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Mi chiamo De Luca. Risolvo problemi. So come si governa

 E a chi mi vuole far fuori, magistrati compresi, dico: all’anima di chi v’è muorto. Ci sono magistrati che si sono provati a rendermi politicamente e personalmente impresentabile. Inchieste e insinuazioni, insinuazioni e inchieste: contenuti criminali zero, tasso alcolico di politicità da palloncino – di Giuliano Ferrara

13 Novembre 2015 alle 19:28

Mi chiamo De Luca. Risolvo problemi. So come si governa

Il governatore della Campania Vincenzo De Luca (foto LaPresse)

Sono De Luca. Enzo De Luca. Risolvo problemi. Da una vita. Prima come capopartito a Salerno, era il Partito comunista italiano. Poi come amministratore del Partito democratico. Da sindaco ho pulito la città, sembra Salisburgo. L’ho animata. Ho chiamato architetti postmoderni e gli ho fatto fare, non dei disegni, delle opere. Una marina della grande irachena Hadid. Un palazzone sinuoso in cemento e vetro di Riccardo Bofill, uno che ha rifatto mezza Barcellona e mezza Parigi. Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna: lo diceva Clausewitz. E chi fa sbaglia o cambia in corso d’opera, e bisogna mettere insieme la paperasse, le scartoffie, necessaria condizione per convincere la comunità nelle sue componenti e la magistratura del fatto che la legge e l’ambiente si rispettano, ma anche la vitalità di una città, il suo orgoglio non luciferino, hanno bisogno di incoraggiamento. Specie al sud, dove l’iniziativa e gli investimenti mancano, la capacità di decisione e di lavoro latitano in un profluvio di chiacchiere e calunnie eccetera. Da molto tempo, con conseguenze vistose. In molti non sopportano questo: ho fatto la gavetta, conosco la politica, sono un capo di massa, anche elettorale, ho perso e ho vinto ma ho sempre combattuto. C’è un certo Antonio Polito, mi dicono bravo giornalista e politico refoulé della scuola fortunato&molle, che non comprerebbe da me un’auto usata: finirà con l’andare a piedi in compagnia di Stella&Rizzo, tutti casa e Corriere.

 

Ci sono magistrati che si sono provati a rendermi politicamente e personalmente impresentabile. Inchieste e insinuazioni, insinuazioni e inchieste: contenuti criminali zero, tasso alcolico di politicità da palloncino. Come tutte le persone eleganti, so essere rozzo, ma non mi manca il sense of humour. Ho deviato dalla retta via quando me la sono presa con Rosaria Bindi ad foeminam, e me ne dovrei scusare contrito se le condizioni lo permettessero, ma lei ha cercato proditoriamente di farmi perdere le elezioni abusando del suo potere parlamentare e dell’ideologia antimafiosa, e non se ne scuserà mai. Le elezioni in Campania le ho vinte. Primo nemico a Napoli il fatto di essere di Salerno. Secondo nemico: la magistratura o suoi settori non mi volevano, mi mettevano i bastoni fra le ruote sfruttando una legge un po’ stramba, la famosa Severino. Il mio partito e il mio premier mi hanno appoggiato up to a point. Il popolo mi ha eletto. Sa che sono uno che cerca di risolvere problemi, e mi ha scelto. Ora dovrei dimettermi, mai!, oppure rassegnarmi a pensare che ho accettato un ricatto familista di un magistrato-donna che mi ha permesso con una sentenza di cominciare a lavorare come presidente della Campania o governatore, fa lo stesso.

 

[**Video_box_2**]Il ricatto che io avrei subito, e che un mio stretto collaboratore conosceva e non mi ha riferito, è questo: io ti faccio una sentenza favorevole sulla Severino, tu promuovi mio marito al grado di dirigente sanitario, visto che lui lavora a Napoli nel sistema delle Asl. Non so. Pare che siano separati in casa. E’ sicuro che non è stato promosso. La sentenza è stata decisa all’unanimità da tre togati. Non c’è uno straccio di indizio, nemmeno nelle cosiddette intercettazioni a strascico, che io mi sia comportato meno che correttamente. Il mio collaboratore è stato così corretto da dimettersi appena emersa la faccenda. E io, con il popolo che mi ha votato, dovrei andarmene a casa dopo una campagna infamante sulla mia impresentabilità, animata e sostenuta da quegli stessi che stanno facendo un processone pieno di bellurie politico-giuridiche contro la Mafia Capitale, una cosa tutta da ridere. Scelgo di rispondere con il massimo profilo di rispettabilità, questo riguarda anche i miei compagni di partito, ministri compresi, che dubitano, latitano, fanno i furbi perché sperano che il coccodrillo non li mangi se non, casomai, per ultimi. La mia risposta è: all’anima di chi v’è muorto.

 

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