Perché Sopranos è meglio di Savianos

Renzo Rosati
Che cosa distingue i Sopranos dai Savianos, cioè il modo americano di raccontare la mafia da quello italiano, con la vittoria per ko del primo?

Roma. Che cosa distingue i Sopranos dai Savianos, cioè il modo americano di raccontare la mafia da quello italiano, con la vittoria per ko del primo? E se la narrazione è specchio della realtà – effetto e causa – perché le vicende della famiglia Soprano di David Chase e tutti i suoi colti riferimenti (dal Martin Scorsese di “Quei bravi ragazzi” allo Howard Hawks di “Scarface”, su fino al primo “Padrino” di Francis Ford Coppola) appaiono più convincenti, più coinvolgenti, più reali rispetto ai film, alle fiction e agli innumerevoli romanzi di Roberto Saviano e simili, dai Giancarlo De Cataldo ai Michele Giuttari, dai Nicola Gratteri fino a Raffaele Cantone? Rispondere a questa domanda è un altro modo per capire perché Mafia Capitale può essere molte cose ma non una vera storia di mafia, perché il prefetto Franco Gabrielli non sarà mai un nuovo Rudy Giuliani (né lo sarà lo zar anti corruzione Raffaele Cantone), e dunque i Casamonica non saranno la famiglia Gotti di New York. Anche se qualcuno starà già sceneggiando “I Casamonicas”.

 

La superiorità dei Sopranos dipende innanzi tutto dalla bravura del compianto James Gandolfini-Tony Soprano nel rappresentare sentimenti, nevrosi, passioni politiche e sportive di un newyorkese tipo che però è anche il tardo esponente di una delle cinque storiche famiglie di gangster della Grande Mela. Arte. Vuoi mettere con il dito alzato di Saviano? Di là Chase contestualizza e circoscrive, il Male si sa cos’è, così come lo spettatore sa che vincerà il Bene, la legge che a sua volta è mossa dalla politica. E tuttavia non c’è mai l’invito al manicheismo, anzi circola parecchia empatia. Di qua Saviano e simili ti propinano il Male, cioè la mafia, come condizione pervasiva e vincente della società.

 

I confini sono indistinti e mobili, il Bene quasi non esiste, o è sfigato e perdente, caso mai c’è il bene comune da lenzuolate da talk show, la politica è succube o collusa. Dunque diffidare sempre, a parte pochi cavalieri coraggiosi, tra i quali Saviano stesso. Così la mafia non soltanto è ovunque, e quindi tutto è mafia (comprese le cialtronerie romane), ma è presentata come inguaribile tumore italiano e mondiale della vita pubblica: dopo “Gomorra” (romanzo, film e fiction), “ZeroZeroZero”, e se scappa di galera il narco-boss messicano El Chapo ecco pronti narrazione e link secondo i dettami del conduttore unico delle coscienze. Gli Stati Uniti sono terra di gangster più dell’Italia, ma Al Capone è stato mirabilmente narrato solo dopo il suo arresto, nel 1929, notoriamente avvenuto per evasione fiscale ad opera del capo dell’Fbi J. Edgar Hoover e del segretario al Tesoro, il miliardario repubblicano Andrew Mellon. Né il primo né il secondo divennero eroi popolari, anzi. Né i magistrati avevano annunciato inchieste ispirandosi ai titoli roboanti di romanzi o inchieste giornalistiche già scritti. 

 

[**Video_box_2**]Dunque ecco un’altra differenza tra Sopranos e Savianos: in America l’eroe antimafia non può esistere al di fuori della democrazia elettiva, deve rispondere alla politica. Anche se John Kennedy, come molti democratici, si avvalse dei voti del sindaco boss di Chicago John J. Daley (dinastia durata 50 anni), e se quasi tutte le metropoli da New York a Washington a Miami hanno avuto sindaci border line – nella capitale Marion Barry finì in galera per crac – nessuno si sognerebbe di bypassare i meccanismi rappresentativi per affidarsi al cantonismo dilagante oggi in Italia.

 

Neppure Rudy Giuliani, che come procuratore nominato da Ronald Reagan ripulì Manhattan dai boss, e come sindaco dal degrado di Hell’s Kitchen e della 42ma Strada, ebbe mai la strada spianata. Sconfitto all’inizio dal democratico nero David Dinkins, e alla fine si ritirò nel 2000 prima di una possibile sconfitta contro la democratica bianca Hillary Clinton, mai amato dal suo partito. Non uno zar, ma un grande sindaco. Giuliani ha firmato due libri. Cantone, finora, nove.