparente, chi governerà la città per i prossimi 5 anni ha una straordinaria occasione, l’Expo deve essere solo l’inizio.

 

Piero Maranghi, imprenditore, direttore di Classica Tv

 


 

 

Occhio alle vetrine di Milano, showroom naturale di ciò che il territorio produce

 

“E’ una città che sta riprendendo la sua anima, e quando si riprende l’anima tutto diventa movimento, progetto, innovazione”. Presidente fino al 2011 della Triennale, poi ideatore e curatore del Padiglione Zero, il padiglione-concept di Expo2015, Davide Rampello si concentra sulle cose da fare per Milano: “Il nuovo sindaco faccia tesoro dell’esperienza di Expo, come metodo e anima. E’ stata Expo a dare l’iniezione di fiducia nella possibilità di realizzare il cambiamento; ha permesso di costruire infrastrutture, dare il via a nuovi quartieri, realizzare interventi che ridisegnano la città: dalla Darsena al restauro della Galleria, che è la più bella nel mondo. Milano ha un patrimonio architettonico unico, ha una rete di saperi concentrata come nessuna altra città. Deve però connettere in modo più sistematico la sua serie di eccellenze. Non c’è città con una tale presenza di case editrici, di musei, ha un potenziale universitario unico, ha una capacità di progettazione, dal design all’industria, imparagonabile. Faccio un esempio: io dico da sempre che il Salone del Mobile è il più importante avvenimento culturale d’Italia. Dico culturale, perché è persino più della Biennale di Venezia, perché qui la creatività esibita è il prodotto della città e di un territorio che nel raggio di poche decine di chilometri racchiude il meglio di design, industria, progetto, produzione. Sa cosa dovrebbe fare il sindaco? Valorizzare molto meglio le vetrine di Milano. Milano è destinata ad essere sempre più una shopping destination, ma per un motivo preciso: le vetrine di Milano sono lo showroom naturale di ciò che il territorio produce, dalla moda in giù. Milano in vetrina vende se stessa, il suo tessuto produttivo e ideativo. Ciò che serve fare è potenziare questo sistema. Serve un tavolo permanente tra istituzioni e cittadini, imprese, università. Chiamatela cabina di regia. L’importante è che si superino i campanilismi politici, le piccole conventicole e convenienze, come quelle che hanno bocciato il progetto sugli scali Fs. L’anima di Milano è questo sistema vivo”.

 

Davide Rampello (testo raccolto dalla redazione)

 


 

 

Il prossimo sindaco deve combattere l’insopportabile propensione a pensare che la democrazia appartenga a ristrette élite iperpoliticizzate

 

Non so se siano tabù o tic, pregiudizi o coazioni a ripetere, luoghi comuni o persistenze ideologiche. Però a me che nella vita ho frequentato sia la destra della sinistra (prevalentemente), che la sinistra della destra (almeno nella forma della speranza di riforme liberali e di contrasto all’invasamento giustizialista), i cosiddetti tabù di oggi appaiono relativamente modesti se penso alle zavorre di qualche tempo fa. Pesa sicuramente una sorta di effetto Renzi, che ha contribuito a sciogliere incrostazioni decennali spazzandole via come fossero edifici costruiti su colonne di sabbia e che sembrerebbe non aver terminato l’opera, ma pesa anche il fatto che nella cultura del Pd, instradato ad occupare lo spazio centrale del sistema politico, tende a riproporsi un discorso pubblico che, ad orecchie addestrate, ripropone uno dei refrain propri dei momenti migliori del Pci, quella capacità di anteporre l’ interesse generale della società italiana alle convenienze di Partito. O, quantomeno di far coincidere l’interesse del Partito con l’interesse del paese. A Milano come hanno capito in molti, tranne, sembrerebbe, i dirigenti del centrodestra, si gioca una partita significativa esattamente sul piano della capacità egemonica del nuovo centrosinistra. Il sottoscritto pensa che l’esperienza di Pisapia sia stata importante, ma in se e per se sia irripetibile. E’ come se fosse maturata in una diversa epoca, come se parlassimo di decenni, non di anni. Diverso era il Pd, diverse le forze a sinistra del Pd, un centrodestra in crisi, ma non ancora avvitato su stesso come appare oggi, una geniale operazione di riformismo radicale (gli arancioni) inventata da un pugno di ex socialisti… ma, c’è un ma. La vera qualità della giunta Pisapia è stata la capacità di cambiare e condurre a compimento tutte le partite urbanistiche aperte, pensate e avviate dalle amministrazioni precedenti, di realizzarne di nuove (vedi Darsena), di produrre una politica del trasporto e del traffico coraggiosa e di accompagnare la sfida di Expo. E veniamo ai tabù: sono due su tutti e, se il centrosinistra saprà liberarsene, inaugurerà una lunga fase di governo, comparabile alla stagione delle giunte riformiste degli anni settanta e ottanta. Il primo è quella spocchia elitaria che al fondo, sposando spesso le istanze di questo o quel comitato per il No a qualcosa, mostra l’insopportabile propensione a pensare che la democrazia appartenga a ristrette elites iperpoliticizzate e autoriferite. Trattare codesti comitati come una risorsa democratica è nella stragrande parte dei casi, un errore, o almeno, una sciocchezza. Il secondo tabù sta nello stucchevole refrain di queste settimane che ci spiega che la realizzazione e la gestione di Expo 2015, siano state “cose da Manager”… Ora che una quota parte di qualità manageriale ci volesse, per fortuna, è fuori discussione, ma che realizzare Expo, garantendo efficienza, efficacia e controllo, sapendo gestire i difficili rapporti tra Enti locali, governo e organismi internazionali non abbia richiesto anche qualche abilità politica appare francamente poco credibile. Oggi Milano può imboccare una strada virtuosa, che renda irreversibile il cammino intrapreso negli anni scorsi. Ma questa strada non la si imbocca facendo le vestali di una sorta di indiscutibile continuismo, bensì accompagnando l’innovazione e il dinamismo di Milano e dei milanesi

 

Sergio Scalpelli

 


 

 

Capitali stranieri, investitori privati, nuovi mercati per arrivare dove non arriva il pubblico

 

Il primo tabù da sfatare è quello che le due Milano esistenti – da una parte quella della creatività, della moda e del design, delle start up, delle fondazioni Prada e Trussardi, dei cappuccini fotografati su Instagram; dall’altra quella delle periferie, degli ultimi e della solidarietà – vadano a tutti i costi messe in contrapposizione. Chi sarà chiamato a governare la città dovrà avere ben chiara questa cosa: esiste una sola Milano, e l’apertura alla globalizzazione è un concetto che va applicato a 360 gradi, sia quando si parla di attrarre grandi capitali stranieri, investitori privati dai nuovi mercati, studenti di design che si possono permettere l’appartamento dentro la cerchia dei Navigli, sia quando si parla di libertà di culto, di Moschee in Viale Jenner, di immigrazione, di diritti civili, di rifugiati in stazione centrale. La scommessa è a tutto tondo: aprirsi significa non lasciare indietro niente e nessuno e non guardare alla città con i paraocchi ideologici del secolo scorso. E’ necessario creare una rottura netta con una visione della città tutta ripiegata su se stessa. E qui arriviamo al secondo tabù: la vocazione nazionale. Da rottamare, quanto prima. Già, perché i benchmark di Milano vanno ricercati a nord, in Europa: la competizione è con le grandi capitali continentali. Concetto che, tradotto nel linguaggio politico spiccio, significa una guida della città in mano a un sindaco manager e un assessore alla cultura, tanto per fare un esempio, capace di fare pubbliche relazioni in giro per il mondo. Serve una città internazionale e globale, dove l’inglese diventi senza più esitazioni la seconda lingua ufficiale, dove i servizi siano a uso e consumo di chi passa occasionalmente dalla città, di chi viene a visitarla, e dei tanti stranieri che decidono di restarci e investirci. Siamo lontani da tutto ciò? No, il 2015 è stato in questo senso un anno decisivo, l’Expo un oggettivo trampolino di lancio. Si è intrapreso un percorso che non va assolutamente interrotto. Indietro non si torna.

 

Federico Sarica, direttore di Rivista Studio

 


 

 

E’ necessaria una dimensione non ideologica alla gestione di una città, ma le diapositive di Expo non serviranno a molto

 

Quando il direttore mi ha chiesto di scrivere 2000 battute sui tabù da abbattere per governare Milano sono andato a cercare su Wikipedia la voce Carlo Tognoli. Nei miei ricordi di bambino c’è mio papà che raccontava come fosse stato importante verso la fine degli anni 70 a Cormano, hinterland milanese, a due passi da Sesto San Giovanni – Stalingrado d’Italia – fare un accordo con Tognoli per fare una giunta di centrosinistra. Entrambi giovanissimi divennero poi assessori, Tognoli ovviamente per il Psi e mio padre per la Dc e cercarono, secondo memorie familiari ormai quasi sepolte, di gestire la città (che per me è un paese ma adesso si dice città) in modo non ideologico. In fondo il tentativo di Renzi nell’appoggiare Sala – anche se con prudenza e senza legare troppo il suo destino al risultato di Sala – sembra lo stesso. Dare una dimensione non ideologica alla gestione di una città. E’ una formula vincente? Non è detto. Gli anni settanta erano alla fine e delle ideologie da lì a poco ci sarebbe stata la nausea. E comunque c’erano i partiti che erano garanzia di progetti, non tanto le persone. Adesso è tutto diverso e bisogna avere una narrazione sia personale che di visione. Far immaginare un futuro. L’impressione è che a Milano non sarà sufficiente per vincere nessuna diapositiva di Expo, tra l’altro il dopo Expo si preannuncia complicato, né rifarsi ai “successi” della giunta Pisapia o all’onestà personale. A Milano, sempre che non vinca la paura, vincerà chi saprà indicare come una città si può fare stato, nell’Europa di oggi. Milano deve competere con Londra, Monaco e Ginevra nell’attrarre e creare ricchezza. Cari candidati cosa proponete per chi vuole “Milano città stato”? Tirare fuori idee, progetti e visioni per favore. Non siamo ideologici, siamo milanesi.

 

Andrea Tavecchio, Managing Partner Studio Tavecchio & Associati

 


 

 

Il futuro di Milano passa dalla sconfitta di una serie di culture minoritarie e subalterne

 

Milano ha mantenuto dagli anni 70 in avanti con Amministrazioni di diversi colori una sostanziale continuità. Nessun sindaco ha introdotto cambiamenti drammatici. Tutti, più o meno, hanno lavorato in una direzione chiara. Modernizzare la città, avere un’amministrazione quanto più possibile efficiente e utilizzare le forze dei privati, grandi e piccoli, per avere flussi continui di investimenti in tutti i settori. L’Amministrazione Pisapia non ha introdotto nessuna particolare discontinuità. Pisapia ha mantenuto un atteggiamento prudente, forse poco entusiasta rispetto a quanto ha avuto in eredità, a cominciare dall’Expo e dai grandi progetti di trasformazione urbana. Ma è stato sufficientemente abile per “stare a guardare “e non escludersi da possibili lieti fini. Che ci sono stati e che celebrano oggi Milano come la ritrovata capitale economica del paese e una delle aree metropolitane più dinamiche d’Europa. L’unica il cui lo skyline, la rete di trasporti urbani e una cultura metropolitana adeguata assomigli pienamente a quella di altre città europee. Continuare in questa direzione oppure no è il vero oggetto delle prossime elezioni municipali. Di che cosa ha bisogno quindi Milano? Solo di una direzione politica che abbia coscienza delle potenzialità della città e ne sia finalmente e pienamente all’altezza, con orgoglio e senza sensi di colpa. E il rischio che corre? Quello invece di amalgamarsi alle “povere” formulette politiche di questi giorni a cui cerca masochisticamente di incastrarsi. Il tutto passa anche dalla sconfitta di una serie di culture minoritarie e subalterne, che fondamentalmente non sanno riconoscono questa storia. La vicenda della recente discussione sulle varianti delle aree dismessse degli scali ferriovari, un’altra enorme occasione di trasformazione positiva del territorio urbano, è la sintesi di tutto questo. Con il recente voto contrario delle opposizioni di centro destra, dei 5 stelle, ma anche di pezzi della sinistra, che ne hanno per il momento paralizzato il percorso. Ci sarà tempo per rimediare, si dice. Ecco, Milano ha bisogno solo di una cosa. Non perdere tempo.

 

Chicco Testa, presidente di Sorgenia

 


 

 

Più edilizia privata. Serve un sindaco che pensi la città non per un mandato ma per i prossimi vent’anni

 

Milano ha bisogno di un sindaco nel quale possa riconoscersi almeno il 65/70 per cento della cittadinanza. Dovrà essere energico, buon amministratore e soprattutto capace di immaginare e progettare il ruolo e il futuro di Milano in Italia e all’estero per i prossimi 20 anni, magari indicendo un grande concorso internazionale regolato da norme di svolgimento internazionali. Milano ha le risorse umane e finanziarie per dar vita a progetti di largo respiro ma il nuovo sindaco di Milano non dovrà dimenticare l’ordinaria amministrazione. In particolare dovrà per esempio e non esaustivamente: avviare a soluzione il problema dell’immigrazione clandestina trovando abitazioni e occupazioni per questi poveri esseri umani. Rimettere per le strade i vigili urbani a regolare un traffico sempre più caotico dando loro il potere di elevare e riscuotere immediatamente le indispensabili e non negoziabili contravvenzioni. Ultimare con urgenza il già efficace sistema di metropolitane e avviare il tunnel automobilistico da Sesto San Giovanni a piazzale Kennedy che si può costruire interamente in project financing eliminando 150.000 veicoli che quotidianamente devono attraversare Milano. Avviare a soluzione il problema aeroportuale di Milano, capoluogo della seconda più ricca e più industriale regione d’Europa. Rilanciare l’edilizia privata abbattendo gli oneri di urbanizzazione che oggi impediscono sopraelevazioni e cambi di destinazione degli immobili esistenti. Non è questo il luogo per enumerare gli infiniti urgenti interventi di cui la città avrebbe bisogno ma non si può non ricordare che tutti i candidati alle primarie dovrebbero al momento dell’iscrizione pubblicare obbligatoriamente la loro situazione patrimoniale e reddituale.

 

Guido Roberto Vitale, presidente della Vitale & Associati

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