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Magistrato doc contro il sindacato dei magistrati

A proposito del recente congresso dell’Anm, e non solo. Non è temerario pensare che sia stata un’altra occasione persa tra i soliti slogan che da anni dilettano i media, campo di Agramante o quasi.

29 Ottobre 2015 alle 16:36

Magistrato doc contro il sindacato dei magistrati

Foto LaPresse

A proposito del recente congresso dell’Anm, e non solo. Non è temerario pensare che sia stata un’altra occasione persa tra i soliti slogan che da anni dilettano i media, campo di Agramante o quasi. Si, è vero, finalmente si è convenuto sulle difficoltà della giurisdizione ordinaria a dare risposte tempestive e quindi sulla necessità di ricorrere all’aiuto esterno (Ufficio del Processo) e a un patteggiamento allargato e alla degiurisdizionalizzazione di parte del carico civile (definizione delle liti con negoziazione assistita o mediazione-conciliazione o camere arbitrali). Ma per il resto chiacchiere e slogan. Prescrizione: dopo la legge ex Cirielli i termini vanno accorciati o allungati, molto o poco, timidamente o con risolutezza? Le intercettazioni devono essere allargate o ridotte, privacy o no privacy? Urgono riforme coraggiose per combattere mafia e corruzione, doppio binario con operazioni sotto copertura e operazioni controllate un po’ dappertutto? La politica può continuare a usare i magistrati in ruoli a loro estranei, vere e proprie foglie di fico per le parti pudende? Le sentenze di assoluzione possono continuare a essere ribaltate in appello? E il clima di delegittimazione e sfiducia nel sistema giudiziario da cosa dipende e come va normalizzato?

 

Discussioni piuttosto sterili tra schieramenti che continuano ad apparire divisi da una buona dose di sfiducia reciproca: l’Anm si opporrà a ogni tentativo di ridimensionamento del proprio ruolo istituzionale e di rappresentanza dell’intera magistratura, tuona il suo presidente, tutta l’Italia riconosce il valore di chi serve il nostro Paese con la toga indosso, sussurra rassicurante il ministro Boschi. E allora?

 

Terminato il congresso sto risalendo l’Italia per ritornare a casa, alla guida l’amico Daniele, avvocato, un terronaccio di quelli buoni che sono ottimi e per signorilità sensibilità e cultura non hanno eguali neanche a Calalzo. “Ma hai capito davvero quali sono state le conclusioni congressuali?”, mugugna dopo rapido sguardo. “Bah, è difficile dire che…”. “E’ difficile o impossibile?”, mi interrompe. “Non esagerare”. “Ma va separata la carriera del pm che chiede il carcere cautelare da quella del gip che accoglie la richiesta con il copia/incolla?”. “Bah”. “Ma continuerà a essere tollerato un procedimento penale eterno, ampolloso e prevalentemente cautelare che, quando non viene fulminato dalla prescrizione, secondo la CEDU infligge pene disumane e degradanti?“. “Bah”. “E il mercimonio di notizie ancora segrete per il bignè del titolone del mattino?”. “Bah“. “E l’obbligatorietà dell’azione penale che da decenni è solo alibi? Ed i magistrati cooptati dalla politica soprattutto in relazione alla visibilità che sono riusciti a guadagnarsi sul campo professionale...”. “Basta, non distrarti quando guidi!”, gli intimo quasi alzando la voce.

 

Credo però che la nostra classe politica dovrebbe una buona volta prendere atto di quello che è sotto gli occhi di tutti e finalmente operare di conseguenza. Cioè? Qualche cenno.

 

Che è inutile perdere tempo a discutere – quanto a intercettazioni – sul valore della privacy e sulla rideterminazione delle pene massime. A prescindere dalla prassi dell’imputazione strumentale per poterle disporre, che ormai non scandalizza più nessuno, a prescindere dall’articolo 266 cpp che consente di ancorarsi non alla misura della pena ma al titolo del reato che appaia meritevole di codesti accertamenti tecnici. A prescindere da tutto ciò, va aggiustato il tiro perché, per ragioni di ordine e sicurezza, la privacy notoriamente è estinta da anni proprio come il povero Dodo, annientata da una tecnologia a livello mondiale sempre più pervasiva oltre che, a dir il vero, irrinunciabile quantomeno per il senso comune. E allora nessuna titubanza nell’integrare codesto articolo 266 cpp, prima o poi avremo intercettazioni più o meno preventive per tutti i reati che non siano proprio bagatellari, avremo videocamere informatizzate in ogni via e piazza, big data in evoluzione continua, il Grande Fratello insomma, perché questo è il nostro futuro a prescindere da qualsiasi cosa tu possa pensare e desiderare. Ed è questo che rende inelusibile, per una politica criminale che sia avveduta e realistica, spostare preoccupazioni e interesse punitivo – con sempre maggiore severità – dalla violazione di una privacy-Dodo sostanzialmente non più tutelabile a quello che sia un successivo impiego criminale della notizia per uso proprio o di categoria. Il che vuol dire attivare una sempre più severa attenzione e criminalizzazione per qualsiasi accesso indebito finalizzato all’utilizzazione impropria di notizie personali.

 

[**Video_box_2**]Quanto alla corruzione che si cantilena essere oggi tanto diffusa, ricordo a me stesso, come si suol dire in aula, che purtroppo è sempre esistita ed è stata sempre e immancabilmente collegata da una parte alla sua lucratività per entrambe le parti interessate e alla macchinosità onnipresenza e inefficienza dell’amministrazione pubblica, dall’altra a una miserrima subcultura profondamente radicata nell’ignoranza di cosa sia bene comune, nell’apprezzamento per chi furbescamente si arrangia, insomma nella povertà di spirito e di civismo. Lo si pensa e dice da sempre ma per ora senza grandi risultati. “Capitale corrotta nazione infetta”, scriveva Cancogni 60 anni fa nell’inchiesta sulle centrali di potere capitolino, in linea con quanto era già stato scritto ab immemorabili sullo stesso tema. Ecco perché parrebbe ragionevole tentare di affrontare la piaga della corruzione non con virtuali aumenti di pena bensì con esempi quotidiani di cultura civile (e chi si prende la briga di incominciare?) e con una riforma di semplificazione e riordino della pubblica amministrazione che in tempi rapidissimi chiarisca diritti e tempi delle procedure e spazzi via qualsiasi possibilità agevolatoria aumma aumma.

 

Quanto alla famigerata prescrizione possiamo dire che ogni reato prescritto è una sconfitta del sistema giustizia? Direi di sì. Ma che è anche la conferma che nonostante tutti quegli anni l’accusa non è riuscita a provare la responsabilità dell’imputato, pertanto rimasto per tutto quel tempo inutilmente alla berlina o almeno sotto una pesante spada di Damocle? Che continuare a richiedere un prolungamento dei termini senza prima risolvere la mortale inconcludenza equivale ad affrontare l’epidemia ampliando i cimiteri anziché gli ospedali? Direi ancora di si.

 

“Al mio paese hanno davvero tolto l’ospedale e triplicato il cimitero. Ma al congresso non hanno mica parlato di questo!”, mi fa Daniele un po’ inviperito. “Sta calmo, forse si ripromettono di discuterne l’anno prossimo”, tento di rassicurarlo con un sorriso forse un po’ tirato.

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