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L’unica occasione che ha Renzi per non affondare su Roma

In 25 firmano le dimissioni dalla Giunta. Ora si pensa al futuro. Fare della Capitale un laboratorio politico del partito prossimo renziano. Impossibile? Perché la metamorfosi del Pd è oggi possibile partendo dalla tragica parabola della disavventura di Marino in Campidoglio. Ma a un paio di condizioni – di Mario Sechi

30 Ottobre 2015 alle 13:10

L’unica occasione che ha Renzi per non affondare su Roma

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma è Città eterna perché è un’occasione politica, raccolto e racconto del potere. E’ una storia cominciata duemila anni fa e continua ancora oggi, per chi sa coglierne il senso. Non ci sono solo macerie fumanti intorno al Campidoglio, la fine di Ignazio Marino in realtà per Matteo Renzi e il Pd sono una splendida occasione. Quale? Fare della Capitale un laboratorio politico del partito prossimo renziano. E’ quello della nazione? Chiamatelo come volete, ma è chiaro che a Roma bisogna produrre qualche idea nuova. La sigla del Pd nell’Urbe è usurata, piena di ragnatele, bisognosa non di una riverniciatura, ma di un progetto nuovo, fatto di uomini e idee capaci di suscitare passioni. I dotti lo chiamerebbero “progetto inclusivo”, qui lo possiamo più modestamente definire un “riempi e svuota”. Riempire di contemporaneità, svuotare di arrugginiti elementi retorici del passato.

 

Roma in questo senso è un laboratorio dove le cose si sono già messe in moto spontaneamente. La lista Marchini, tanto per fare un esempio, due anni fa appariva come l’ingenua idea del rampollo di una dinastia imprenditoriale romana, oggi ha tutt’altro aspetto, può diventare decisiva per un’alleanza ma sarebbe riduttivo immaginarla in questi termini. E’ un piccolo e interessante oggetto che può diventare soggetto di un altro progetto più grande. Quell’idea ha assunto peso e qualità grazie a un nuovo testo e contesto che vanno formandosi. E altro si può aggiungere, aggregare, fondere. La metamorfosi del Pd è oggi possibile proprio dalla tragica parabola della disavventura di Marino in Campidoglio. Renzi questo l’ha capito agendo freddamente, esercitando un salutare distacco rispetto alle piroette di Marino, perché rispetto a tutti gli altri attori in scena ha il dono della contemporaneità. Il suo apparire distaccato dalla vicenda romana, in realtà è la presa d’atto che nella Capitale – e non solo – è finita un’epoca ed è necessario pigiare il tasto reset. Serve un nuovo inizio. E’ finita l’era della nomenklatura che catapulta elementi della “società civile” nell’arena politica per presentarsi nuova. Marino è stato la metafora di questo meccanismo, il cooptato considerato “intelligente a prescindere”, il “presentabile”, la figura di “chiara fama”, il dispositivo, l’applicazione, il software vincente dentro un hardware portatile - il partito postcomunista trasformatosi in Partito democratico - che aveva esaurito le pile e non aveva la ricarica disponibile. Tutti artifici retorici che non hanno niente a che fare con il presente.

 

[**Video_box_2**]Non è il caso di scomodare Max Weber per capire che la politica è un mestiere che non si improvvisa. Anche le leadership naturali hanno bisogno di affinare gli strumenti, apprendere. Figuriamoci i paracadutati in una storia che non conoscono. Quella di Marino è la storia dell’improvvisazione che si accartoccia su se stessa, tanto che il New York Times titolò così un reportage su Roma: “Marino onesto, ma è anche capace?”. No, boys. Weber, dicevamo, spiega che “tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l'uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza” e aggiunge che “la politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell'animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev'essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente "si agitano a vuoto", è solo possibile attraverso l'abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola”. Il distacco, la distanza di Renzi, se pensiamo che le parole di Weber siano una bussola, sono un buon punto di partenza solo a queste condizioni, solo se non coincidono con l’idea della deresponsabilizzazione. Si dirà: e per andare dove? Verso un altro contenitore di idee politiche. Non si tratta né di rifare né di superare il Pd, ma di allineare quella storia alla contemporaneità. Roma serve perfettamente alla sincronizzazione dei tempi, delle idee e delle persone. E’ l’occasione per aprire la seconda fase del renzismo: passare dalla rottamazione alla costruzione di un nuovo soggetto politico: il partito della nazione.

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