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Il piano per commissariare Marino

L’occasione del bilancio, il ruolo del prefetto, la finestra per il voto. Renzi studia una finestra per sbarazzarsi del sindaco di Roma, Giubileo o non Giubileo.

7 Ottobre 2015 alle 11:04

Il piano per commissariare Marino

Il sindaco di Roma Ignazio Marino (foto LaPresse)

Roma. A novembre si voterà il bilancio del comune di Roma. Ed ecco allora l’occasione, ecco il sacco con il quale il Pd vuole avvolgere il sindaco marziano della Capitale per poi buttarlo nel Tevere come Cola di Rienzo. La legge prevede che, nel caso in cui non venga approvato il bilancio, il comune possa essere commissariato. Non tra un anno, ma tra un mese. Basta non votarlo. Poi ci sarà tutto il tempo, pensano nel Pd, e anche a Palazzo Chigi, per far dimenticare Ignazio Marino, e costruire una candidatura. I sondaggi sono tremendi: M5s primo partito della città. Elezioni nel 2017, dunque. Con il traino delle politiche. Anticipate anche quelle.

 

E più lo vorrebbero silente e in ombra, più insomma cercano di farne dimenticare persino l’esistenza, più lui invece sguscia fuori, si libera della camicia di forza, e come Totò nel medico dei pazzi evade da quel ripostiglio dove Matteo Orfini tenta invano di contenerlo: “Tra due mesi Roma sarà pulita”, dice. E il paradosso è che Ignazio Marino crede davvero che l’8 dicembre, all’apertura del Giubileo, Roma diventerà come Boston o Philadelphia, come Londra o come Berlino: aria, luce, pulizia e fiori sui balconi. Per cui, a opera conclusa, lui, l’Ignazio capitale, potrà godersi gli onori al merito del buon governo: “Dal 2023 sicuramente non farò più politica e magari vivrò a Sydney, anche se mia moglie non ne può più di traslocare”. Ma la vita è sogno soltanto nei racconti fantastici e nelle favole, e a Palazzo Chigi, come in Campidoglio, nei corridoi agitati del Pd romano, lì dove i sondaggi si trasformano in mostruose antevisioni d’un infausto futuro (il Movimento 5 Stelle al 30 per cento), a Marino vorrebbero far fare all’incirca la fine di Cola di Rienzo, cioè chiuderlo in un sacco e buttarlo nel Tevere.

 

A novembre si voterà il bilancio del comune. Ed ecco allora l’occasione, ecco il sacco con il quale avvolgere il sindaco marziano. La legge prevede, nel caso in cui non venga approvato il bilancio, che il comune possa essere commissariato, affidato insomma, per decisione del governo, a quel Franco Gabrielli, prefetto di Roma, che s’è già candidato a “raddrizzare” la Capitale, né più né meno come la Costa Concordia affondata dal capitano Schettino. “Basta non votargli il bilancio”, dicono nel Pd. “Poi, con un anno di tempo, si potrà far dimenticare il disastro e costruire una candidatura”, sussurrano i dirigenti della sinistra romana, con la voce carica di speranza e di attesa. Un anno? “Si voterebbe nel 2017. Elezioni anticipate. Con il traino delle politiche”, dicono, perché tutti sono sicuri che Matteo Renzi vorrà votare una volta conquistate la riforma elettorale e quella del Senato. Ma chissà.

 

[**Video_box_2**]Ed è tutto un disordinato ondeggiare e tumultuare. Orfini, incaricato da Renzi di proteggere Marino da se stesso, esprime ancora l’ansia della cautela: lo stare fermi come solo antidoto alle incognite e al panico del movimento. Da Marino ci si salva, dice Orfini, trasformandolo in amministratore di gesso, ornamento non certo elegante ma inevitabile del comune, primo cittadino dei soprammobili, manichino di sindaco. Poi si voterà, certo, ma soltanto una volta chiuso l’anno santo. Eppure quello, il sindaco, fugge da tutte le prigioni, e come un peripatetico parla alla Radio, si fa intervistare da Chi, va in televisione, si effonde e si diffonde, e da rappresentante delle istituzioni temporali polemizza persino con il Papa, come non capitava dall’XI secolo, all’incirca dal tempo della lotta per le investiture. E allora che fare, se neanche Orfini riesce a tenergli la bocca chiusa? “Commissariare”, cominciano a ripetere anche i ragazzi di Palazzo Chigi. “A novembre”.

 

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