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Renzi e l'impossibilità di guidare contemporaneamente un paese e un partito

Promosso Antonio Bassolino per la frase della settimana: "Due vicesegretari non ne fanno uno"; promosso D'Alema che non ha paura di pronunciare la parola guerra; promossa Madonna che si fa baciare pubblicamente i piedi dal ballerino ritardatario; bocciato il Milan, Galliani e i forzisti di ritorno che fanno pensare a quello che fu e che non potrà più tornare. Il pagellone alla settimana politica di Lanfranco Pace.

28 Novembre 2015 alle 14:00

Renzi e l'impossibilità di guidare contemporaneamente un paese e un partito

E' di Antonio Bassolino la frase della settimana (voto 10 e lode), impietosa e definitiva: due vicesegretari non ne fanno uno. E' la fotografia del Pd, in crisi certo di crescita ma anche di inconsistenza della leadership dei vari Guerini e Serracchiani (voto 5): è la conferma che nessuno, nemmeno un velociraptor  come Renzi, può a un tempo guidare con successo un paese e un partito. Già nell'impresa fallirono Bettino Craxi, Ciriaco De Mita e pure Giovanni Spadolini malgrado il suo fosse un partito piccolo e con insediamenti territoriali a macchia.

 

Dalla sua fondazione e dalla successiva revisione rottamatrice, il Pd non ha ancora sciolto il nodo centrale della selezione del ceto dirgente. Non sa se dare vita a un partito che sia comitato elettorale con il compito esclusivo di selezionare i candidati alla rappresentanza a tutti i livelli, locale, regionale e nazionale, all'americana per intenderci. Oppure a un partito di radicamento, di connessione con la società, che riesca a creare consenso e ad allargare la sua base fin dal momento della definizione della proposta politica, come dice Luciano Violante in un'intervista sul Corriere della Sera (voto 9), un partito che stia più nel solco della tradizione europea, assai ideologica e centralistica. Nel primo modello conta solo chi è eletto: chi studia e chi riflette sta nei think tank, fa proposte, dà consigli. Nel secondo invece chiunque, politico di lungo corso o di primo pelo, parla anche senza essere stato mai eletto, la selezione avviene tramite la cooptazione nelle correnti del gruppo dirigente in carica, per dire pare che esistano addirittura una corrente boschiana e una lottiana. Una competizione vera avviene tutt'al più al congresso di partito, vedi il voto che ha portato Jeremy Corbyn alla guida del nuovo vecchio Labour.

 

Nel primo modello, le primarie riescono ad essere strumento efficace di selezione: negli Stati Uniti sono regolate per legge, seguono regole stringenti, il corpo elettorale è definito salvo casi rari e particolari di primarie aperte.

 

Quelle del Pd sembrano fatte apposta per dare una pallida impressione di novità e per il partito sono spesso finite in una Caporetto: quando non sono state finte, sono state vinte da qualcuno che nemmeno era democratico e se era interno era mal visto e mal sopportato dal partito stesso. Sono state fatte a volte sì a volte no alla ndo' cojo cojo, con il rischio che all'ultimo momento possa spuntare dalle nebbie una figura indesiderata, che so un Di Pietro che proprio non si rassegna a guidare solo il trattore (voto 2).

 

E' di difficile comprensione la valse hésitation di Renzi, probabilmente conta sulle liste alle prossime politiche, dove potrà avere una larga maggioranza tutta sua ridimensionando il gruppone scelto a suo tempo da Bersani, e da qui ripartire all'assalto della periferia. Che poi sarebbero le principali città italiane, qui il premier ha sempre subito. Se per ora ha deciso di lasciar fare, di tenere ancora quei due vicesegretari che insieme non ne fanno uno, dovrà rassegnarsi alla convivenza con i cacicchi, con i signori dei territori, i De Luca certo ma anche i Bassolino. Non c'è nulla di indegno in questo: la Francia è piena di politici che presidiano i feudi e poi per essere eletti si sottopongono alla prova del maggioritario a due turni di cui il primo ha la stessa funzione di elezioni primarie. Quindi Bassolino, l'ex sindaco degli anni 90 a cui si deve l'effimero nuovo rinascimento di Napoli che tanto piacque all'inviata del Nouvel Observateur Marcelle Padovani, ha il diritto di riprovarci: se lo si vuole fermare perché stona con il ricambio generazionale ci vuole un competitor. Che sia di acciaio e non una mammoletta.

 

 

ROTTAMATI CHE HANNO QUALCOSA DA DIRE

Non solo Bassolino. Non solo Violante. Anche D'Alema. Già Massimo, quello ontologicamente antipatico alle masse e ai tanti pidi che vedono in lui il responsabile primo delle sconfitte, il che è falso ma si sa che la prima impressione è quella che conta  in politica. Ha parlato di politica estera, strategia, di islam e Isis, a Otto e mezzo: buona performance, (voto 9), si può non essere d'accordo, ma almeno lui si sforza di avere una visione d'insieme, di mettere insieme tutti i risvolti di una situazione che più intricata non si può. Magari sbaglia terribilmente a puntare sulla ragionevolezza dell'Iran  ma almeno non si nasconde dietro un dito, non ha paura di pronunciare la parola guerra, non rimuove l'uso della forza.  E' pur sempre il presidente del consiglio che quando ci fu la guerra del Kosovo mandò gli aerei a bombardare Belgrado.

 

 

[**Video_box_2**]THE RIGHT IS VANISHED

Ogni volta che li vedo in televisione, le Santanché, Gelmini, Carfagna, (voto 6) i Gasparri, Romani, Brunetta (voto 5, per una questione di genere) mi viene lo stesso scoramento di quando vedo il Milan (voto 4): penso a quello che fu e che non sarà più. Solo che nel calcio per riemergere bastano soldi, cervello, un po' di culo e che Galliani vada in pensione, (voto 0), è ormai giunta l'ora di fottersene dei suoi tanti meriti passati). In politica no: qui ci vuole carisma, senso della storia, cultura, pelo sullo stomaco e istinto animale per sparare sul bersaglio giusto. Cose che Forza Italia davvero sembra non avere più. Per tutto il tempo che il Cav. ha ridotto la sua presenza, si diceva che quelli là erano sue mere creazioni, prodotti del laboratorio arcoriano, che scaldavano il pubblico in attesa del ritorno dell'artista. Il Cav. è tornato: il suo grido dal palco di Bologna, “con Matteo, con Giorgia e con Silvio non ce n'è più per nessuno”, fa il paio con l'acquisto di Carlos Bacca e Luiz Adriano.

 

Salvini, che è pure milanista, deve aver capito che un destra-centro così non va da nessuna parte, che la Meloni crea più imbarazzi che vantaggi, che lui stesso, felpa o giacca cravatta o no, non saprà mai tirare la carretta fino a Palazzo Chigi. Anche chi ha il quid può essere unfit e questo gli elettori lo capiscono al volo. Così, ecco il destra centro traccheggiare sulla scelta dei candidati alle amministrative di primavera: una coalizione in stato di grazia, come pretendono che sia, avrebbe già uomini forti in ordine di battaglia, non punti interrogativi per ogni casella.

 

 

MADONNA  E LA MADONNA

Diciamocelo, questa nostra Italia, e non solo, sente meno il fascino della Madonna che quello di Louise Veronica Ciccone: nella guerra ai tagliagole anche questo ha un suo perché. Dire che dobbiamo difendere il nostro stile di vita, la libertà di uscire la sera, uomini e donne, di frequentare bar,  ristoranti, teatri, sale da concerti, è un altro modo per dire che fare sacrifici, rischiare la vita, la nostra e di altri, non ci va affatto, ma se proprio non se ne può fare a meno lo faremmo con più convinzione per la madonna pop che quella santa. Si sappia dunque che se dovessimo fallire nel nostro compito, saremmo puniti come il ballerino che arrivò in ritardo alle prove dello spettacolo e fu obbligato dalla cantante americana a baciarle i piedi di fronte a tutti: voto 10 e lode a Madonna, 10 al ballerino ma solo se ha raggiunto l'estasi.

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