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A tu per tu con il martirio di Forza Italia

“Anche i litigi di corte sono diventati miserabili”, dice Matteoli. Il caotico ottimismo del Cav. La linea Confalonieri e le parole di Del Debbio. Come non farsi spolpare.

18 Dicembre 2015 alle 09:57

A tu per tu con il martirio di Forza Italia

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Roma. Mentre il Pd e il M5S eleggevano i giudici della Corte costituzionale escludendo Forza Italia, mentre Renato Brunetta si faceva esplodere a Montecitorio e Matteo Renzi lo usava come fogliolina di fico, a Palazzo Grazioli Silvio Berlusconi faceva spallucce e un po’ si lamentava, alternando di fronte a Gianni Letta, a Fedele Confalonieri e a Niccolò Ghedini, riuniti a cena attorno al tavolo rettangolare, motti di spirito ed espressioni mobili del volto, ricorrendo alla segreta risorsa di trattare leggermente le cose gravi e seriamente quelle frivole. “Ma del pasticcio della Corte costituzionale ci sarebbe da parlarne tutti i giorni”, dice Confalonieri. “Consigli ho smesso di dargliene da un pezzo al Cavaliere”, aggiunge amichevolmente ironico. “Ma Forza Italia è nella confusione. E penso che ogni tanto Berlusconi debba alzare la voce”. E certo queste sono le parole dell’azienda, sempre cauta, assennata, persino governista. Ma dall’elezione di Sergio Mattarella fino a quella dei giudici costituzionali, mercoledì sera, il Cav. non ha più toccato palla. Dalla fine del patto del Nazareno, Renzi ha iniziato a spolparlo come una pesca matura, approfittando delle sparate di Salvini, e poi dei litigi e delle catatonie che avvelenano Forza Italia: “Avevano candidato Paolo Sisto alla Consulta, ma metà del gruppo non votava il proprio candidato”, racconta Fabrizio Cicchitto. E Altero Matteoli: “Ci sono tanti modi di affrontare un declino, il peggiore è quello di consegnarsi al martirio dello spelacchiamento”. E davvero capire quali siano gli orizzonti contrapposti, quali le categorie che allontanano Brunetta da Romani, il cerchio magico dai vecchi colonnelli, è come avvicinarsi alle origini misteriose d’una nebulosa cosmica. L’unica cosa certa è che oggi Forza Italia non voterà la sfiducia a Maria Elena Boschi.

 

Ma è l’ora delle recriminazioni, dei sospetti, dei bisticci banali e persino degli esami di coscienza, nel partito introverso e sospeso. “Il potere non c’è più, e anche i litigi di corte, che ci sono sempre stati, ora sono diventati miserabili”, mormora Matteoli. “Tira una brutta aria di disfacimento: chiude la sede del partito, si licenziano i dipendenti, e poi il telefono che ormai ha smesso di squillare”. E l’ex ministro, il vecchio missino che a Berlusconi porta un affetto rispettoso ma non reticente, avverte questa decadenza, questa assenza di armonia, come una muffa, una lebbra che si è poggiata su ogni cosa: “Una volta ci cercavano tutti, oggi chi rappresentiamo? Come fa, chessò, la Confcommercio a fidarsi di noi?”, si chiede. “Abbiamo dei margini di ripresa, certo, ma dobbiamo mettere ordine in casa. Stabilire una rotta, anche nei rapporti con la Lega: se da centrodestra diventiamo destra-centro allora siamo ai titoli di coda. L’urlo come risorsa della politica… Mammamia. Finire in questo modo non è dignitoso. Si può anche perdere, ma restando in piedi e con le braghe addosso. Con l’atteggiamento di Brunetta, con la rincorsa alle sparate di Salvini, con la contraddittorietà e il disordine noi diventiamo dei bersagli. Umiliarci è un scherzo. Se fossi stato Renzi, io mercoledì avrei fatto esattamente la stessa cosa. E’ stato facilissimo metterci da parte. Troppo facile”.

 

Ieri pomeriggio Palazzo Grazioli sembrava tornato il vecchio porto di mare dei tempi d’oro, con il Cavaliere impegnato al telefono per tutta la mattina a diffondere  inviti a pranzo tra i suoi inquieti dirigenti e parlamentari, lo studio ingolfato di gente come la stazione di Milano nei giorni di Ferragosto. Berlusconi ha sempre una parola per tutti, come Papa Francesco, e dunque mentre Maurizio Gasparri e Mara Carfagna gli chiedevano più collegialità e ordine, mentre si lamentavano delle effusioni scoppiettanti di Brunetta, lui tirava fuori insperate riserve di entusiasmo, escogitazioni di marketing, persino un volantino che ormai da qualche giorno si porta sempre nella tasca della giacca: un programma in cinque punti, “meno tasse”, “più lavoro”, “la curva del benessere”, “l’eccellenza italiana”, e ancora l’evanescente e salvifico nome di Diego Della Valle e persino quello di Sergio Marchionne. E poi: “Adesso ritorno in televisione io”. E insomma Berlusconi interpreta se stesso all’infinito, come il Buffalo Bill di Altman, gigante di un povero mondo dove tutto è rimasticato. Ma quelli: “Bellissimo, stupendo, magnifico, siamo d’accordo, però il partito è nel caos, presidente. Come facciamo? Qua prendiamo schiaffi dalla mattina alla sera”, razza condannata, quasi i pellerossa o i pigmei.

 

[**Video_box_2**]E allora ci sono quelli che vorrebbero ridimensionare Salvini, recuperare centralità in Parlamento giocando d’equilibrio con Renzi e la sua maggioranza, e insomma ci sono Matteoli, Romani, Gasparri, Toti (e sotto sotto anche Confalonieri e Gianni Letta), poi ci sono quelli come Brunetta che invece avanzano con il coltellino tra i denti e nell’entusiasmo accettano  la grammatica della nuova Lega, e ci sono infine quelli che per sottrarsi alla voragine del caos tendono a scomparire come Mariastella Gelmini e Daniela Santanchè, in uno straordinario intreccio distonico in cui però tutti si ritrovano d’accordo nell’antipatia che circonda il cosiddetto cerchio magico, dunque Maria Rosaria Rossi e le assistenti che a loro modo di vedere hanno reso “inaccessibile” il Cavaliere. E quest’aria di rissa li sospinge tutti, agisce come un anestetico, suscitando parvenze di mobilità, spasmi di vitalità in qualcosa che non c’è più, che è stata amputata. Dice Paolo Del Debbio, vecchio amico di famiglia: “Al primo scoglio questi colano tutti a picco. E’ già chiaro. Non ci sono molte cose da fare. Se Berlusconi non torna a fare il leader, ci sono soltanto due alternative: o scioglie il partito, oppure glielo regala: fate voi, ma che sia un partito vero, aperto e contendibile. Così com’è lo spettacolo è mortificante. Un martirio”.

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