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La sinistra di Cossutta, comunista togliattiano "un passo dopo l'altro"

Con Armando Cossutta, finisce un pezzo non irrilevante della storia d’Italia, quel filone togliattiano che ha rappresentato un’interpretazione originale e nazionale del comunismo di matrice sovietica.

15 Dicembre 2015 alle 15:49

La sinistra di Cossutta, comunista togliattiano "un passo dopo l'altro"

Armando Cossutta

Con Armando Cossutta, finisce un pezzo non irrilevante della storia d’Italia, quel filone togliattiano che ha rappresentato un’interpretazione originale e nazionale del comunismo di matrice sovietica. Intervistato in occasione del suo ottantesimo compleanno, nel 2006, Cossutta rivendicò quell’eredità: “Il cossuttismo, di cui ha parlato Liberazione, non esiste, ma se esiste è solo togliattismo. Vuol dire un passo dopo l’altro, inverando in ogni passo le aspirazioni ideali più avanzate. E senza inutile propaganda”.

 

Ma quell’ispirazione togliattiana, con le sue luci e le sue ombre, ormai non aveva più spazio nelle formazioni minoritarie guidate dagli uomini che proprio Cossutta aveva scelto, da Sergio Garavini a Fausto Bertinotti a Oliviero Diliberto. Nel 2008, abbandonata la compagnia che aveva messo insieme, dichiarò di votare “da comunista” per il Partito democratico. Ma ormai l’Unione sovietica non c’era più e i residuati del comunismo italiano si apprestavano a una cocente sconfitta elettorale che li avrebbe esclusi dal Parlamento.

 

Tra coloro che lo avevano conosciuto nel corso della sua lunga militanza nel Pci, ben pochi avrebbero pensato che Cossutta sarebbe diventato il leader di una formazione estremista, proprio perché i suoi successi principali erano stati ottenuti nella lotta contro gli stalinisti di Giuseppe Alberganti a Milano, contro il Manifesto e contro i seguaci di Pietro Ingrao, a sostegno della linea centrista (nel Pci) di Luigi Longo.

 

Nella direzione del Pci aveva assunto funzioni cruciali nell’organizzazione, accumulando, come disse Enrico Berlinguer, “troppo potere” pur senza abusarne. Tra queste funzioni c’era quella di assicurare il finanziamento del partito, allora largamente foraggiato da Mosca, e anche quella di gestire un rapporto con l’Urss di più ampio respiro. Cossutta si è vantato, probabilmente a ragione, di aver convinto i dirigenti sovietici a stipulare un accordo con l’Eni preferendo il terminale italiano a quello tedesco per il loro oleodotto.

 

Non ebbe però un rapporto di subordinazione con l’Urss: il documento della direzione del Pci che criticava l’intervento dei paesi del Patto di Varsavia a Praga nel 1968 fu scritto da lui. Ma il “legame di ferro” con la rivoluzione d’ottobre (la definizione è di Togliatti) era per Cossutta un elemento identitario del Pci. Su questo aveva ragione, una volta caduto il muro di Berlino il Pci era destinato a scomparire, ma Cossutta non volle rassegnarsi a questa necessità storica, intuita in extremis da Achille Occhetto. Cercò comunque di dare un profilo da “partito di lotta e di governo” alle formazioni scissioniste di cui assunse la presidenza, prima Rifondazione e poi il PdCI, sempre nella logica togliattiana di un passo alla volta, di cui era rimasto quasi l’unico interprete nella galassia neocomunista oramai dominata da estremismi postsessantottini.

 

[**Video_box_2**]Oggi in quest’area non mancano velleità governative o ministeriali che si scontrano con quelle che prediligono la propaganda e l’utopismo, ma si ha l’impressione che si tratti solo di lotte di potere, prive di quello sfondo ideologico e di quel realismo politico che furono i caratteri decisivi, nel bene e nel male, dello stile di Armando Cossutta.

 

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