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Il vero errore di Renzi a Roma è stato abbandonare la Capitale alle élite

La catastrofe del Pd romano non deriva dalla base, come sostiene qualcuno, ma dai vertici, laddove non è stato in grado di agire politicamente e di arginare la demagogia giustizialista di Marino – di Sergio Soave

30 Ottobre 2015 alle 19:49

Il vero errore di Renzi a Roma è stato abbandonare la Capitale alle élite

Matteo Renzi con Matteo Orfini (foto LaPresse)

Esaminata sotto il profilo della qualità della direzione politica di un partito, la vicenda paradossale che ha come protagonista Ignazio Marino suscita un’impressione devastante. Non c’è solo l’ovvia constatazione di una incapacità a maneggiare una personalità difficile o l’assenza di una seppur minima coesione interna, ma si può dubitare più in generale della adeguatezza di una forma di partito e di concezione del potere e della responsabilità politica. Naturalmente di questa situazione critica approfittano gli oppositori interni e i settori di opinione che più o meno consapevolmente li fiancheggiano. La loro tesi è che il difetto del partito renziano è di essersi allontanato in modo definitivo dal modello di partito gramsciano, dal “principe” capace di dare corpo all’egemonia di una classe sull’intera società. Ernesto Galli della Loggia aveva efficacemente descritto la diagnosi di una sorta di “incompatibilità ontologica” di Renzi e l’idea stessa di partito. E’ più o meno la stessa accusa che venne lanciata a suo tempo a Bettino Craxi e a Silvio Berlusconi, dagli stessi ambienti culturali.

 

In realtà vicende come quella di Marino dovrebbero essere lette secondo un diverso schema interpretativo. Del partito gramsciano (e poi togliattiano) figlio della guerra civile europea in realtà non c’era più traccia, né a destra né a sinistra, dopo la caduta del muro di Berlino – nonostante la permanenza di simbologie e retoriche rievocative di un passato ormai sepolto. Il partito di Massimo D’Alema, per esempio, era già una formazione costruita sullo schema dell’organizzazione delle élite, tanto da suscitare l’ironia di Guido Rossi che scorgeva dentro Palazzo Chigi “l’unica merchant bank in cui non si parla inglese”, mentre quello di Berlusconi veniva considerato un “partito azienda” cogliendo, al di là dello spirito malevolo, un elemento innovativo reale. E’ invece dal punto di vista del partito postideologico, del partito assemblaggio di élite a suo tempo descritto da Gaetano Mosca (ma allora era preideologico) che il caso Marino appare particolarmente significativo e preoccupante. Il renzismo non ha conquistato le élite urbane, che al pragmatismo del governo contrappongono vaghe aspirazioni palingenetiche innervate da una concezione cosmopolita e snobistica. E’ così a Genova come a Venezia, a Milano come a Napoli e a Palermo, ma il caso romano risulta quello in cui questo fenomeno appare più vistoso e lacerante. Quelli che sottolineano la disorganizzazione e la permeabilità delle sezioni di partito, come l’ex ministro Fabrizio Barca, denunciano una situazione reale ma non colgono il nodo di fondo. Sono i vertici del partito, a cominciare dal commissario Matteo Orfini, che non sono in grado di agire politicamente. Avendo impostato tutta la loro iniziativa sulla denuncia del degrado della città attribuito alle malefatte di Gianni Alemanno, non sono stati in grado di costruire una base di massa né a sostegno, prima, né in opposizione poi, alla demagogia giustizialista di Marino (in senso proprio, per i richiami peronisti che, paradossalmente, erano stati messi in luce qualche giorno fa da un articolo del Fatto quotidiano). Renzi può anche cercare di defilarsi dalla catastrofe romana, ma se non troverà il modo di spezzare l’assedio delle élite metropolitane, almeno di dividerle e di neutralizzarle, rischia che il suo schema di potere subisca un colpo talmente forte da non poter essere confinato a una o più dimensioni locali.

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