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Mitologia politica dell’impossibile

Il ritorno del Cav. dalle nebbie, la leadership di Fitto, la scalata stellare di Luigi Di Maio, il trionfo di Salvini, la grande sinistra che va da Bersani a Madre Teresa, le elezioni anticipate subito e altre bellurie inverosimili.

10 Settembre 2015 alle 06:11

Mitologia politica dell’impossibile

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Il ritorno del Cavaliere prestigiatore e la nascita di una grande sinistra a sinistra del Pd, la leadership del grillino Di Maio e le elezioni anticipate, la nuova destra conservatrice intorno a Raffaele Fitto e l’imminente trionfo di Salvini: la politica italiana è uno sconfinato oceano da cui sorgono le bufere e i miraggi. E si crea un tale clima di discorsi, di agitazione, di va e vieni fra il sogno e il reale, di inutili abboccamenti, di interviste ai giornali e lesto manovrar di apparizioni (e sparizioni) televisive, per cui tutto si confonde, si trasforma, e persino il mito diventa verosimile, l’impossibile è d’improvviso reale, l’illogico logico, l’irrazionale razionale. Ed ecco dunque nomi e ricostruzioni, speranze e progetti, sogni e trame che rimbalzano seccamente sui più aggiornati pavimenti italici come una pallina da ping pong sfuggita ai giocatori. Ne nasce un immane caos calmo in cui non si riesce più a distinguere “chi”, “perché” e “cosa”.

 

Prendiamo il principale esercizio della letteratura berlusconiana, per esempio: il gran ritorno del Cavaliere. Ad Arcore, e persino a casa di Gianni Letta, spiegano con estrema serietà che Berlusconi attende la sentenza della Corte europea di Strasburgo, che è certo gli venga data ragione, che la legge Severino sia destinata ad andare in fumo e che insomma, alla fine, quando tutto questo accadrà, si potrà anche andare alle elezioni con l’unico vero candidato possibile. Chi? Ma il Cavaliere, ovviamente. E chi ascolta resta con la bocca aperta come un salvadanaio. Certo, Berlusconi è imprevedibile e fortunato, ha sette vite come i gatti e “potrebbe fare qualsiasi cosa: sposarsi con Salvini, chiudere e riaprire il partito, ricandidarsi”, come ha detto ieri su questo giornale Alessandro Sallusti, ma c’è ancora il processo Ruby ter, c’è Milano e c’è Bari, c’è la Cassazione (c’è pure in uscita un libro di Emilio Fede), e insomma c’è tutta quella pozza nera nella quale dai tremendi giorni di Casoria il Cavaliere è precipitato, e dalla quale tirarsi fuori sembra impossibile, non c’è Ghedini e non c’è avvocato Coppi che possano arrampicarsi. E’ come uno di quei videogiochi a livelli: superi un mostro e te ne trovi un altro ancora più grosso davanti.

 

Ma la politica italiana, il Palazzo, non da oggi, è la grande fabbrica dei paradossi e delle trovate. E’ là che, come in nessun altro luogo d’inumazione, si sa tenere viva la scena con due stecchi e una trombetta: così nascono le sublimi narrazioni come quella, per esempio, della “grande sinistra” a sinistra del Pd. Si esce a fatica dal torpore comatoso del Transatlantico, con i giornalisti che oscillano a grappoli annoiati davanti al sempre uguale spettacolo del casereccio e petulante spirito di rissa che nel Pd agita i rapporti tra maggioranza e minoranza – e persino tra minoranza e minoranza – che qualcuno spinge la propria dissipazione al punto di teorizzare, come disse all’incirca Civati, “una sinistra da Ferrero a Bersani, da Vendola a Cuperlo”, una cosa che al massimo funziona nelle canzoni di Jovanotti (“Io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa / che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa”). E qui ha infatti inizio il sentiero deprimente della noia, costellato di domande inutili: caro Bersani e caro Gotor, gentili Cuperlo e Martina, farete la scissione? “Manco per idea”. Ecco.

 

[**Video_box_2**]Eppure una semispenta o sonnecchiante, e cionondimeno sempre disponibile e recuperata voluttà di raccontare e gonfiare le mille suggestioni della politica si ridesta ogni giorno, componendo una specie di mitologia dell’impossibile intorno alla quale il fuoco delle speranze – e delle chiacchiere – rapidamente avvampa e rapidamente si spegne. Ogni tanto tocca a questo argomento: le elezioni anticipate. Fanno capolino all’incirca una volta al mese, qui e là, un po’ in tivù, in una riga di giornale, e le si attende richiamate con l’algebrica certezza con cui gli astronomi, ogni settant’anni, aspettano il ricorrere della cometa di Halley. E nessuno che le ritenga un’eventualità delle più improbabili (e l’aggettivo è ancora modesto), nessuno che provi a immaginarsi come sarebbe il Parlamento così eletto: Montecitorio con il proporzionale puro quasi senza sbarramenti, e Palazzo Madama con il proporzionale puro e un inscalabile sbarramento regionale all’8 per cento, nel caso si voti prima del luglio 2016. Altrimenti – dopo luglio 2016, così è scritto nella legge – con una Camera di nominati attraverso l’Italicum, eletta con ballottaggio, e un ingovernabile Senato composto dall’aritmetica diffusa del sistema proporzionale puro con il solito sbarramento regionale. Un marasma, in entrambi i casi, che trasformerebbe l’Italia in un curioso oggetto di studio da parte di sociologi (e neuropsichiatri) di mezzo mondo, materia per un libro del compianto Oliver Sacks (“il paese che scambiò il suo Parlamento per un bordello”), un pasticcio che non conviene a Renzi, non conviene a Berlusconi e nemmeno a Grillo, figurarsi al povero Alfano.

 

E s’intuisce così d’aver a che fare con forme mitologiche del racconto politico, espressioni astratte di desideri, motivi anchetipici, suggestioni e impressioni nascoste nelle profondità più irrazionali del subconscio umano, se non, forse, prosaicamente, con la necessità di coprire dei vuoti, riempire il silenzio, la voglia di uscire finalmente con qualcosa di risonante, che simuli la vita, tipo: l’imminente trionfo di Salvini, che però sta appena un paio di punti sopra il periclitante Cavaliere (e dieci punti sotto Grillo), le grandi manovre di Alfano per ricostruire il centrodestra (ma il povero Alfano vorrebbe soltanto salvarsi nel nuovo ordine renziano, farci il nido e stare al calduccio come chi indossa un vecchio maglione), le prodezze dello scalpitante Fitto (che è sempre pronto e non occorre nemmeno agitarlo prima dell’uso), e infine, per il capitolo nascita di una stella: le magnifiche sorti e progressive di Luigi Di Maio (“il leader dell’opposizione che mette più in difficoltà Renzi”, dice la Stampa), lui che è un ragazzo di buona volontà, saltella da una trasmissione all’altra come un grillo sui fili d’erba, e, cosa da non sottovalutare, tra i Cinque stelle è uno di quelli che sa anche leggere e far di conto.

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