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A chi il Senato?

Grasso e l’arte di non farsi afferrare nella bagarre del Senato

Tutti pazzi per lui, principe della vaghezza sospettato d’ogni trama. E’ lo spauracchio delle riforme renziane, la speranza dei bersaniani, il vindice dei berlusconiani. Ma in fondo gioca per sé

18 Settembre 2015 alle 06:27

Grasso e l’arte di non farsi afferrare nella bagarre del Senato

Il presidente del Senato Pietro Grasso (foto LaPresse)

Renzi sembra trattarlo con una spigolosità che è quasi inimicizia (“se Grasso riapre l’articolo due decideremo di conseguenza”), e questo serve a investirlo agli occhi di Bersani e di Speranza, di Grillo e di Calderoli, di Renato Brunetta e di Nichi Vendola, d’un’esplicita missione da paladimo, da vendicatore dei torti subiti, un ruolo che tuttavia il presidente del Senato Pietro Grasso in tutta evidenza non richiede, lui che non frequenta il distinguo, quindi non prende posizione, lui che da equilibrato procuratore di Palermo non aiutava i suoi pm più facinorosi ma neppure li smentiva, sempre navigando in un’eterna, pacifica deriva tra l’indiretto e l’implicito, come un uomo che vorrebbe lasciarsi le guerre alle spalle, muoversi nella penombra di decenti silenzi, con un ordine nei pensieri e il sangue in pace. Eppure, nella canea della politica italiana, questo ex magistrato dall’aria di bisonte mite viene trasformato in eroe, dai rivoltosi, e prende anche le infide sembianze d’un potenziale traditore agli occhi dei governativi, in un turbinìo di chiacchiere in cui da mesi i politici si effondono e si diffondono.

 

Renzi sembra trattarlo con una spigolosità che è quasi inimicizia (“se Grasso riapre l’articolo 2 decideremo di conseguenza”), e questo serve a investirlo agli occhi di Bersani e di Speranza, di Grillo e di Calderoli, di Brunetta e di Nichi Vendola, d’un’esplicita missione da paladino, da vendicatore dei torti subiti, un ruolo che tuttavia il presidente del Senato Pietro Grasso in tutta evidenza non richiede, lui che non frequenta il distinguo, quindi non prende posizione, lui che da equilibrato procuratore di Palermo non aiutava i suoi pm più facinorosi ma neppure li smentiva, sempre navigando in un’eterna, pacifica deriva tra l’indiretto e l’implicito, come un uomo che vorrebbe lasciarsi le guerre alle spalle, muoversi nella penombra di decenti silenzi, con un ordine nei pensieri ma senza escludere nessuna eventualità e opportunità. Eppure, nella canea della politica italiana, questo ex magistrato dall’aria di bisonte mite viene trasformato in eroe, dai rivoltosi, e prende anche le infide sembianze d’un potenziale traditore agli occhi dei governativi, in un turbinìo di chiacchiere in cui da mesi i politici si effondono e si diffondono. “Solo Grasso può riportare Renzi alla realtà”, ha drammaticamente concluso Loredana De Petris, la capogruppo di Sel. E Roberto Calderoli: “La scelta spetta al presidente Grasso”. E Miguel Gotor: “Confido in un intervento di Grasso”. E il pirotecnico Brunetta: “Renzi costringe la presidente Finocchiaro a una violenza nei confronti del presidente Grasso. Deciderà lui che fare, deciderà Grasso”.

 

[**Video_box_2**]E ieri il senatore socialista Enrico Buemi si è spinto ad augurarsi che il presidente del Senato, in procinto di visitare il Bundesrat tedesco, “possa constatare come quella democrazia funzioni anche in virtù di meccanismi di raccordo tra le autonomie”, e che insomma questo viaggio in Germania possa illuminare le sue decisioni sul destino della riforma renziana. E viene dunque spontaneo chiedersi: cosa avrà mai fatto, o detto, Grasso per suscitare tali aspettative salvifiche totali? A luglio, nel corso della cerimonia del Ventaglio, aveva usato la parola “contraddizione” riferita all’ormai famoso articolo 2 della riforma. E allora Vito Crimi, simpatico senatore dei Cinque stelle, aveva creduto di capire, ingenuo: “Lei si è espresso favorevolmente a un eventuale ripensamento politico su tutte le parti del disegno di legge costituzionale, aprendo peraltro alla possibilità integralmente emendativa”. Al che Grasso, che è tutto un tenersi sul terreno meno scivoloso: “Sono costretto a rilevare delle inesattezze, per quanto riguarda la mia posizione personale. In effetti le conclusioni che lei ha attribuito al mio intervento sono difformi da quelle che si possono ricavare ancora oggi leggendolo”. Un rimpiattino perfetto tra allusioni, omissioni e ammissioni imperfette, parole vischiose, segni e minuzzoli seminati ai crocicchi di un labirinto. Come ad agosto, quando Grasso disse che “sull’eleggibilità del Senato c’è il rischio di un’impasse”, e consegnò queste parole a un’agenzia Ansa che però terminava così, contraddicendo le premesse: “Il presidente del Senato ha comunque sostenuto d’essere fiducioso”. E poi venne il giorno in cui smentì Repubblica, che gli attribuiva l’intenzione di rendere emendabile la riforma, salvo aggiungere, palindromo: “Ho passato l’estate a riflettere sulle carte”. E insomma un capogiro soave viene dall’ascoltarlo, mentre Grasso da mesi dà corpo e suono al museo d’ombre che i poveri attori della politica, dell’opposizione e della minoranza del Pd, e persino del giornalismo, si portano dentro la testa, ciascuno vedendo ciò che vuole nelle sue parole, ciascuno sussurrando mezze fantasiose promesse: c’è chi lo vorrebbe al Quirinale, chi già lo immagina a capo di un governo di transizione. Ma il suo dire e non dire, il suo alludere e ancora non dirimere, non si scioglierà mai del tutto, poiché non si può guarire da se stessi. Quella di Grasso è un’arte e un’antica ginnastica siciliana che lo ha portato ad arrampicarsi con un moto di delicata vertigine fin sullo scranno di presidente del Senato, è il ben noto esercizio dell’annacamento, il dondolìo palermitano: il massimo del movimento col minimo dello spostamento, il metodo di chi più si muove per meno inconvenienti procurarsi.

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