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La destra rinasce a Milano

Il sindaco? Una partita nazionale (fate presto). Cosa non va del renzismo. Idee per un’alleanza. Due patti del Nazareno che la Lega firmerebbe. Parla Roberto Maroni.

17 Settembre 2015 alle 06:09

La destra rinasce a Milano

Roberto Maroni è nato a Varese il 15 marzo 1955. E’ stato segretario federale della Lega dal 2012 al 15 dicembre 2013. E’ il presidente della regione Lombardia dal 18 marzo 2013 (foto Lapresse)

Legge: “Per Salvini Paolo Del Debbio è il candidato perfetto a sindaco di Milano”. Si sta sedendo sul divano bianco e intanto, prima di iniziare a ragionare di politica, attività che gli piace, Roberto Maroni controlla sullo smartphone l’ultima breaking news. Il sorrisetto ironico di cui il governatore di Lombardia è titolare fin da quando era un militante varesino e bossiano non ha bisogno di presentazioni, né di essere decifrato. “Come no, Del Debbio è ottimo anche per me. Ma se continua a fare il tentenna, una settimana posso capire ma tre mesi no, significa che non gli interessa, non gli interessa la politica, che preferisce fare il lavoro che fa, un buon lavoro. Legittimo. Ma allora lo dica, e gli altri smettano di girargli intorno. Stiamo perdendo troppo tempo, e il ‘fattore T’ gioca contro di noi. Io sono preoccupato di questo, molto preoccupato”. Perché Milano non è solo Milano, a questo giro. “A Milano l’anno prossimo si decide il futuro politico nazionale. Se il centrodestra vincesse, ma per farlo serve la coerenza interna in un progetto e un candidato, cambia tutto. Ma soprattutto se Renzi perde, per lui è la fine. Solo che lui lo sa, e si sta muovendo di conseguenza. Noi perdiamo tempo”.

 

Maurizio Lupi, altro nome-manfrina che continua a circolare – a Maroni non spiacerebbe, “ma se continua a dire che sta con Alfano, vuol dire che non gli interessa” – ha chiesto al presidente leghista della Lombardia di organizzare al più presto (entro fine settembre) un “tavolo” per ricostruire un’alleanza programmatica del centrodestra. Inteso a Milano, inteso nazionale. Significa accreditare Maroni di un ruolo da federatore, e sono sempre scatole di cioccolatini col doppio fondo. Di Roberto Maroni è nota anche una certa riluttanza caratteriale, che va di pari passo con la fedeltà al partito: “Io sono innanzitutto un leghista. Dunque se sarà il partito (Salvini insomma, ndr) a chiedermi di attivare un tavolo o qualcosa di simile, mi metto a disposizione. Ma io ora sono il presidente della regione, mi occupo di altro”. Certo, ma qualcuno che lo faccia, questo lavoro, ci vorrebbe. “Su questo sono d’accordo. Perché serve un modello per una alleanza”.

 

Allora bisogna continuare a parlare, per un po’, ancora di Milano. Un candidato sindaco di nome Silvio Berlusconi garantirebbe l’alleanza? “Se si impegna a costruire lo stadio nuovo del Milan, mi va bene…”. Veramente, ha appena detto che lo stadio al Portello non lo vuole più… “Allora niente”. La fede milanista di Maroni è granitica quanto la fede leghista, ma i colori rossoneri gli servono a volte per toccarla piano sulla politica (sul verde padano non ironizzerebbe mai). Perciò si spiega, previa altra battuta: “Silvio è di Arcore, daremmo l’impressione di non aver trovato un milanese degno. Ma a parte gli scherzi, Berlusconi lo sosterrei per tutto l’affetto che c’è, ma assieme al nome serve una strategia”. Un’affettuosa bocciatura, da cui parte però il filo di un percorso. “Io per principio preferisco un candidato politico, perché rispondere ai partiti vuol dire rispondere agli eletti dal popolo; quelli che parlano solo con la gente, invece, spesso e volentieri rispondono solo alle lobby. Ma se al momento un nome non esce, è perché manca l’idea politica”. Se gli si obbietta che, ad esempio, uno come il segretario federale del suo partito, Matteo Salvini, dà proprio l’idea – e ne fa il suo punto di forza – di parlare solo col popolo, senza mediazioni, antipolitica insomma, Maroni spiega che no, Salvini è un politico, è svelto: ha una strategia comunicativa e una politica. Quella comunicativa è basata sulla costruzione di una leadership personale, indispensabile oggi, che sfrutta anche lo storytelling “dei due Matteo”. Su quella politica ci torniamo più avanti, nel filo del discorso.

 

A parlare con Maroni, sembra quasi che una coerenza ci sia, nel magma litigioso e contraddittorio dell’attuale centrodestra. Che a guardare Milano dal trentacinquesimo piano di Palazzo Lombardia si veda tutta l’Italia. E che esista uno spazio e un progetto per il futuro. Insomma delle idee. Lo spazio e il progetto per Maroni hanno un nome e una logica precisa – suffragata da numeri e fatti, il che non è così scontato. “Io propongo per Milano lo stesso modello politico che guida la Lombardia, e che funziona: l’alleanza tra la Lega, Forza Italia, il Nuovo centrodestra e la componente civica, cioè quell’elettorato moderato che magari questi partiti non li voterebbe, ma il loro modello di governo sì”. E’ lo stesso schema con cui ha trionfato Luca Zaia in Veneto: la sua lista civica, col nome del presidente, ha raccolto più voti del partito. Perché c’è una vasta area dell’elettorato che magari non vota Lega, magari detesta Salvini, o non si fida più di Berlusconi, ma un candidato che incarni quelle idee sì. “Alle scorse regionali, a Milano città, il mio listino ha preso il 16 per cento, mentre la Lega il 6 per cento. E’ a quel dieci per cento di elettorato che bisogna rivolgersi. Se no sta a casa”.

 

Fin qui è tutto chiaro. Con due obiezioni: Salvini l’accordo con Ndc non lo vuole (nemmeno con Forza Italia, ma a giorni alterni). L’elettorato moderato magari a casa non ci sta, e sceglie il Pd di Renzi. Sulla seconda, Maroni allarga le braccia: una scommessa. Sulla prima, ha un punto di vista preciso. Si diceva: è il modello dei governatori a vincere. Zaia in Veneto l’Ncd non l’ha voluto, in Lombardia invece è un voto che conta. Ma soprattutto c’è il caso Liguria. Lì, ammette, si è vinto per suicidio della sinistra. Ma aggiunge un dettaglio che non è campanilismo: “Noi abbiamo preso i voti e il candidato di Forza Italia ha vinto. Noi avevamo un candidato importante, il numero due della segreteria del partito, Edoardo Rixi. A un certo punto Salvini ha detto: ok, lui si fa da parte. Con grande scandalo di un sacco di gente. Ma così abbiamo permesso all’alleanza di vincere”. Questo per introdurre il tema di Salvini, e del suo presunto massimalismo solitario. Contrariamente all’immagine belluina che gli si dipinge addosso, dice Maroni, il segretario è un politico molto duttile e abile, non suicidario, e soprattutto dotato di strategia. La quale strategia è in funzione, dice Maroni, non solo della Lega ma di tutto il (centro)destra nazionale. Se gli si obbietta che uno più divisivo è difficile immaginarlo, che molti elettori non lo voteranno, che sta trasformando il vecchio dna nordista in un partito estremista di destra sul modello Marine Le Pen, risponde: “La Pen vuole andare da sola, e perdere; lui vuole fare alleanze, e vincere. Le farà. E poi la gente lo apprezza per la sua franchezza nel dire le cose”. Su questo decideranno gli elettori, ovviamente. Maroni, lo si è detto mille volte, non ha proprio l’aria di assomigliare al prototipo del militante salviniano, ma sul suo Capo non transige. Quello che è interessante è il resto del ragionamento.

 

Il ragionamento parte dall’Italia dei due Matteo, l’unica narrazione politica degli ultimi anni che abbia una senso compiuto, comprensibile dagli elettori. “Sono diventati leader dei loro partiti a un giorno di distanza l’uno dall’altro, il 7 dicembre Salvini, l’8 Renzi. Era il 2013. Sono diversi in tutte le idee, rappresentano due Italie nettamente opposte, ma allo stesso tempo condividono il carisma, la leadership. Guarda i sondaggi di gradimento”. Guardiamo: c’è Renzi, e c’è Salvini (vabbé, c’è Grillo). Lo schema bipolare personalizzato, l’unico campo in cui secondo Maroni si giocano le partite. “Salvini sa che, a destra, la leadership deve conquistarla. Ma non per andare da solo, bensì per ottenere, nel consenso personale e i voti, la golden share dell’alleanza di centrodestra. Se ti siedi, come accadrà, a un tavolo per fare un programma nazionale, è meglio essere in posizione di debolezza o di forza?”. Dunque non un urlatore che divide, ma uno stratega che vuole innanzitutto costruire le condizioni per un patto con gli alleati. Dentro al centrodestra. Con un dettaglio importante: la legge elettorale, al momento (mai dire mai), premia la lista, non la coalizione. Dunque due corollari: a) del peso di Ncd, chissenefrega; b) “Occorre fare una lista unica. E per noi, che siamo un partito identitario, non è una faccenda indolore. Lo sa anche Salvini. Ma se serve per vincere e governare lo faremo. Io ho detto: chiamiamola Lega-Italia, più chiaro di così. O come volete voi, ma bisogna mettersi a un tavolo, prima o poi, e decidere”. Se Salvini sia disposto, al momento opportuno, a fare di sé il Rixi nazionale, non è dato prevedere. Maroni ripete soltanto che è un duttile, capace.

 

Così si torna alla casella iniziale, al federatore riluttante. Al modello lombardo, più ancora che nordista, che funziona. Con tre problemini: Forza Italia non c’è; il Nazareno c’è (più o meno); che ne facciamo di Angelino Alfano? “Berlusconi non ha deciso e non vuole decidere cosa fare, e questo ha ridotto il suo partito allo stato gassoso. E’ incerto sull’utilità del Nazareno, ma deve decidere: non sa se è finito, non sa se tenerne vivo un pezzetto, magari su Milano. Ma è tatticismo, e il tatticismo l’ha sempre rovinato. Prendi il caso Verdini: se n’è andato, ma non ha fatto la fine di Fini. Anzi sta lì ancora a mediare, perché chissà. Del resto è un toscano, come Renzi”. Il Nazareno a Maroni non va bene non per principio, non è da lui, ma per i fatti. Ma se i fatti sono quelli che urla Salvini – la Merkel, l’euro, gli immigrati – non si va lontano. Del resto l’economia dice che Renzi sta funzionando. Maroni spiega che Salvini parla la voce del popolo, usa gli argomenti più riconoscibili: ma il problema vero è la sostanza del renzismo. A partire da ciò che il governatore del nord meno digerisce: la riforma costituzionale che di fatto abolisce, svuota, le regioni. E’ un progetto che lui chiama “schiforma della Costituzione”. Compreso il Senato: “Non ha niente di federale, è un modello che non funziona: è una Camera inutile”. Ma soprattutto è la parte di riforma che toglie poteri alle regioni. Quel che Maroni non vuole della modifica del Titolo V della Costituzione è la parte del ddl che dà più competenze allo stato centrale, addirittura con una “clausola di supremazia” verso le regioni a tutela dell’unità e dell’interesse nazionale. “Se passa, diventiamo dei prefetti. Le leggi si fanno a Roma, le risorse si governano lì. E’ meglio andare a casa, a cosa serve un consiglio regionale? E’ una spesa inutile”. E’ su questo, oltre che sull’immigrazione, che Maroni sfida Ncd: blocchino la riforma in Senato, o la coalizione è rotta.

 

Già, Ncd. Alfano è rottamabile, Maroni non usa la parola per allergia al renzismo, ma quando spiega che “con i consiglieri del Nuovo centrodestra in Lombardia lavoriamo bene, e non ce n’è uno che condivida le scelte del governo sui tagli alle regioni e quelle di Alfano sull’immigrazione”, intende dire che se Alfano e qualcun altro hanno già preparato una scialuppa con rotta a sinistra, non c’è problema. “Il punto non è prendere i pochi voti di Ncd: chi vota per il centro oggi voterebbe FI o Lega? No. Quello che dobbiamo recuperare è il voto moderato, che io chiamo civico, e che qui in Lombardia condivide le nostre scelte”. Torna il dubbio: voto moderato? Con Salvini? L’iper attivismo di Salvini ha una prospettiva strategica, ripete, “quando mena su Forza Italia, lo fa per spingerli a scegliere. Non per rompere. Lo fa per far emergere che il patto del Nazareno è politicamente distante da noi”.

 

[**Video_box_2**]Nel modello a (ideale) trazione lombarda che Maroni ha in mente c’è dunque materiale per uno spazio politico, non soltanto le urla, le ruspe, l’anti-merkelismo. A chiedergli cosa non gli piaccia, davvero, del renzismo, sintetizza: “Renzi vuole solo comandare, vedi il caso dei poteri regionali, vuole un potere centralizzato, dal quale gestire decisioni e riforme. E’ il contrario di quello che predichiamo noi, ma pro domo sua, della sua parte, in modo da accontentare il suo elettorato”. Difende il suo modello di un centrodestra che funziona – snocciola anche tanti dati, ma non c’è bisogno di riprenderli, i dati buoni della Lombardia li sanno tutti. Insomma si scopre, chiacchierando con Maroni, che c’è vita politica, una vita politica possibile, in un centrodestra alternativo al modello di paese che vuole Renzi. Se il bipolarismo è un fatto acquisito, è perché può esistere un bipolarismo dei programmi. Se gli dici che l’elettorato che ha seguito il forza-leghismo forse non seguirà il lega-forzismo, e preferirà tenersi il centrismo della nazione di Matteo Renzi, sfodera il sorrisetto del politico che la sa lunga, che ama la politica più dei sondaggi d’opinione.

 

Eppure, domanda finale: presidente Maroni, dica una cosa su cui un patto del Nazareno con Renzi sarebbe invece disposto a firmarlo. Ne dice due. “Sui costi standard, non solo della Sanità ma di tutti i costi della amministrazione”. Sventola un recente studio di Confcommercio: se si applicasse il modello di costi della Lombardia, lo stato risparmierebbe 23 miliardi, “e al netto di un contributo di solidarietà per le regioni al momento meno attrezzate dal punto di vista dell’amministrazione. Con quei miliardi che si libererebbero, io ad esempio in Lombardia potrei abolire l’Irap, e i ticket. Se Renzi applicasse i costi standard, anche da attuare in cinque anni, firmo subito e voto sì”. L’altro patto del Nazareno che Maroni firmerebbe è un invito al governo. Gli hot spot per i profughi vanno fatti, ma vanno fatti in Africa, in Libia e in Tunisia. Con le forze Onu. Il 30 settembre a New York c’è una conferenza internazionale con i capi di stato e di governo sull’immigrazione. Renzi abbia la forza di chiedere all’Onu di affrontare la più grande emergenza umanitaria di tutti i tempi. Ottenga una missione dei caschi blu per realizzare questo. “Life keeping”, lo chiama lui. “Gli hot spot in Tunisia noi li avevamo fatti, hanno funzionato. Si possono fare, ma è una scelta è politica. Renzi ha la volontà di farli? Se sì, io un patto lo firmo”. Ma è diffidente, crede che Renzi questi patti del Nazareno non li vorrà fare, “perché il progetto che ha in mente è diverso, e non mi piace”. E per fermarlo bisogna partire da Milano. “Ma stiamo perdendo tempo, io non capisco”.

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