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Cosa può traballare in Lombardia con il caso Mantovani. Concomitanze

Nell’inchiesta che ha condotto all’arresto di Mantovani è indagato anche l’assessore regionale al Bilancio, Massimo Garavaglia, leghista di rango.

13 Ottobre 2015 alle 20:03

Cosa può traballare in Lombardia con il caso Mantovani. Concomitanze

Mario Mantovani (foto LaPresse)

Milano. La concomitanza che ha fatto godere come ricci avversari politici esterni e interni e moralizzatori vari è che il vicepresidente della Lombardia ed ex assessore alla Sanità, nonché uomo di punta di Forza Italia in regione, Mario Mantovani, avrebbe dovuto partecipare a una giornata sulla trasparenza nella Pubblica amministrazione quando ieri mattina i pm di Milano l’hanno arrestato. Le concomitanze che dovrebbero per migliori ragioni preoccupare il ceto politico lombardo, e quello nazionale del centrodestra in particolare, sono però altre. Il Senato ha approvato una riforma del Titolo V della Costituzione che smantella molti poteri fin qui attribuiti alle regioni; secondo, a Roma si decidevano le modalità dell’ingresso del governo in Arexpo, con conseguenti redistribuzioni dei pesi specifici di regione e comune di Milano nel futuro del sito in cui si sta per concludere Expo2015, dando vita a una gestione nazional-nazarenica che qualche conseguenza, alla lunga, potrebbe determinarla anche sul clima politico locale. Infine, è sempre più chiaro che l’election day 2016 sui sindaci avrà un impatto nazionale decisivo, e se alla difficoltà di trovare “la quadra” per una candidatura del centrodestra dovesse sommarsi una crisi – o almeno un po’ di terremoto – di origine giudiziaria della giunta guidata da Roberto Maroni con Forza Italia e i centristi, le cose su quella sponda si farebbero molto complicate.

 

Nell’inchiesta che ha condotto all’arresto di Mantovani è indagato anche l’assessore regionale al Bilancio, Massimo Garavaglia, leghista di rango. I reati contestati a Mantovani “in concorso con altri soggetti” – si va dalla corruzione e concussione alla tutbativa d’asta, questioni di appalti e simili – sarebbero stati commessi tra il giugno 2012 e il giugno 2014 (il fascicolo pare fosse fermo da un anno), quando era senatore e sottosegretario, e poi assessore. Ci sono state perquisizioni in varie città e negli uffici del Pirellone e presso 17 società riconducibili.

 

La reazione della sinistra è stata pavloviana, nei termini canonici: “Chissà perché la notizia mi ha colto di sorpresa”, ha detto il coordinatore del centrosinistra in regione, Umberto Ambrosoli. Mentre per il segretario del Pd lombardo, Alessandro Alfieri, trattasi di “un’indagine che rischia di investire l’intera regione, è evidente che la stagione degli scandali non è ancora finita”. Il tasto su cui l’opposizione batte è la mancata “discontinuità” con l’èra formigoniana. Pd e Patto civico annunciano una mozione di sfiducia contro Maroni, che dovrebbe essere discussa martedì prossimo, dalla quale il governatore non sembra dover temere conseguenze.

 

Nel mentre la Giustizia farà il suo corso, i problemi sono invece di natura più politica. Matteo Salvini, dopo avere incontrato Maroni, ha difeso con irruenza l’uomo della Lega, Garavaglia, “onesto e concreto, la sua colpa sarebbe di aver aiutato un’associazione di volontariato”. Più caute, dopo essersi consultato con i vertici della Sanità cui ha chiesto di “effettuare i necessari approfondimenti”, le dichiarazioni di Maroni:  “Da quanto si apprende gran parte delle contestazioni che gli vengono rivolte sono estranee al suo incarico in regione”. Allo stato dell’arte, senza aver visto le carte, è la linea ufficiale: distinzione e difesa preventiva dagli attacchi di natura politica. Il retroscena è che  lo scorso agosto Maroni aveva varato una legge di riforma della Sanità che, nelle intenzioni, fa dei suoi punti di forza proprio una maggiore territorialità (punto di scontro con Roma), l’aumento dei controlli indipendenti e della spesa e l’utilizzo della Arca (Agenzia regionale centrale acquisti) come centrale unica acquisti per gli appalti. Maroni aveva insistito molto sul punto della discontinuità. Della quale aveva fatto le spese, con rimozione dal ruolo di assessore alla Sanità, proprio Mario Mantovani. Va notato che il Pd si oppose, ma non in modo feroce, parlando più che altro di una “grande incompiuta”. Il segretario Alfieri notò, con una certa lungimiranza, che “un partito cardine della coalizione, Forza Italia”, ne usciva “umiliato”. Ora tocca ai pm, e si sa che aprire la scatola della Sanità, da queste parti, può essere più dirompente che aprire quella dei diritti sul calcio.
Maurizio Crippa

 

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