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Il grande smemorato di Roma

Improvvisamente, Marino è senza padrini. Eppure l’uomo che ha creato l’ex sindaco esiste, si chiama Bettini, e oggi fischietta lì in silenzio come in un gran film di Verdone. L’inventore del modello Roma, dopo i successi con Rutelli e Veltroni, ha inventato Marino. Prima nel 2009, poi nel 2013

15 Ottobre 2015 alle 13:41

Il grande smemorato di Roma

Goffredo Bettini (foto LaPresse)

Polvere e altare a Roma sono il rito di ogni stagione politica. Matrimoni e funerali del potere catturano il flash, restano nell’album dei ricordi, sbiaditi ma presenti, sgualciti come abiti usati, sempre nell’armadio delle stagioni che furono. Ma i battesimi, quelli no, sfioriscono, petali al vento, quelli non se li ricorda più nessuno. A Roma il matrimonio è un fastoso abbraccio con il vino dei castelli e la porchetta, il funerale è un inciampare, cadere mesto e distratto, la basilica semivuota, qualche lacrima e più di un cinico sorriso saluta il feretro. Ma il battesimo, i padrini, il parroco che bagna la testa del fanciullino, l’avvio alla vita politica, quella è una cartolina da cancellare. Ecco, per molti bersi l’amaro Marino è stato un attimo, scolarsi l’intruglio, come uno sciroppo per la tosse, è stata una cerimonia di collettiva distrazione, ma per battezzarlo, l’Ignazio, sono serviti il fegato e la pancia di Goffredo Bettini.

 

Chi se lo ricorda? Non Bettini, lui dietro e davanti alle quinte c’è sempre e chi ne immagina l’affondamento ne ignora la stazza, il tonnellaggio, il galleggiamento e il sistema di navigazione intelligente che si aziona quando infuria la tempesta. Chi se lo ricorda, dico, il battesimo di Marino con Giovanni-Battista-Bettini che sul Giordano predice per il piccolo Ignazio non un destino da umile figlio della Chiesa Progressista, ma un futuro da eletto, la guida del popolo de Roma? Nessuno. Marino, improvvisamente, è senza padre né madre, svaniti i padrini, evaporata l’acqua santa. Marino, enne enne della politica.

 

Spremete le meningi, fate uno sforzo, non ricordate proprio niente? E’ un caso di rimozione unico, degno dell’attenzione del professor Sigmund Freud. E’ il 7 aprile 2013, Ignazio vince le primarie del Pd, l’Urbe lo saluta: Ave Cesare! Il Corriere della Sera titola: “Marino vince sfiorando 50 per cento dei voti. Il senatore: ‘A Roma cambieremo tutto’”. Gajardo. Una vittoria tutta con il sovrasterzo a sinistra, laicissima, de petto e de core, con la coppia Bettini-Meta (Michele) a far da schiacciasassi e Marino a bordo del bulldozer con quel sorriso fisso che già era un presagio del domani. Disse Bettini prima del trionfo nella sfida contro Alemanno: “Ignazio sarà un ottimo sindaco. Ha dato prova di grande spessore etico, è un Argan della scienza, un bel tipo”. Eppure c’era già qualcosa, non solo l’espressione un po’ così, ma un’assenza di vissuto che perfino Bettini, nel pieno della sbronza, avvertiva come un fastidioso schizzetto di pioggia a ciel sereno: “Non è romano e si vede, e sembra che patisca l’assenza di una qualche connessione sentimentale con la città: “E’ un irregolare, vero”, confessa al Fatto Quotidiano. Troppo bello per essere vero. Troppo irregolare per non finire in testacoda sull’asciutto e il bagnato. Non è un problema di gomme, motore o aerodinamica, è il pilota, Marino. Ma erano giorni di festa e suburra, porchetta, pinza, bisturi, bende, vitamine, calcoli renali e politici. L’Argan della scienza, perdinci, vuoi mettere? Altra stoffa, tessera premium, non i borgatari con le croci runiche, daje.  Dietro e davanti, sopra e sotto, tutto intorno c’era lui, Goffredo. Erano i giorni della “scalata al Pd dal basso”, Bettini aveva in testa un progettone e “non provateci a rinviare il congresso”. Si organizzavano convegni che preannunciavano la nuova era: “Il Pd che è stato e che verrà” e la sera non si andava mica in via Veneto, ma alla Pontificia Università San Tomaso d’Aquino per parlare di “Società e Solidarietà” e poi, caspiterina, era spianato “il campo democratico” e “riaccendiamo la speranza” e si va tutti in libreria a delibare le “Carte Segrete”, il libro di Bettini che snocciola in compagnia di Laura Puppato (toh, chi si rivede) “il nucleo delle sue analisi e proposte in via del congresso”, momenti di gloria per tutti. E poi ecco gli scatti epici, le foto con le magliette di quei frikkettoni di OccupyPd (“siamo più di 101”) perché “c’è un bisogno impellente di recuperare il rapporto con il nostro elettorato”. E Pittella, vuoi lasciarlo fuori, il Gianni europeo, che parla di Bettini e della nuova stagione in quel di Busacca? No, dai, è tutto verdonianamente “troppo forte” per esser stato così dimenticato, accantonato, archiviato. Marino era lo spazzatutto in una stagione di ordinaria follia, la pianta carnivora da disseminare per vincere ovunque. Rieccoli, tutti gladiatores, con Roberto Morassut che tuona dalle colonne di Europa perché serve “un partito aperto” e “anche dal Pci” arriva “una lezione per il Pd”, e “firma anche tu l’adesione a Campo Democratico”. E’ la torrida estate del 2013, Bettini è tutt’altro che ingenuo, l’uomo è ferrato, sa che Renzi ha una marcia in più, ma lui, primo a Roma e secondo a nessuno, non s’accoda, non fa la ruota, ha inventato un modello di governo e consenso a Roma, l’ha perso ma poi riconquistata e non è un Franceschini qualunque, non fa Tarzan, non cerca liane perché intento a piantare una foresta. Così Goffredo scrive il suo documento congressuale e poi ha in mano l’arma segreta, Marino che prima o poi governerà con precisione chirurgica e dunque è lecito immaginare un “nuovo campo, aperto e inclusivo della sinistra”.

 

Inclusivo de che, Goffredo? Niente, l’opera è in fieri, lui come Orlando agita la durlindana, gira per il Lazio metropolitano e agreste, raduna le truppe, percorre le valli, perlustra le pianure, i colli non sono mai un ostacolo. Rieccolo con Meta, Astorre e Cirinnà a Guidonia e sta per arrivare l’ottobrata romana e il giorno 12 ci sarà l’assemblea nazionale del Campo Democratico. E Marino? Calma figlioli, sta prendendo le misure esatte del disastro prossimo venturo. E’ là, già marzianissimo, ma sono i primi vagiti del battezzato e tutto si perdona, all’innocente. “Spazio al futuro, chiudiamo quest’amara transizione” scrive il 24 settembre Bettini sull’Unità. Gasbarra lo sostiene, Meta è sempre là, Di Stefano aderisce, Zingaretti si guarda intorno come un gatto persiano, ma alla fine in qualche maniera c’è. E attenzione, bifolchi, perché “Roma vuole la sua Festa”, quella del Cinema, incautamente derubricata da Alemanno, luogo dove Bettini allevò le larghe intese alla romana, il tappeto rosso dell’Auditorium, percorso illustrato di una sinistra da via Trionfale, happy end in celluloide e tartina delle relazioni di sopra e di sotto, il Roman Power che avrebbe dovuto esercitare Ignazio, se ne avesse mai capito il senso. Aspetta e spera, Goffrè.

 

Bettini fa Penelope, su e giù faticosamente, chino sul telaio della politica capitolina, pappa e ciccia, fritto e arrosto, mentre Marino non esce dalla sua dimensione parallela e l’amministrazione s’incricca di brutto. Bettini è in fase visionaria, sensitivo, ausculta, legge i fondi del caffé, vede l’iceberg e prepara la virata per le elezioni anticipate (“E’ governo di scopo, votiamo a marzo”, pezzo sull’Unità” del 10 ottobre), mentre Marino semplicemente non vede niente, neppure con gli occhiali. “Basta larghe intese, via il porcellum e voto ad aprile” e siamo a novembre e Marino è già sottoMarino e Goffredo gli fa da scudo e “difendo Ignazio, vogliono colpire il suo progetto”. L’anno scivola via, si riparte nel 2014 con mille speranze, forse Ignazio si sveglia, ecco, ci siamo e intanto, diciamolo, “che senso ha chiedere a Renzi di guidare ora il governo?” (l’Unità, 11 febbraio).

 

[**Video_box_2**]Sì, è la grande politica, ma il sindaco dov’è finito? Boh, sarà in bicicletta, vediamo, aspetta che recupero anche i socialisti, si sente aria di primavera, ammazza quanta monnezza c’è in città però, meglio andare a Radio Radicale. Marino? Boh, parliamo di Ingrao che ha “un tenace sentimento” e dai ragazzi che “Matteo Renzi ha rimesso in movimento le cose”. Ignazio? Ancora? Eddài, qui a Terni è il 25 aprile, un giorno tutto bicicletta, “sole e resistenza”. Dolce è maggio, scrosci di pioggia e ancora raggi di sole e il Parlamento europeo è a un passo e c’è da rispondere alle domande dei ragazzi in “Interrogando Goffredo”. Hai visto il sindaco? Aridaje, boh, c’è un’intervista sull’Europa a Ladispoli e ora si va piazza del Popolo con Matteo Renzi… evvai, bingo: “Grazie di cuore a tutti per le dimostrazioni di affetto di queste ore. E' stata una campagna bellissima ed emozionante, con un finale meraviglioso”. E’ il 26 maggio, vittoria alle Europee, Bettini è eletto all’Europarlamento. Sì, è tutto un sacco bello, ma Goffre’ che hai visto in giro Ignazio, sai nelle periferie se stanno a incazza’… e pure ar centro… Boh, che domande, ma “festeggiamo insieme” allo spazio eventi Tirso e “ora si può riprendere un cammino insieme” (l’Unità del 22 giugno 2014). Sì, è stata una grande vittoria (di Renzi), ma guarda che Marino è fermo, dicono che sia in catalessi e giungono certe voci che nun te dico.... Le voci? Dite? Boh, c’è da intervenire a Strasburgo sui diritti umani in Uzbekistan. Ah, c’è Mafia Capitale? E Marino dov’è? Non si sa, missing come ar cinema… però ecco qui “mai fatto pressioni per favorire Buzzi, ma nel Pd un degrado impressionante” (Repubblica, 8 dicembre 2014).  Crac!

 

Da questo momento, Marino è sbattezzato, senza religione, chiesa, popolo e scettro. I ricordi sbiadiscono tutti, ingialliscono come foglie e quella cerimonia, quella fonte battesimale, le primarie, l’Argan della scienza, figuriamoci, spariscono. Come su Star Trek, smaterializzati e autotrasportati in un’altra galassia. Sì, lo so, Bettini dice che non fu lui a imporlo, che altri candidati non convincevano il partito, che perfino la sua autocandidatura colò a picco. Sì, come no, una scelta obbligata. Che storia, Goffrè.

 

Tra le molte qualità di Bettini, c’è quella di non aver mai avuto fame di incarichi con il cartiglio e i caratteri gotici incorporati, si dimise dal Senato, rifiutò di fare il ministro, lo sfarzo è una parola che non conosce, l’apparire troppo lo disturba, ma ha coltivato sempre una passione da Richelieu, un potere da cardinale senza porpora, un senso del comando felpato (ma dietro le quinte pronto a farsi cingolato) che forse gli deriva suoi nobili avi, di cui non esibisce il chilometrico nome (la famiglia marchigiana dei Rocchi Bettini Camerata Passionei Mazzoleni) ma solo la vocazione per il piccolo feudo, il rovesciamento del paradigma di Cesare, dal meglio primo in Gallia che secondo a Roma, al meglio primo a Roma che secondo altrove. Colto, circondato di libri, attento alle date e alle lezioni della storia, dolce e furioso nei dibattiti, Bettini a Roma è stato quello che poteva diventare Bettini: primo. Cominciò nel 1977 con la guida della Fgci romana e fu sempre il segretario di tutto, giovani e vecchi comunisti, post-comunisti, democratici, musicanti e cinematografari. Fu (è) una potenza Capitale. Ha celebrato matrimoni e funerali politici. Ebbe il grande merito di aprire la stagione di Francesco Rutelli sindaco, ha avuto il grande demerito di consegnare Roma a Ignazio Marino. Ricordiamo con nostalgia il primo, purtroppo non dimenticheremo mai il secondo, quello del battesimo. E tu, Goffredo?

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