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Perché Verdini

Come sempre accade da noi, ogni operazione politica viene interpretata come la conseguenza di ambizioni o velleità personali, ogni cambiamento di collocazione diventa trasformismo deteriore e arrivistico.

25 Settembre 2015 alle 06:15

Perché Verdini

Denis Verdini (foto LaPresse)

Come sempre accade da noi, ogni operazione politica viene interpretata come la conseguenza di ambizioni o velleità personali, ogni cambiamento di collocazione diventa trasformismo deteriore e arrivistico. A questa regola non si è sottratta l’operazione avviata da Denis Verdini, sulla quale si sono scatenate le solite insinuazioni sulla “compravendita” di parlamentari. Varrebbe invece la pena, soprattutto per chi ha condiviso con lui un lungo percorso politico, interrogarsi sulle ragioni di fondo della disgregazione del centrodestra, della quale la secessione di Verdini è la conseguenza e non certo la causa. Verdini aveva stabilito con Matteo Renzi una sorta di “patto di sistema”, in rappresentanza di Forza Italia, ed è persuaso che senza quel passaggio non si salva né la democrazia dell’alternanza né una prospettiva riformista. Non è un “traditore”, ha solo mantenuto coerentemente ferma la propria convinzione anche quando vicende e umori ne hanno distrutto i contorni ma non la sostanza.

 

Verdini è un politico abbastanza avvertito da rendersi conto che il risultato che può ottenere è solo politico, non certo personale. Ma quel risultato, la stabilità del quadro di governo e la tenuta della prospettiva riformista, è almeno in parte dovuto alla sua scelta di fornire a Matteo Renzi una sponda parlamentare che gli ha consentito di respingere gli assalti della sinistra interna al Partito democratico. Se alla fine Pier Luigi Bersani ha giustificato la sua capitolazione con la soddisfazione di aver reso ininfluente il manipolo di senatori raccolto da Verdini, vuol dire che il colpo è andato a segno e che in verità è stata proprio la possibilità di avere una maggioranza anche senza i dissidenti democratici ad aver disinnescato i loro intenti ricattatori. Vale la pena di sacrificarsi in questo modo per mantenere in sella Renzi? Lo si vedrà in futuro, ma se si guarda alla composizione dell’opposizione che si cerca di coagulare contro Renzi – grande stampa, magistratura militante, insegnanti sindacalizzati, conservatori della “Costituzione più bella del mondo”, confederazioni antagonistiche – non si fatica a riconoscere lo stesso schieramento che si è saldato per anni contro il berlusconismo.

 

[**Video_box_2**]Non darla vinta a questa congerie di interessi e di poteri non è facile, non è riuscito neppure a Berlusconi, la cui sconfitta ha determinato la scomparsa di un principio unificatore del centrodestra. Il rinnovamento del sistema politico-istituzionale bloccato richiede sforzi eccezionali come quelli avviati con i colloqui del Nazareno, che ora in condizioni difficili e solitarie Verdini cerca di mantenere. Il disegno è ardito e forse utopistico ma non certo di piccolo cabotaggio opportunista.

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