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Dàgli alla “preferita”

La storia (a lieto fine) di Rebekah Brooks e Rupert Murdoch. Far cadere la rossa e perfida Rebekah per tirar giù il re Rupert. Ricordate lo scandalo delle intercettazioni nel gruppo News Corp. in Inghilterra, nell’estate del 2011? Quanto accanimento per nulla.

19 Dicembre 2015 alle 06:27

Dàgli alla “preferita”

Rebekah Brooks (foto LaPresse)

Milano. Quando scoppiò lo scandalo delle intercettazioni nel gruppo News Corp. in Inghilterra, nell’estate del 2011, il magnate Rupert Murdoch arrivò di corsa a Londra, chiuse il tabloid accusato dell’ultima nefandezza (il News of the World), si fece fotografare nelle altre redazioni con fare rilassato. L’unico sorriso compiaciuto e irriverente lo spese per lo scatto abbracciato a Rebekah Brooks, allora chief executive di News International, la filiale britannica di News Corp., che definì “la mia preferita”.
Da quel momento la rossa Rebekah divenne per tutti gli antimurdochiani del paese – ed erano tanti e agguerriti ed eccitati dall’odore del sangue della preda finalmente ferita – l’obiettivo da abbattere. Lei divenne il punto debole di Murdoch, far fuori lei significava far fuori l’impero di Rupert, e ogni sua mossa fu monitorata, analizzata, sezionata per capire fino a che punto il protettore si sarebbe spinto per salvarla. Se cade lei, cade anche il re. Rebekah Brooks si era già fatta tanti nemici in proprio: aveva scalato l’azienda editoriale cominciando come segretaria e arrivando a fare la direttrice e la manager, era ambiziosissima, mondana, amica di Tony Blair come di David Cameron, animatrice dei party in campagna, decisa a fare la trendsetter nei salotti londinesi risultando sempre sguaiata.

 

Rebekah era famosa per la sua ira, per aver tirato dietro portaceneri a reporter che non portavano a casa notizie esclusive, una notte era stata prelevata dalla polizia a casa sua dopo aver menato l’allora marito. Non era amata, Rebekah, era temuta, potente e competente, ma nessuno si sarebbe accanito su di lei in quel modo – impietoso, da parte dei media, degli investitori, dei politici: se non parlavi male di Rebekah, eri additato come un collaborazionista dell’impero del male – se Murdoch non l’avesse identificata come la sua preferita, il punto di tenuta dell’impero. Poi Rebekah cadde. Si dimise, fu arrestata, rilasciata su cauzione, riarrestata, incriminata assieme al suo secondo marito, al suo bodyguard, al suo personal assistant e al suo parrucchiere, e infine processata. Ogni pretesto era buono per accusarla di qualsivoglia immoralità, le botte, gli amanti (compreso Andy Coulson, suo collega e poi capo della comunicazione del premier Cameron), quando annunciò di aspettare un bambino da una madre surrogata il quadro parve completo: una criminale fedifraga e irosa incapace di tenere nel ventre una creatura, una sceneggiatura perfetta. Poi il processo cominciò, nell’ottobre del 2013, telecamere ovunque, lei insolitamente sobria, la sua voce da ragazza così poco in sintonia con il personaggio che si era costruita. Otto mesi dopo, Rebekah fu dichiarata innocente. Tante accuse (all’inizio i capi di imputazione erano 19, poi 5), nessuna colpa dimostrata. Innocente. L’impero di Murdoch non è caduto, nemmeno quando Rebekah non era più abbracciabile, si è diviso a metà, certo, ha pagato cifre astronomiche in danni, ma la via della successione è stata decisa, e Rupert a più di ottant’anni ha una nuova fidanzata. A settembre Rebekah è tornata a lavorare per News International. Emozionata, la preferita ha detto: “E’ un privilegio”.

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