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Corpi, anticorpi e l'ultracorpo

Bocciato senza appello l'ex sindaco di Roma Marino (e non per gli scontrini). Promossi Pietrangelo Buttafuoco che chiede di sopprimere lo statuto speciale per la Sicilia e Vincenzo De Luca che combatte in Campania. Bocciati tutti quelli che si ostinano a definirsi pasoliniani. Il Pagellone alla settimana politica di Lanfranco Pace.

30 Ottobre 2015 alle 06:09

Corpi, anticorpi e l'ultracorpo

L'ex sindaco di Roma Ignazio Marino (foto LaPresse)

ULTRACORPO

 

Non sono scesi a migliaia dallo spazio come nel film del grande Don Siegel: è arrivato un solo, singolo baccello ed è riuscito a fare più sconquassi della guerra dei mondi raccontata da Orson Welles. Ignazio Marino, uno così non s'era mai visto: inutile e pericoloso, incapace e bugiardo, che ha la faccia di bronzo di dire “non sono un martire, sono un lottatore”. Per essere in linea con il magnifico pensiero progressista e gender come primo atto fece trascrivere allo stato civile una ventina di matrimoni gay celebrati all'estero: il Papa benché francescano se la legò al dito, Roma non è Parigi, a Roma il Papa c'è e se è un bene che la politica non si genufletta, occorrono pur sempre buone maniere e diplomazia accorta, non la strafottenza del medico laico. Da allora infatti Marino ha tampinato il povero Papa in cerca di perdono fino a che lui non ne ha potuto più e ha avuto quel famoso attacco di collera fredda sull'aereo che lo riportava dagli Stati Uniti. Va dai magistrati a rendere dichiarazione spontanea nell'affaire degli scontrini: all'uscita dice che lui è tutto trasparenza, che ogni equivoco è chiarito, ieri è stato iscritto al registro degli indagati per peculato.

 

Una militante della sezione del Pd di via dei Giubbonari lo ha inquadrato perfettamente: è prigioniero della sua smania di autocelebrazione e della sua vanagloria, una combinazione letale in politica, una forma di autismo sociale e civile. Gli anti renziani chiedono al premier nonché segretario di rispondere del pasticcio, di incontrare il sindaco, dicono che la crisi andrebbe risolta nel santuario della democrazia comunale, la sala consiliare. Ma siete matti: il dibattito tra un sindaco che c'è e non c'è, una maggioranza che non c'è più e un'amministrazione che forse c'è stata ma nessun romano se n'è accorto, sarebbe spettrale come una pantomima nel cortile di un manicomio. Meno parlate e meglio è, per voi e per noi. E Marino si prenda un quinquennio sabbatico, meglio in America: la politica non fa per lui.

 

La domanda è: come ha fatto uno così incapace ad arrivare fino a dove è arrivato, a vincere le primarie e, sia pure con la complicità dei disastri di Alemanno, farsi eleggere? E' mai possibile che il più grande partito italiano (ma gli altri non sono da meno) non abbia meccanismi adeguati di selezione del ceto dirigente? E' mai possibile che gli elettori italiani siano dei tali babbioni? Prima di votarlo l'avranno pure sentito in un comizio o visto in televisione e mai nessuno si è accorto della tronfiaggine vuota e insulsa che emana? E' uno dei limiti della democrazia.

 

 

CORPI

 

Su questo mette il dito Pietrangelo Buttafuoco (voto 10) quando chiede al governo di sopprimere lo statuto speciale della Sicilia e mandare al Palazzo dei Normanni un prefetto di ferro che sbarazzi l'isola dall'incosistente Crocetta (voto 2) e dal ceto politico più inetto e vorace della sua storia. Aggiungerei di mio la Calabria, terra molto amata e anche essa mal governata da lustri. Si tratta di scegliere: meglio un'affermazione d'imperio che provi a salvare cinque milioni di siciliani e due di calabresi o il rispetto della democrazia formale che lasci  al suo destino più di un 10 per cento di italiani?

 

In Campania per fortuna c'è Vincenzo De Luca: un gigante, un combattente, non ha paura né del giudizio né del pregiudizio e se gli girano e gli serve, non esita a tacciare di infamia l'icona dell'antimafia e della sinistra chou-chou, Rosy Bindi. Là dove il Fatto vede solo un indagato, un condannato o non so che altro, c'è invece il solo politico onesto e homme à poigne in grado di dare una risistemata a Napoli e dintorni. Sempre che lo lascino fare.

 

La Rai fa sapere che sono assolutamente vietati i compensi ai politici ospiti. La precisazione si è resa necessaria dopo che Varoufakis ha intascato 25mila euro per partecipare al salotto domenicale di Fazio. La Rai ha torto: Varoufakis non è un politico, è un comico. E a giudicare da quanto si è fatto pagare non è nemmeno fra i migliori.

 

Spostare il Giubileo a Milano nella scia dell'Expo: l'idea è di Fulvio Abbate, se è una battuta non è granché, sennò è da ricovero (voto 0).

 

Il corpo di Corradino Mineo (voto 6)  ha lasciato il gruppo parlamentare del Pd. Dove andrà il suo spirito?

 

Secondo i canoni del giornalismo alla Travaglio (voto 4), la prova che a Roma c'è la mafia la dà uno dei sodali di Carminati, tal Spezzapollici, che nomen omen non è uno che telefona cortesemente a casa quando i conti non tornano. Ora non esiste usuraio al mondo che non sia coadiuvato da un uomo di mano per la riscossione dei crediti: non per questo un usuraio è un mafioso e lo spaccapollici un picciotto. Travaglio chissà perché dà sempre l'idea di uno che appena vola uno schiaffo ci mette la faccia per intercettarlo.

 

 

ANTICORPI


Infelice e banale uscita di Raffaele Cantone, (voto 5), Milano è tornata ad essere capitale morale del paese mentre Roma non avrebbe anticorpi contro la corruzione. Milano ha avuto i suoi alti e bassi diciamo e non sembra più morale di altre città: la corruzione si annida in ogni comune e in ogni consiglio regionale, in ogni pubblico ufficio ove ci siano inefficienza, pastoie, ritardi che ledono diritti elementari del cittadino nelle sue diverse vesti di contribuente, consumatore, imprenditore.

 

Il governo ha preso qualche misura utile, riforma degli appalti, riduzione del numero delle stazioni appaltanti, pratica del silenzio assenso ma per la comunicazione e l'immagine continua a confidare nel labello di legalità conferito dai vari Cantone, Sabella, Sabelli, dai magistrati in genere. La bollinatura legale è l'altra faccia della debolezza della politica.

 

 

….E PER FINIRE, IL CORPO MARTIRE    


Arriva il quarantesimo anniversario della morte di PPP, con la ristampa dei suoi romanzi, la riesumazione di vecchie interviste, speciali televisivi, film, compreso quello assai brutto di Abel Ferrara con Willem Dafoe. E' il tunnel del ricordo del cineasta, poeta, artista, scrittore, profeta che poco fu amato da vivo e molto c'è da temere sul rigurgito di ipotesi dietrologiche sulla sua morte. Sarebbe più sano invece un processo di allontanamento progressivo fino all'oblio. Anzitutto perché fa parte del destino di un maestro, buono o cattivo, di essere dimenticato. E poi perché come testimone del suo tempo non ne azzeccò molte: quando esplose il movimento studentesco si schierò, a caldo e d'istinto, con i poliziotti che manganellavano, vedeva un segno sinistro nella scomparsa delle lucciole che invece non sono scomparse affatto, era contro lo sviluppo  tecnologico e il capitalismo corruttore, quasi un grillino avant la lettre, tra la società aperta e l'inanità della questione morale del Pci di Berlinguer, scelse quest'ultima. Non vedeva nulla al di là della strada bianca sterrata delle campagne e delle periferie urbane, era violento non solo quando giocava a pallone ma anche nell'adescamento: lo scempio sul suo cadavere fu la misura dell'odio che aveva suscitato tra i giovani delle borgate. I suoi romanzi sono scarni e senza plot e quindi sciatti per pura scelta ideologica, voleva parlare di un individuo, di un gruppo, di una classe servendosi di quella che definì una bella filosofia: il marxismo. Ha diretto alcuni tra i più brutti film italiani cosiddetti d'autore: rivedere per credere Accattone, Mamma Roma, Medea, Porcile, Teorema, persino i celebrati Vangelo secondo Matteo e Uccellacci e uccellini. E' dunque l'ora di frenare l'entusiasmo affabulatorio che vuole farne il più grande intellettuale italiano del novecento. Intellettuale poi, che orrenda parola: voto 3  a chi si ostina a definirsi tale e 4 al coro vasto dei pasoliniani che hanno solo certezze.

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