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Il vuoto mentale di Marino e dei romani

Bocciato il sindaco dimissionario di Roma che è diventato pusher di se stesso; promossa un’alleanza nazarenica su “Arfio Marchini”; promosso il vecchio Rutelli che ha qualche buona idea; promossa anche Paola Taverna, che se 5s dev’essere almeno sia ruspante e romana. Il pagellone della settimana politica di Lanfranco Pace.

10 Ottobre 2015 alle 11:11

Il vuoto mentale di Marino e dei romani

Ignazio Marino (foto LaPresse)

IL BUIO DELLA MENTE 1


 

Ci sono fatti spiegabili solo con il buio della mente. Solo una sorta di obnubilamento può spingere un chirurgo genovese, con brillante carriera professionale divisa tra gli Stati Uniti e la Sicilia, a dare retta a Massimo D'Alema, bazzicare Italianieuropei, farsi eleggere al senato, brigare la segreteria del partito con lo slogan “vivi il Pd cambia l'Italia” ma arriva tre, dietro Bersani e Franceschini, qualche anno dopo ripiegare sulle primarie per il candidato sindaco di Roma, entrare in Campidoglio e dopo tanto salire e scendere per le scale del potere continuare a presentarsi in pubblico come chirurgo. Solo una sorta di obnubilamento poteva fargli credere che l'avrebbe passata liscia quando diceva di spostarsi  in bicicletta ma si faceva fare tana mentre, a cinquecento metri dal posto dove era diretto, scendeva dall'automobile blu, si faceva raggiungere da un furgone che scaricava una bicicletta con cui lui arriva a destinazione, il segno della vittoria e il sorriso stampato sul volto giulivo.

 

Solo una sorta di obnubilamento può spingere il suddetto chirurgo, già chiacchierato in America per una certa incontinenza nei rimborsi spese, a pensare di poter usare carte di credito del comune per cene in famiglia.

 

Non sta bene che ora accusi una banda di masnadieri di essere pronti a tutto, persino a mettergli cocaina in tasca pur di non lasciargli portare a compimento le riforme “epocali” che avrebbe avviato: la cocaina se l'è messa in tasca da solo, è il pusher di se stesso. Era partito come il salvatore della capitale, finisce come epigono stralunato di Sergio Cofferati: rude è la caduta.

 

Quello che sconvolge, che a onor del vero ricorre nelle tante inchieste di questi anni, è la pochezza della truffa, la modestia dell'illecito: questi sono fatti così, rischiano credibilità e dignità per un paio di mutande, una bottiglia di vino, una cena, una notte in albergo. Si capisce che è gente che ha i ricci in tasca, nella vita privata non ti offrirebbe nemmeno un caffè. Come si fa a non sapere che in politica chi “vole un oeuf vole un boeuf”, non è mai questione di quante risorse pubbliche ci si appropria a fini privati, è sufficiente passare la linea rossa.

 

Se uno si prende per Napoleone, deve almeno vincere a Marengo: se invece accumula gaffe,  sciocchezze, passi falsi e prosopopea, è un caso clinico. Chi rimprovera a Renzi di essere stato ambiguo nei suoi confronti e di non averlo fatto fuori prima, deve quanto meno riconoscere che  il premier aveva visto giusto, “questo qui non ne indovina una, non è proprio buono”. Ignazio Roberto Maria Marino, che ritiri o no le dimissioni, che regoli o no i conti con il partito, che presenti o no la sua lista alle prossime elezioni è da espellere da tutte le scuole del regno.

 

 

IL BUIO DELLA MENTE 2


 

Non si può però non parlare dei romani e delle romane che lo hanno votato. Perché quando l'elettore sbaglia, l'errore lo pagano tutti. L'idea che il popolo in quanto tale vede sempre giusto, sceglie in buona fede e con cognizione di causa e poi viene tradito da rappresentanti felloni, è mistica democratica. Roma è città plebea e molto, molto democratica. Non nega nulla a nessuno, tutti possono parlare e pure gridare magari insieme. E' città di voci e di capannelli. La sola dove operi un numero esorbitante di radio per tifosi di calcio dove ci si parla e ci si ascolta giorno e notte. La sola che possa essere paralizzata dai cobas, un pugno di sindacalisti rivoluzionari di inizio secolo scorso che non si decidono ad andare in pensione, una città dove i dipendenti dei trasporti pubblici fanno quello che vogliono e se chiedi qualcosa a uno dell'Ama manco ti risponde perché sta prendendo il caffé con gli amici. Ci sono buche per terra e sui muri tanti graffiti e sempre vividi manifesti con bandiere rosse e volti del Che. Le periferie sono quello che sono, borghesi e intellettuali farlocchi da centro storico che non hanno la minima idea di dove si trovi una qualunque borgata e corrono a strizzarsi  in salette anguste per vedere l'ultimo Nanni Moretti o Venezia a Roma, ma che noia mortale. Molti vivono, in tutti i sensi, di politica, stanno in cerchi concentrici attorno al potere, così in televisione non perdono un talk e si mettono a posto la coscienza con Maurizio Crozza che non fa più ridere da tempo immemore. I giovani sanno chi è Zero Calcare e Missouri 4 e poco altro. Roma non è provincia, non è metropoli, è tutto e niente, è storia vuota, vetrina dell'eternità senza anima. E per di più da qualche anno a questa parte, al momento di scegliere il sindaco, la città svalvola: uno di destra non può non rendersi conto della pochezza di Gianni Alemanno, uno di sinistra non può non accorgersi di che pasta è fatto davvero Ignazio Marino. Il risultato è che in sette anni il M5s è riuscito a svettare nei sondaggi, si votasse oggi potrebbe scapparci un sindaco a cinque stelle. Circolano nomi di consiglieri comunali in carica, esponenti più noti Roberta  Lombardo e Alessandro Di Battista, quest'ultimo molto popolare fra i suoi, fanno i preziosi e mettono in avanti il regolamento del movimento. E' tutta un'ammuina: sanno dell'importanza strategica della battaglia di Roma ma hanno paura di vincere, gli è venuto il braccino corto come al tennista che è duecentesimo al ranking  e si ritrova in una finale dello slam: sono i Gianfranco Fini del 1994, perse con onore e stappò champagne. Beppe Grillo aveva fissato il programma minimo, prendersi Genova nel 2017 ma questo prima che si aprisse la voragine Marino. Ora non ci sono più limiti. Magari il fato burlone riserva proprio a Roma il compito di dimostrare l'inconsistenza del M5s e sciogliere un equivoco che si è protratto troppo nel tempo. Dopo Parma e Livorno, dove non è che le cose stiano andando molto bene, sulla conquista e sul governo di Roma il movimento si giocherebbe tutto, o  la va o la spacca, o si fa un passo verso Palazzo Chigi o ci si schianta.

 

Se non vogliono correre rischi, la destra zoppa e la sinistra sciancacta dovrebbero non punzecchiarsi troppo, rimuovere entrambe le proprie sciagurate gestioni, rinunciare ai candidati di bandiera, alle Meloni, ai Gentiloni, ai Giacchetti, ai Salvini, ai Tajani: non c'è pezzo da novanta che tenga dopo tanti disastri. Il Pd, che è il partito maggiore, dovrebbe fare lo sforzo di convincersi che a questo giro è da saggi passare la mano. Renzi è di quelli che non buttano la spugna senza combattere, ma non conosce bene Roma né l'entità dei danni. Una mini convergenza nazarenica, senza strafare bene inteso, su un romano doc come Marchini detto “Arfio”, (voto 8),  potrebbe risolvere il problema, si sa però che le sante alleanze hanno sempre molto veleno nella coda. 

 

E poi diciamocelo: se 5S ha da essere, che 5S sia. Ci divertiremo. Propongo ad esempio una candidata che nemmeno la Meloni (voto 8), una che le strofe di taverna le cantava a ninna nanna, Paola Taverna per l'appunto: qualche giorno fa in Senato quando ha visto che l'autore del famoso gesto sessista se la squagliava dall'aula alla chetichella, s'è messa a gridare, “ a zozzo, n'do è annato 'sto zozzo”. Ruspante, ma in fondo vera: voto 10.

 

 

[**Video_box_2**]LUMINOSA  MENTE. E SPAZIOSA

 

Non conosco le intenzioni personali di Francesco Rutelli (voto 9) né se il premier abbia qualcosa in serbo per colui che fu leader della Margherita, quindi capo dei capi scout. Per Roma ha già dato due volte, non è facile proporlo o proporsi  una terza, non è detto nemmeno che sia la scelta vincente solo perché è stato uno dei migliori sindaci nella storia della città. Ha voluto dare comunque un contributo. Venerdì era ospite di “8 ½” su La 7: ha suggerito che il prossimo candidato, chiunque sia, sappia dar vita e orchestrare una squadra di cento persone, ciascuna con incarichi e responsabilità precise. E' una buona idea soprattutto per quello che non dice. E cioè che degli alti gradi dell'amministrazione capitolina - come di quella statale d'altronde - non ci si può fidare. Che ha ragione Alfonso Sabella quando denuncia una diffusa incompetenza dirigenziale. E che ha ragione da vendere anche il professor Pica che l'anno scorso ha coordinato uno studio di Confindustria sulle cause della debole crescita economica: la corruzione  pesa per il 30 per cento, il restante 70 per cento è causato dall'incompetenza. Tutte queste buche, queste toppe sul manto stradale, signora mia, non solo le pesche e le mezze stagioni, anche il genio civile non è più quello di una volta. In memoria, voto 10 e lode, a tutti coloro che progettarono e costruirono  l'autostrada del Sole, meraviglia dell'ingegneria del tempo. E pare pure che l'avessero finita alla scadenza prevista.

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