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Una Leopolda stanca

La difficoltà della lotta ai tempi del governo. A spasso a Firenze tra i renziani alla ricerca di una risposta a una domanda cruciale: come essere rottamatori puri senza cedere ai tic del grillismo - di Salvatore Merlo

12 Dicembre 2015 alle 19:02

Una Leopolda stanca

Il premier Matteo Renzi sul palco della Leopolda 2015 (LaPresse)

E' una noia bestiale. "Ma come si poteva non farla? E' così bella la Leopolda", sorride Filippo Sensi, il garbato portavoce di Matteo Renzi, lui che non s'increspa neppure quando gli si chiede a chi mai è venuto in mente di imitare la gognetta volgare di Beppe Grillo e insomma di far votare ai visitatori del sito leopoldastazione.it "il peggior titolo di giornale dell'anno" dopo aver esposto al pubblico ludibrio una lista di titoli del Giornale, di Libero e del Fatto, tutti critici nei confronti del governo. Sensi si ritrae, forse imbarazzato: "Is not my cup of the", dice, non sono cose di cui mi occupo (per fortuna). A un certo punto sui grandi schermi compare il faccione di Renato Brunetta con sottofondo di musica tecno. E' una specie di rap brunettiano, l'ex ministro di Forza Italia ripete a ritmo di musica: "Numeri al Senato non c'è ne sono/ Non ce ne sono/ Non ce ne sono/ Numeri al Senato non ce ne sono". Il pubblico ride, qualcuno fa buuu. E lo stesso succede quando compaiono anche le facce di Nichi Vendola, di Susanna Camusso, di Maurizio Landini, dei leader del sindacato e di quelli della sinistra: una loro dichiarazione e una scheda scritta che li smentisce, una loro immagine e uno sberleffo.

 

Gli anni scorsi il nemico era il vecchio, polveroso partito governato dalla nomenclatura e dalla classe eterna, quel Pd votato alla sconfitta e incastrato nel vischio rassicurante dell'antiberlusconismo, quel partito da scalare con un linguaggio anche bullesco, a tratti arrembante, e che pure non stonava e che mai nessuno avrebbe definito volgare o gradasso perché era pur sempre grammatica di opposizione e non di potere. Negli anni della lunga rincorsa, dal palco della stazione Leopolda di Firenze, veniva sgranandosi il rosario della nuova politica che diceva "fuori i partiti dalla Rai" e "basta bicameralismo". Rullavano i tamburelli della rottamazione: "La grande scommessa è quella di provare a cambiare non soltanto le facce di chi sta lì da tren'anni, ma anche di provare a cambiare le idee e portare speranza", diceva Renzi nel 2010.

 

Oggi invece sfilano dei ministri, uno dopo l'altro, uno più importante dell'altro: Delrio, Poletti, Madia, Franceschini, Gentiloni, Pinotti, Giannini, ciascuno intervistato da quattro ragazzi scelti tra i militanti: "Buongiorno a tutti, sono Claudia e volevo chiedere al ministro Madia per che cosa sarà ricordata". E poi la domanda per così dire più urticante: "A che punto è la riforma?". E insomma c'è forse qualcosa che non va in questo lungo elenco di successi narrati senza dialettica, nei micro comizi da quattro minuti che non hanno la carica affamata di un tempo, nella polemica sgradevole con avversari già sconfitti, "in effetti si avverte una certa stanchezza", dice sbadigliando Claudio Velardi, l'ex gran dalemiano, accasciato su una poltroncina. "Forse un eccesso di cautela. Se hai qualcosa da dire non ti metti a criticare i titoli dei giornali. Ma d'altra parte stanno al governo".

 

[**Video_box_2**]Così, sbadigliando, tutti aspettano Maria Elena Boschi, vorrebbero vederla rispondere a Roberto Saviano. E' il piatto forte della serata. Aspettando, poi, che domani mattina Renzi provi a fare quello che ci si aspetta da lui e che finora non si è visto alla Leopolda. Ovvero sia, spiegare come la rottamazione può restare in salute a colpi di riforme,  senza cedere ai tic del grilismo e senza inseguire nemici e fantasmi che non ci sono più. 

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