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Quanto pesano nel Pd le sinistre che alla Leopolda oggi si sentono a casa

Orfini, Orlando, Martina, la strada per un correntone del Pd e i nuovi equilibri cercati da Renzi (anche in Cdm)

9 Dicembre 2015 alle 09:26

Quanto pesano nel Pd le sinistre che alla Leopolda oggi si sentono a casa

foto LaPresse

Roma. Appena il suo ministro della Giustizia e capo della corrente dei “giovani turchi” Andrea Orlando prende la parola, e a margine di una riunione del Consiglio dei ministri si abbandona al discorso “politico” e dunque costeggia la dolorosa questione delle amministrative, dei candidati da scegliere, delle primarie o delle alleanze, lui dà l’impressione di ritrarsi con afflizione, poi assume d’improvviso l’aria fresca del bullo, la mimica liquida e ironica, e scoccando un’occhiata divertita agli astanti si rivolge così a Orlando che intanto un po’ lo consiglia e un po’ si lamenta delle decisioni: “Ah, certo. Perché tu De Luca invece non l’hai mai conosciuto, vero?”, gli dice Renzi, mentre dà di gomito a Luca Lotti. “E la Paita? La Paita tu non sai chi sia, no?”, inziga alludendo alla sconfitta del Pd in Liguria (regione di Orlando). E insomma dalle riunioni del Consiglio dei ministri, che Renzi dirige con una mano sola nel ruolo (doppio) di capo del governo e del partito, spesso provengono i numeri più godibili e talvolta persino rivelatori dei mutevoli equilibri in quel delicato e inquieto ecosistema chiamato Pd. L’alleanza tra Renzi e Orlando, dunque tra Renzi e la correntona dei giovani turchi, non è in discussione. Pare. Eppure nessuno dei ragazzi un tempo dalemiani venerdì andrà alla Leopolda. Chi aveva pensato di andare è invece il ministro Maurizio Martina, altro leader della minoranza, lui che – raccontano – ogni volta che prende la parola scopre un Renzi inedito, raro, che lo ascolta attento, serio, quasi rispettoso. “Martina è più renziano di Renzi”, dicono i turchi.

 

E Matteo Mauri, vicecapogruppo alla Camera, compagno di corrente di Martina, ammette che “ne abbiamo anche parlato di cosa fare venerdì. Non vivendo sulla luna, ci siamo posti il problema di cosa fare: c’è la Leopolda ma c’è anche l’iniziativa di sabato organizzata a Roma da Bersani, da Cuperlo e da Speranza. Alla fine abbiamo deciso che non andremo da nessuna parte, non a casa di altri”. Ma qualcosa sta succedendo nel prolifico labirinto di un Pd diviso in circa tre correnti di sinistra e una maggioranza guidata invece da Renzi con lo strumento d’una puntigliosa inversione d’immagine e di grammatica che nel partito accentua a tratti una confusione e una rissosità fitta e amara. “C’è una maggioranza e ci sono tre sinistre”, dice con allusiva ironia Miguel Gotor, il braccio destro di Pier Luigi Bersani, “ma delle tre sinistre siamo sicuri che proprio tutte e tre si oppongano?”. E insomma non solo i giovani turchi di Orlando e di Orfini, ma anche nella “ditta” originaria di Bersani un po’ pensano che Martina e compagni siano a un passo da Renzi. “Quando noi entrammo in maggioranza con Renzi, per Martina eravamo dei traditori”, dice uno dei leader dei giovani turchi, “poi loro hanno abbandonato Bersani e ora sono loro a essere vicinissimi a Renzi. Più vicini di quanto non lo siamo noi che pure formalmente stiamo in maggioranza mentre loro ne sono fuori”.

 

[**Video_box_2**]Orlando vorrebbe che Martina entrasse nel suo gruppo, con i giovani turchi. Gliene parla spesso, e ha proposto anche un’iniziativa comune a gennaio. Ma il ministro dell’Agricoltura prende tempo, nicchia, si fa corteggiare da Renzi, che intanto, in Consiglio dei ministri, lì dove maneggia chiunque con ironica sufficienza, lo tratta come se avesse davanti il conte Otto von Bismarck. E Renzi insegue un precetto politico così antico da esprimersi ancora in latino: divide et impera. Da una parte ci sono Bersani, Cuperlo, Speranza e Gotor – con i quali Renzi ha rinunciato – dall’altra ci sono Orlando, Orfini, Esposito – che stanno in maggioranza, ma coltivano ambizioni in proprio, attratti come sono dagli insediamenti e dall’organizzazione, dai circoli, dalla vita di partito, minuta, aggressiva, concreta. E in mezzo c’è infine Martina con Cesare Damiano, Enzo Amendola, Matteo Mauri e circa altri cinquanta parlamentari, non pochi, utilissimi a Renzi nella carambola degli equilibri interni e del voto parlamentare. Il segretario e presidente del Consiglio si è organizzato con la pignola previdenza d’un turista, d’uno stratega, d’un seduttore o forse d’un assassino: ha bisogno di Orlando e di Orfini, ma non li vuole troppo forti. E allora eccolo, ecco Martina, che nato veltroniano, divenuto franceschiniano e poi in fine anche bersaniano, adesso forse si è accorto dell’insidia, e infatti dice: “Non sono renziano. Basta”. Ma chissà.

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