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Cosa dice dell’Italia il progetto Milano

Contrariamente all’immagine bonaria e laboriosa, Milano è città di nervosi scatti in avanti, di rivoluzioni che periodicamente ambiscono a trascinare il resto d’Italia. Lo fu il vento del nord e del Cav., lo fu il riformismo craxiano.

10 Novembre 2015 alle 20:11

Cosa dice dell’Italia il progetto Milano

Matteo Renzi al Piccolo Teatro di Milano (foto LaPresse)

Contrariamente all’immagine bonaria e laboriosa, Milano è città di nervosi scatti in avanti, di rivoluzioni che periodicamente ambiscono a trascinare il resto d’Italia. Lo fu il vento del nord e del Cav., lo fu il riformismo craxiano. A volte ci si mettono i pm o i Bava Beccaris, ma quelle più che svolte sono tragedie. La nuova rivoluzione del post Expo con cabina di regia renziana si chiama “Progetto Human Technopole. Italy 2040”, nome adeguato ai tempi, che vale un miliardo e mezzo di investimenti su 70 mila metri quadrati dei 500 mila disponibili in quello che fu il sito di Rho-Pero. E che dice molto – ben oltre Milano – di cosa intenda il premier quando dice che la “politica torna a fare il suo mestiere”. Il modo con cui Renzi ha deciso di intervenire nella partita spiega molto di come vuole governare l’Italia: “Non lascio il progetto in mano ai campanili”. E’ significativa l’idea di fare pivot dell’operazione l’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova, una fondazione di diritto privato finanziata dal governo, coinvolgendo i suoi uomini migliori.

 

La notizia aveva provocato subitaneo spavento e risentimento, non proprio ingiustificati, in chi vi aveva letto un tentativo di emarginare Milano e le sue eccellenze (universitarie e scientifiche, ma non solo), che non sono poche. Renzi martedì, dal palco del Piccolo Teatro, ha tenuto a precisare che il progetto è “totalmente sinergico” con quello dell’Università statale, che vorrebbe costruire sull’area il suo nuovo polo delle facoltà scientifiche, e con altri diretti al privato (ci sono contatti con Politecnico, Assolombarda, European Molecular Biology Laboratory, Weizmann Institute, Ibm Watson Lab, Google, eccetera). A Roberto Maroni, che aveva denunciato un “esproprio proletario”, ha risposto che “nella parte immobiliare, il compito di fare le regole spetta alle autorità locali”, e che il governo garantirà attraverso la Cassa depositi e prestiti. Ma non sarà un’impresa milanese, con buona pace di tutti. “Sono certo che il governo ha un compito nei confronti di Milano”, ha scandito Renzi: “Noi non pensiamo per quell’area a un federal building per uffici pubblici, noi pensiamo a un forte valore scientifico e culturale”. Faccenda nazionale, e la guiderà il governo con gli uomini e le istituzioni che riterrà migliori. Si precisa, così, anche il “modello Milano” di cui Renzi ha parlato spesso, di recente. Che è quello di gestire dal centro le operazioni, con vista sulla nazione. E il senso politico di questo modello è incarnato dalla (probabile) candidatura di Giuseppe Sala a sindaco, piaccia o no al Pd. Perché Sala sarebbe il trait d’union perfetto tra Milano e una visione nazionale e bipartisan. “Grazie Beppe, non dico altro”, ha buttato lì Renzi. Ma pure questo dice già tante cose.

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