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Il governo Renzi pensi all’interesse nazionale, dice Scaroni, e vada avanti con le trivellazioni in Italia

Il prezzo del petrolio resta basso, e l’Arabia Saudita rischia la destabilizzazione. “Con il petrolio venduto a poco l’Arabia non ha più la disponibilità di soldi con la quale foraggiava la Giordania, l’Egitto, il Pakistan e tutto il mondo sunnita”. La liquidità è talmente poca che Riad “sta vendendo alcuni dei titoli che aveva accumulato, la riserva for the rainy days”.

16 Ottobre 2015 alle 06:08

Il governo Renzi pensi all’interesse nazionale, dice Scaroni, e vada avanti con le trivellazioni in Italia

Roma. “Il prezzo del petrolio rimarrà basso per molto altro tempo ancora. A meno che non succeda qualcosa in Arabia Saudita – e la mia opinione è che le probabilità non sono mai state alte come adesso”. A dirlo al Foglio è Paolo Scaroni, vicepresidente di Rothschild Group ed ex amministratore delegato di Enel e di Eni. Scaroni ha un’idea chiara su quanto i fattori geopolitici stiano influenzando la discesa del prezzo del petrolio, inarrestabile da circa un anno e sempre non oltre i 49 dollari al barile. “Lower for longer”, dice Scaroni. Ma cosa sta succedendo in medio oriente? “Ci sono stati almeno quattro avvenimenti rilevanti negli ultimi dodici mesi. Primo: è caduto il prezzo del petrolio. Secondo: l’Isis si è rafforzato. Terzo: l’accordo tra Stati Uniti e Iran. Quarto: l’intervento russo in Siria e Iraq. Tutti questi fattori insieme provocano una destabilizzazione dell’Arabia Saudita”. Prima di tutto la caduta del prezzo del petrolio: “Con il petrolio venduto a poco l’Arabia non ha più la disponibilità di soldi con la quale foraggiava la Giordania, l’Egitto, il Pakistan e tutto il mondo sunnita”. La liquidità è talmente poca che Riad “sta vendendo alcuni dei titoli che aveva accumulato, la riserva for the rainy days”, dice Scaroni. E poi c’è la crescita dell’Isis, “che crea problemi anche ai sauditi, perché potrebbe attecchire anche lì”.

 

L’accordo di Washington con l’Iran, poi, rimette in gioco Teheran, “che è l’arcinemico dell’Arabia Saudita: è sciita, è una Repubblica, ha tutto ciò che i sauditi odiano”. Oltretutto il deal iraniano porterà sul mercato anche il petrolio di Teheran, che aumenterà l’offerta globale e influenzerà ancora il prezzo al ribasso. “L’intervento della Russia, poi, cementa l’alleanza sciita di cui fanno parte l’Iran, la Siria e gli alawiti di Assad, hezbollah. Tutto un fronte spalleggiato da Mosca, e fa una gran bella differenza”. Ma la notizia più incredibile, dice Scaroni, è che “di fronte a questa situazione l’Egitto, ovvero il polo culturale del mondo sunnita, quello degli intellettuali e degli illuminati, si è schierato a favore dell’intervento russo. E’ stata una sorpresa. Vuol dire che il fronte sunnita, rispetto a quello sciita, non esiste. Perché al Sisi ha molta più paura dell’Isis che di qualunque altra cosa. Al punto tale che ha preferito mettere le dita negli occhi agli Americani, ai francesi”, piuttosto che rischiare. Ma così destabilizzata e accerchiata, l’Arabia Saudita rischia la caduta? “Non credo che ci sarà la rivoluzione domani mattina. Ma il principe ereditario ha una reputazione molto debole, è poco amato, e tutto il paese sembra una nave che affonda”.

 

Secondo Scaroni, dallo scenario del petrolio lower for longer l’Italia ha solo da guadagnare: “Siamo un paese che importa idrocarburi, e ogni famiglia italiana ha più soldi in tasca grazie alla caduta dei prezzi del petrolio e del gas, e quindi quel taglio di tasse che non possiamo fare c’è stato lo stesso. Al contrario, se si dovesse verificare lo scenario di un’Arabia Saudita destabilizzata, sicuramente entreremmo tutti in un momento di difficoltà. Le produzioni di Riad sarebbero messe in discussione e il mercato diventerebbe nervoso”. Eppure secondo Scaroni “il mondo può sopravvivere senza il petrolio saudita: il fabbisogno globale di petrolio è tra i 92 e i 94 milioni di barili al giorno e l’Arabia Saudita ne rappresenta dieci. E’ un problema, ma ci sono produzioni che potrebbero sostituire quelle dei sauditi”.

 

[**Video_box_2**]I boots on the ground in Libia

Dunque è anche per questo che l’Italia ha ben poco da fare in questo scenario: “L’Italia non c’entra nulla. E non è il caso che si immischi in vicende belliche che non saprebbe gestire. E’ un tema che non ci riguarda, e come ho già avuto modo di dire, le poche energie interventiste dovremmo concentrarle sulla Libia. Il mondo si aspetta che sia l’Italia a prendere la leadership di quell’area. Se serve l’accordo dell’Onu, come dice Renzi, allora dovremmo crearlo noi questo contesto internazionale. Pensi a cosa accade in Francia: se nascono problemi in Niger, in Mali, o in Chad, la Francia interviene. E se ha bisogno dell’approvazione internazionale è Parigi che propone il tavolo e le condizioni. Dobbiamo avere questo tipo di atteggiamento proattivo nei confronti della Libia, perché trasformarla in una Somalia significa avere un inferno alle porte di casa. Insomma, noi abbiamo un interesse reale. Le grandi potenze internazionali non hanno questa necessità urgente, e si aspettano da noi l’iniziativa”. Lei parla anche di un intervento militare? “Io credo che senza boots on the ground non si vada da nessuna parte. Poi si può discutere del come e del quando, ma il governo italiano si deve fare promotore di una soluzione politico-militare in Libia”.

 

L’interesse nazionale, appunto. Eppure quando Renzi ha inserito le trivellazioni su territorio italiano nel decreto Sblocca Italia, ben nove regioni hanno minacciato di indire referendum contro le norme. E quasi sicuramente vincerà il fronte del no: “Mi auguro di no. Non c’è nessuna ragione razionale intorno a questo. Certo, è meglio aprire la finestra e vedere un prato con le margherite, o è meglio vedere una trivellazione? Meglio il prato, senza dubbio. Ma allora dovremmo opporci anche alle ferrovie, alle autostrade, agli aeroporti. Su questo tema il governo mi sembra determinato alla battaglia, che va a toccare tra l’altro la devolution dei poteri tra governo centrale e regioni. Il fatto è che l’amministrazione italiana è costruita in modo tale che se anche fosse costruito tutto perfettamente dal punto di vista giuridico – quindi smantellata l’opposizione del comune, della regione e delle varie autorità – se poi si forma un comitato con dentro una trentina di persone, non si fa un tubo lo stesso”. La compagnia petrolifera, che ha davanti a sé il mappamondo, di fronte ad attese di anni se ne va a trivellare da un’altra parte: “Non è un caso che la Exxon abbia ceduto la sua partecipazione nel progetto Tempa Rossa in Val d’Agri, in Basilicata. Le grandi compagnie internazionali finiscono per scappare dall’Italia, dissuase da un percorso a ostacoli. Malgrado le eccellenti idee del governo, bisogna fare uno sforzo di convincimento dell’opinione pubblica”.

 

Ieri Jeff Currie di Goldman Sachs ha detto che è possibile che anche il prossimo anno il prezzo non supererà la soglia psicologica dei 50 dollari al barile, ma che le possibilità che scenda fino ai 20 dollari sono sotto il 50 per cento. In ogni caso, il prezzo del petrolio continuerà a determinare i mercati e la geopolitica: “Il mondo degli idrocarburi e dei derivati del carbonio, che ci danno l’energia, morirà quando avremo trovato un modo efficiente di stoccare l’energia elettrica”, dice Scaroni. “Il punto delicato della tecnologia è nelle batterie. Anche lo smartphone ultimo uscito, con le migliori tecnologie del mondo, ogni sei ore deve essere ricaricato. Significa che non è una questione di soldi o di investimenti, ma che non esiste la tecnologia. La capacità di stoccare l’energia in grande quantità è ciò che consentirà al mondo di andare off-grid”. A questo punto Scaroni fa un altro esempio: “Immagini una casa, magari un po’ in campagna, con un impianto fotovoltaico sul tetto che manda energia a una batteria con una capacità enorme. Questa energia fa funzionare il riscaldamento, la corrente elettrica, la cucina e ricarica anche l’automobile. E’ l’autosufficienza, tutto elettrico, con zero inquinamento. Cosa manca? La batteria. Tutto il resto c’è già”.

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